Nel moto apparente di Rita Galbucci. Recensione di Luigi Paraboschi

Nel moto apparente di Rita Galbucci. Recensione di Luigi Paraboschi.

                      

                                

Cercavo, leggendo questa raccolta, di dare l’abbrivio ad un giudizio estetico o emotivo, come solitamente passa tra me e ciò che leggo in poesia, prima di cercare di scriverne, e mi sono lasciato agganciare da questi versi

“le parole inciampano
tentano la traduzione
infilano strade da baro“        

e, leggendo, mi sono accorto che anche le mie parole inciampavano e tentavano la traduzione di fronte a questi testi.

Perchè mi succedeva ?

Molto probabilmente è avvenuto che, contrariamente alle mie abitudini, avevo letto in apertura, ancora prima dei testi, l’introduzione di Francesca del Moro, e, confesso che la sua autorevolezza critica così ben orientata ad evidenziare come  questa poesie “ incarnassero, quasi ontologicamente la donna in sé “ mi aveva in certo qual modo messo di fronte ad una condizione inequivocabile di poesie-al-femminile, categoria questa, che da sempre rifiuto nella mia interiorità, in quanto mi ostino a pensare che la condizione umana sia tutta bisessuale, e che, a parte qualche caso di evidente “ machismo “, la poesia attuale sia caratterizzata da lavori che possono spesso assumere connotazioni non solamente femminili o non solamente maschili.

rita galbucci
rita galbucci

Spero di non suscitare con questa premessa il risentimento di qualche femminista (verso la quale mi sento di dichiarare  da subito tutta la mia incondizionata adesione per le  giuste rivendicazioni portate avanti), ma non ho il coraggio di poter escludere che questa raccolta abbia un respiro non solo unidirezionale, ma copra con il suo sguardo anche le fatiche, i dubbi e le amarezza di molti uomini, e di molti padri o amanti.

E’ certamente vero che l’uso dei pronomi e degli aggettivi coniugati al femminile non lascia spazio ad interpretazioni ambigue, tuttavia  mi sembra di poter affermare che alcuni testi potrebbero assumere benissimo anche una valenza al maschile, senza nulla togliere al loro valore poetico.

Ciò che vorrei sostenere è che dai testi esce una figura che non è solamente giocata al femminile, ma si fa ambivalente e forse l’autrice ne è ben conscia quando assume sopra di sé posizioni anche fisiche non propriamente del suo sesso, e scrive:

Siedi in posa da uomo
larghe le gambe
fermi i pensieri
sei senza sesso”

Non vorrei esser frainteso attorno a queste mie affermazioni; il mio desiderio è di ribadire che queste poesie hanno sì un valore di “ categoria “ ma inglobano un messaggio universale che non può essere limitato esclusivamente al mondo femminile. Di certo la Galbucci è donna, di certo è anche figlia e soprattutto è anche madre, ma l’angoscia che la conduce alla scrittura dei versi che verranno qui di seguito non è diversa o lontana dalla stessa angoscia che spesso affiora in poeti del sesso opposto :

“è un ventre vuoto
questa giornata muta
che mi conduce
e un compimento
che so solo intuire“     

E’ una raccolta questa che vuole certamente raccogliere e rappresentare il cammino di gran parte della vita dell’autrice, ed alla fine affiorano i ricordi più indietro nel tempo,  tra i quali quello di un nonno la cui presenza e le cui debolezze devono di certo aver condizionato in parte anche la vita della poetessa, un nonno che

“…stava seduto sotto il melo
il ramo più secco e per foglia
un cappello panama
ad ombreggiare rughe.

Centellinava il tempo
come insegnare all’albero
la pazienza del crescere
pomeriggi lenti, tirati come elastici
ad allungare il vivere.”

Subentra poi il giudizio a posteriori sull’uomo :

“ore a contemplare Edera
quello era il suo nome
donna selvatica e scarmigliata
armata di zappa
esibizionista dell’orto
per il rapimento di mio nonno.”

 E sorge in lei la domanda alla quale forse la risposta non è mai giunta, neppure quando gli anni saranno trascorsi

quale femminilità
avrà  egli scorto infine
per rimanerne così incantato.
Vera donna diceva.

Mentre sgraziata lei
sputava sulle zolle
sfacciata e libera
inchiodando al torno
il re dell’alberino !”

Di fronte ad una visione di uomo nella sua veste un poco libertina che si forma in una ragazzina, ci incamminiamo attraverso un percorso di vita che sembra essere cosparso di tentennamenti, ed incertezze quando essa scrive

ero satellite
credendomi pianeta “

ed ancora :

“ ci trasformammo in ascolto
poi stanchi
imboccammo il silenzio “  

 Ma come negare che versi come

“ la fatica che a morire
ci si abitua piano piano “

possono benissimo stare alla pari con questi altri di un poeta (uomo) che scrisse

“ la morte si sconta vivendo “ ?

