Noi che facciamo?* di Raffaele Niro

Noi che facciamo?* di Raffaele Niro.

   

   

Bisognerà pensarci a quello che facciamo, noi.
“La cultura non ha mai evitato le catastrofi” dichiara Pennac. Ed è vero. Cosa può fare, dunque, la cultura?
La cultura dovrebbe avere la forza di conservare la memoria, di saper leggere il presente e d’indicare un’idea di futuro. Questo dovrebbe fare.
E la poesia?
Anche. La poesia, anche, dovrebbe conservare la memoria, dovrebbe saper leggere il presente e dovrebbe indicare un’idea di futuro.
Ma come?
Partendo dalla lingua. La poesia dovrebbe essere come una cassetta di sicurezza dove vai a depositare, in ogni poesia, in ogni cassetta, almeno una parola di valore. Per non perderla. Per tramandarla. Perché ogni parola è indice dell’evoluzione umana. Se nella lingua inuit, secondo l’antropologo Hugh Brody, “esistono molte parole per descrivere le diverse forme e condizioni della neve”, questo significa che gli Inuit hanno osservato così tanta neve da arrivare, ogni volta, a scorgere una piccola sfumatura che la distinguesse dalle altre, al punto, di avere l’esigenza di chiamarla diversamente. Significa tempo, attenzione, riflessione, cura. Perdere una parola significa rinunciare a quel tempo, a quelle attenzioni, a quelle riflessioni, a quella cura. Significa perdere un patrimonio. Impoverirsi.
L’uomo occidentale medio, oggi, ha bisogno di leggere cose facili, cose addirittura banali. Un ragazzo, oggi, ha un bagaglio linguistico di circa 500 parole. E, purtroppo, chi scrive poesia asseconda questo bisogno, si è arreso a questo dato di fatto.
Se i poeti d’inizio novecento erano ancora “fortini” della lingua, i poeti contemporanei scrivono la lingua del quotidiano, cercando di trovare in questo estremo tentativo un appeal verso i lettori che si è perso.
Noi che facciamo?

Regole. La poesia è anche questo, è anche regole. Ma in modo dinamico, vivo. Non sto dicendo che un poeta del terzo millennio debba scrivere come un poeta del duecento. Non dico che chi scrive debba usare per forza l’endecasillabo, ad esempio. Dico che la poesia deve evolversi assieme all’uomo. Allo stesso tempo la poesia deve rispondere a delle regole, alla pari dell’organizzazione sociale. Perché la poesia è roba degli uomini. Può, dunque, cambiare la metrica, ma una metrica ci deve essere e deve essere la metrica di quel tempo in cui viene scritta la poesia.
Il verso libero, nella sua totale autarchia, ha distrutto tutto, compresa la regola del verso libero.
Noi che facciamo?

Ricerca. L’uomo è alla continua ricerca di qualcosa. Perché la poesia non dovrebbe essere ricerca?
Se vogliamo disegnare il futuro dobbiamo immaginarcelo. E per immaginarcelo dobbiamo spingerci oltre, cercare nuove strade. La poesia dovrà evolversi assieme all’uomo, nuovamente.
La ricerca è mettere le ruote a una valigia che per millenni hai portato a mano, far viaggiare nell’etere il contenuto di una lettera e non il suo contenitore, individuare la centunesima differenza di neve.
Noi che facciamo?

La poesia di oggi rispecchia l’umanità di oggi. E questa umanità, rispetto a quella di quarant’anni fa, ad esempio, è degenerata. Questa umanità è in una fase di involuzione. Fare poesia, o semplicemente leggerla, potrebbe aiutare a costruire un’umanità migliore.
Noi che facciamo?
La poesia, in fondo, è uno dei migliori osservatorii sull’umanità.
Leggiamola.

    

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* è il titolo di una poesia di Rocco Scotellaro

                            

vivere (ikiru) - akira kurosawa
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