Il migrante poeta: Giuseppe Ungaretti, di Margherita Lollini

Il migrante poeta: Giuseppe Ungaretti, di Margherita Lollini.

   

 

La condizione del migrante è essenzialmente quella di chi si trova in uno stato paradossalmente instabile, esprimendo con questo una situazione contraddittoria, dove la mutazione assurge a norma costante. Per il migrante esiste una sola dimora ossia quella di non avere loco fisso, una sola meta che è quella che ancora deve presentarsi alla vista, una sola certezza che è il passato ormai distante e le radici che restano pur sempre solidi baluardi del sé.

Il migrante è attualmente la figura che scandisce la nostra epoca, e non solo: l’endemica incertezza si perpetra a livello esistenziale con la latitanza di una traiettoria qualsivoglia rettilinea, laddove si prospetta in realtà il moto ondivago e irregolare che si attesta di fatto a caratteristica pregnante.

Così le esistenze individuali si disperdono nelle possibilità della partenza, variamente connotata come fuga, viaggio verso l’ignoto, speranza:  importa che il migrante sia spinto dall’obbligo di dover partire, di andare, di non potere restare nella propria terra. Ragioni molteplici per una costrizione dal sapore amaro.

La necessità estrema di rottura con le proprie radici si manifesta con una dolorosa imposizione: l’impossibilità di potere mantenere le proprie abitudini, di continuare a nominare la vita coi suoi accreditati attributi, di corrispondere – soprattutto – un’identità a se stessi.

Effettivamente, in definitiva, il problema di fondo della questione del migrante è primariamente quello riguardante la definizione del sé: la mancanza di specificazione di appartenenza si traduce in un’assenza di fondo di identità, intesa come sedimentazione nel tempo dei modi che ci consentono di tracciare un confine netto tra chi siamo e chi invece non siamo.

La fragilità essenziale quindi diventa condizione inevitabile per il migrante ed è eletto a tratto esistenziale debilitante, causando l’impossibilità di attribuirsi una chiara e tersa definizione del sé. Conseguentemente, ne derivano questioni antropologiche e sociali di non scarso rilievo per la persona migrante.

Asserendo quanto sopra, si vuole concettualizzare la figura del migrante come quella soggetta a costrizione e non a libera scelta e come quella cui manca la stabilità recata dall’identità, motivo per cui all’incessante spostamento verso un luogo proprio si unisce la costante ricerca di elementi di stabilità per definire se stessi.

Vogliamo portare una voce tra tante e una voce per tutte: la voce di un poeta, la voce – pima di tutto – di un uomo.

Sono tanti gli episodi lirici in cui Giuseppe Ungaretti lascia trasparire e poi manifestare con toni più marcati questa sua peculiare condizione di migrante: momenti letterari che non mancano di una profondità poetica ed umana indicibile.

In Girovago (“In nessuna / parte / di terra / mi posso / accasare /A ogni / nuovo / clima / che incontro / mi trovo / languente / che una volta / già gli ero stato / assuefatto / E me ne stacco sempre / straniero / Nascendo / tornato da epoche troppo / vissute / Godere un solo / minuto di vita / iniziale / Cerco un paese / innocente /”), il poeta esprime l’impossibilità di trovare un luogo da indentificare come propria casa, che possa in altre parole ricostituire quel quid di radici che appare per Ungaretti reciso. In ciò – in questo languore nostalgico – si manifesta quella che è una prassi di perdere ed acquisire familiarità con i nuovi ed altri posti che gli si presentano dinanzi, compiendo una ricerca – un quest – di fatto inesauribile ed incessante, sempre dilatata e spinta verso il nuovo ancora da incontrare (un nuovo che si connota come innocente ossia avulso dalle dinamiche belligeranti di una guerra non soltanto esteriore ma anche interiore con una sorta di corrispondenza tra mondo esterno ed interno).

In altre poesie invece pare che possa risultare più vivido il tema propriamente riferito alla sua condizione personale di lontananza dal luogo natio, una tematica che si può in questo senso allargare a molte altri voci in campo poetico che testimoniano egualmente questo sentimento struggente per la patria distante.