Dopo quel nonno che mostrò dagli inizi le debolezze maschili, appaiono altre figure verso le quali non si può dire che lo sguardo dell’autrice sia carico di benevolenza.

C’è un testo che di certo fa riferimento ad un’esperienza adulta  che lascia capire come spesso gli uomini siano sempre presi dalle attrazioni per le varie “Edere” nelle quali si imbattono, e  questo testo dice :

“ l’eco dei miei tacchi passando
si porta questi piedi innamorati
che ti tengono forte sopra di me
o sotto di me ginocchia pancia
seduti, in piedi
al buio o allo specchio.”

E qui affiora  l’eros che l’orecchio abbina al rumore dei tacchi, ma ecco riapparire il ricordo di quel nonno un po’ guardone come tutti gli uomini quando l’autrice si rivolge al suo uomo chiedendo :

“lo hai sentito il rumore dei miei tacchi?
Era ieri mentre passavo
lo ha sentito il tuo vicino
che si è affacciato
e ha desiderato.”

Perciò la conclusione non può essere altro che la conseguenza diretta del giudizio negativo che la ragazzina di allora dava al comportamento della “esibizionista dell’orto”, Edera:

“ma ho svoltato
l’angolo in fretta
e mi sono tolta le scarpe”

Molte poesie, anzi direi quasi tutte, sono un riandare ai ricordi, alla amarezza, ed affiora la consapevolezza che il tempo logora i sentimenti, i desideri,  ma soprattutto si appannano la bellezza e la freschezza del corpo.

“Disinvestito il capitale
delle morbide linee
che ti disegnano i confini
tolti gli addobbi
che ti incatenano
con scettro e corona
siedi irriverente
ingrata alla lusinga”

A questo punto dell’età

batti la cassa
delle azioni giuste”

il che è un po’ come dire che invecchiare significa diventare moralisti e

“E ti spingi un po’ più in là
dove non hai paura
di non desiderare
il desiderio di nessuno.”

La fine del desiderio.

E’ questo l’amaro destino che emerge dal conflitto tra i sogni non realizzati e una realtà concreta  di donna che vede  sé stessa in modo stanco

“Ti ho dimenticato
per l’arco di un’intera ora
me riflessa concentrata
nel tondo della pentola

a consolarmi col cucchiaio”

E  la notizia della scomparsa da un vecchio amore porta  la sorpresa  di riscoprire qualche residuo di passata passione

“non ci vediamo da cento anni
e da cinquanta ogni giorno
so di non pensarti più
e mi è chiarissimo
che neppure tu mi pensi.

Un conoscente mi dice
che due settimane fa sei morto.

così sei tornato prepotente
a bussare al mio portone
che furbo stratagemma
hai tolto dalla scatola il mio cuore



e ora sono felice e pure disperata
perché non posso dirti che sono qui
di nuovo sveglia e carica di baci
per te che non mi hai mai lasciata”

NEL_MOTO_APPARENTE_1Ecco alfine svelato il titolo, così bello come lo si apprende da una poesia di apertura del libro
“nel moto apparente”

non è altro che  tutto l’insieme del vivere, il quale
“resta ancorato
all’unica azione
lo scivolo stretto”

che è altro che il nostro andare avanti verso
lo sguscio alla luce
che vita si compie
e si spacca”

      

E in questo moto apparente non resta altro che sperare in un poco di amicizia, anche quella fortuita, casuale, quella che nasce dall’incontro tra due donne che si raccontano davanti ad un fetta di anguria ed una birra le vicissitudini di due esistenze dai cuori sfilacciati

“Non che mi manchi l’allegria
oggi ho mangiato anguria
e bevuto birra con la
mia nuova amica.
Anche lei è stanca
e la sua terra è fredda
dà solo cavolo nero
e uranio per le guerre
e uomini duri ubriachi
che picchiano le mogli
siamo così uguali se lei
mi racconta delle botte
mi copro di lividi poi
apro il mio stomaco
e le mostro un cuore
sfilacciato uguale al suo,

E’ sempre con un sorriso
che ci salutiamo.”

Foto:11.12.2001

                      

One thought on “Nel moto apparente di Rita Galbucci. Recensione di Luigi Paraboschi”

  1. Ho scoperto con sorpresa e piacere che Rita, Rita Galbucci, che conosco da quando sono nata, scrive poesie. All’improvviso la poesia mi ha permesso di avvicinarmi a lei.

    Grazie anche a “Versante ripido” che mi ha permesso questa scoperta!

    marina farzini

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