Ma indulà ch’a van li’ peraulis? poesie di Francesco Indrigo

Ma indulà ch’a van li’ peraulis? poesie di Francesco Indrigo.

   

   

Francesco Indrigo è nato a San Michele al Tagliamento (VE), nel Friuli storico. Ha pubblicato in riviste, antologie, quaderni e fogli sparsi. Nel 2001 la silloge Matetas (Nuova Dimensione), nel 2005 Foraman (Campanotto Editore), nel 2008 Foucs (New Print Edizioni), nel 2009 Revocs di tiara (Kappa Vu Edizioni), nel 2013 La bancia da li’ peraulis piardudis (Kappa Vu Edizioni). E’ vincitore di premi nazionali ed internazionali. E’ stato operatore culturale e coordinatore del gruppo di poesia/laboratorio “Mistral”. Fa parte del gruppo Majakovskij.

***

Ma indulà ch’a van li’ peraulis
chês di sbriss, chês dibant,
a implinî vitis dispiardudis?
a screâ li’ storis passant?
o forsi par aria restin picjàdis
e ‘l vint li vendèma ogni tant,
cuant che la zent durmîs
e i suns singars ni clamin sustànt,
o magari roseadis da li’ surìs
par tignî chês bunis soltant,
o encja tal mâr negàdis
par i pes di luna sglonfànt.   

Ma indulà ch’a van li’ peraulis?

*

   

‘I ài un dolôr tal côr,
‘na roba ch’a spons
encja la fiesta.
Il dotòr mi varda
e al tas.
Ma jo no j crodi.
‘I vai ta la rosta
a cjoi su ‘na grampa
di arba medica,
mi la russi ben-ben
tal stomi
e mi passa.
Bisugnarâ ch’i j fèdi la riseta.

*

    

Colèva la nêf
in Mai.
Zu dai poi,
ta la grava
dal nostri cjâf
pensieròs,
ta li’ me’ mans
e tal tiò cuel di fèmina.
Pulvìns di seda
pì blancja da la to pièl
inglazzada.
Ma li’ seis ti trimevin
di maraveia
tal dî vonda.
Colèva la nêf
ta li’ talpàdis dal tiò zî.
E jo?
Jo ‘i ài fat
un pajasso di nêf di poi.

*

    

Par cori, si cor,
nol è un problema di muscui,
par adès;
il troi al è avonda comut
e ‘l flât al è encjamò zovin,
sì, par cori, si cor,
bastarès doma savê indulà.

*

   

Ogni tant ‘i bài,
cussì, just
par tignìmi in alenament,
no par clamâ cualchidun
ben s’intìnt,
che tant nissun al scolta
li’ vôs che di striss a passin
di cheatra banda del la not.
‘I bài cussì, tant par baiâ,
encja parsè ch’i fai clapa dibessol.

*

Ma dov’è che vanno le parole,
quelle di striscio, quelle inutili,
a riempire vite disperse?
a inaugurare le storie passando?
o forse per aria restano appese
e il vento le vendemmia ogni tanto,
quando la gente dorme
e i sogni zingari ci chiamano sospirando,
o magari rosicchiate dai topi
per tenere quelle buone soltanto,
o anche nel mare annegate
per i pesci di luna gonfiando.   

Ma dov’è che vanno le parole?

*

    

Ho un dolore al cuore,
una cosa che punge
anche la festa.
Il dottore mi guarda
e tace.
Ma io non gli credo.
Vado sull’argine
a prendere un fascetto
di erba medica,
me la struscio ben-bene
sul petto
e mi passa.
Bisognerà che gli faccia la ricetta.

*

   

Cadeva la neve
in maggio.
Giù dai pioppi,
sulla grava
del nostro capo
pensieroso,
sulle mie mani
e sul tuo collo di donna.
Pulviscoli di seta
più bianca della tua pelle
ghiacciata.
Ma le ciglia ti tremavano
di meraviglia
nel dire basta.
Cadeva la neve
sulle orme del tuo andare.
E io?
Io ho fatto
un pagliaccio di neve di pioppi.

*

    

Per correre, si corre,
non è un problema di muscoli,
per adesso;
il sentiero è sufficientemente agevole
e il fiato è ancora giovane,
sì, per correre, si corre
basterebbe solo sapere dove.

*

   

Ogni tanto abbaio,
così, giusto
per allenarmi,
non per chiamare qualcuno
ben s’intende,
che tanto nessuno ascolta
le voci che di striscio passano
dall’altra parte della notte.
Abbaio così, tanto per abbaiare,
anche perché faccio branco da solo.

*

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