In particolare, Levante è sicuramente esemplare in ciò: “La linea / vaporosa muore / al lontano cerchio del cielo / Picchi di tacchi picchi di mani / e il clarino ghirigori striduli / e il mare è cenerino / trema dolce inquieto / come un piccione / A poppa emigranti soriani ballano / A prua un giovane è solo / Di sabato sera a quest’ora / Ebrei / laggiù / portano via / i loro morti / nell’imbuto di chiocciola / tentennamenti / dei vicoli / di lumi / Confusa acqua / come il chiasso di poppa che odo / dentro l’ombra / del / sonno /”. L’episodio del ricordo si fonde qui con quello della nostalgia ed entrambi finiscono per sovrapporsi all’immagine della realtà: in questo forse consistono l’intensità e la forza del sentimento con cui la poesia infine si pone al lettore. Il dettaglio oggettivo connesso al dato visivo forma un tassello unitario con quello che è il desiderio di tornare con la mente alla propria casa, e questo climax poetico non può che giungere a comunicare pienamente una possibile traduzione emotiva del termine migrante.

Un’altra poesia che poggia e fa perno sul dato biografico per eccellenza è sicuramente la bellissima In memoria: “Si chiamava / Moammed Sceab / Discendente / di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria / Amò la Francia / e mutò nome / Fu Marcel / ma non era Francese / e non sapeva più / vivere / nella tenda dei suoi / dove si ascolta la cantilena / del Corano / gustando un caffè / E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono / L’ho accompagnato / insieme alla padrona dell’albergo / dove abitavamo / a Parigi / dal numero 5 della rue des Carmes / appassito vicolo in discesa. / Riposa / nel camposanto d’Ivry / sobborgo che pare / sempre / in una giornata / di una / decomposta fiera / E forse io solo / so ancora / che visse /”. Questa volta, il tema del migrante si apre alla questione identitaria come matrice fondamentale del non avere radici: l’uomo fra due mondi, quello arabo e quello francese, amico di infanzia del poeta, che in bilico fra chi era e chi è, non può dare risposta al problema esistenziale dell’io. Impossibilitato a definirsi, manchevole di una norma del sé, muore suicida, dando soluzione all’insolvibile. In maniera più pacata, i versi del poeta ritraggono anche la sua di situazione, con un gioco di riflessi che non può che non disvelare un comune disagio identitario.

Ritengo che queste due ultime poesie soprattutto possano assurgere a manifesto di Ungaretti come poeta e uomo migrante: evidenziando quelli che possono essere interpretati come modi di sentire comuni e condivisibili con tutta la coralità di migranti.

Girovago aggiunge qualcosa di più: l’attributo della guerra, che, ad ogni modo, non fa che acuire un problema umano oggi più che mai sentito e diffuso. Quello del migrare.

Perché gli uomini non sono uccelli, non hanno volo, ma hanno peso, ed hanno piedi: gli uomini non sono leggeri.

Questo dipinge il dramma di chi è costretto a vivere una vita che appare connotata dai toni dolorosi della tragedia: quella di chi per sopravvivere deve abbandonare ogni cosa che gli è fino a quel momento appartenuta.

Viene da chiedersi, infine, chi sia il migrante. Sono veramente soltanto coloro che abbandonano il loro paese? O c’è di più. Io ritengo che le attuali condizioni postmoderne in stato avanzato abbiamo concorso decisamente a renderci, quasi tutti, migranti. Chi diviso fra più famiglie, più case, più lavori, più figli, più genitori: una situazione plurima e molteplice di ogni esistenza. Il postmoderno ci vuole tutti migranti. Da noi stessi.

Resta davvero da chiedersi se valga la pena di tutto questo. L’impossibilità di darsi definizione e di rinunciare ad un’identità ci fa uomini minori. E per descriverci, purtroppo, non siamo tutti poeti. M.L.

                                  

tn_TERRA TREMA UOMINI1 usata Ungaretti migrante

3 thoughts on “Il migrante poeta: Giuseppe Ungaretti, di Margherita Lollini”

  1. Grazie per l’analisi, Margherita e per il calore di verità, anche poetica, con cui l’accompagni. “Perché gli uomini non sono uccelli, non hanno volo, ma hanno peso, ed hanno piedi: gli uomini non sono leggeri.” Chi può smentirlo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: