Note su Gli impiegati vanno di fretta di Silvio Perego, a cura di L. Paraboschi

Note su Gli impiegati vanno di fretta di Silvio Perego ed. Lampi di stampa 2012, a cura di L. Paraboschi.

   

   

Silvio Perego dice di sè:

Sono nato nel 1970 a Legnano (MI) dove tuttora vivo. Come poeta ho esordito nel 2009 con la raccolta “Jazz” (Lampi di Stampa, fuori collana “Festival” a cura di Valentino Ronchi – finalista premio Manfredi 2009 e Città di Arona 2010) con la prefazione di Ottavio Rossani, cui ha fatto seguito nell’aprile 2012, il mio secondo libro di poesie “Gli impiegati vanno di fretta” (premio Terzo Millennio – Roma) con una nota di Valentino Ronchi.
È del 2010, la Plaquette “scampoli di vita fuori città” (con disegni originali di Gianfranco Enrietto) per le Edizioni Gattili.
A maggio 2009 è andato in scena un mio testo dal titolo “Kalgoorlie – Non si può fare” liberamente ispirato agli emigrati italiani in Australia negli anni venti.
Inoltre, ho pubblicato i romanzi di narrativa “L’inganno” (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2006) e l’e-book “Cracker” per le Edizioni Haiku di Roma – 2012.
Miei lavori sono presenti in varie antologie poetiche fra le quali Navigando tra le parole (Il Filo, 2004), L’impronta esatta del respiro (Ed. Voci della Luna, 2007), Il segreto delle fragole (Lietocolle, 2008) e online (rainews, la poesia e lo spirito, anobii, minimumetmoralia e criticaletteraria).

027E nella quarta di copertina del libro in esame leggiamo:

Arrabbiato e malinconico, Silvio Perego segue la sua strada senza troppo badare al sistema delle lettere e a ciò che richiederebbe per farvi parte. Dal suo osservatorio borbotta e impreca, segna su un taccuino immaginario croci e delizie del suo tempo, buoni (pochi) e cattivi (tanti). La storia dei libri di scuola e della cronaca si fonde con la storia di tutti i giorni, con la gente in ciabatte, coi pomeriggi nei fast food, senza riscontrare grandi differenze di meccanismi, moventi e risultati. Un’umanità grossolanamente divisa tra chi decide e chi subisce, comunque sciocca, arraffona, ostinata, e inesorabilmente confusa.

   

Decisamente la poesia di Silvio Perego non è quella che si potrebbe definire  per lettori tradizionali, quelli  con il gusto per il sottinteso,  alla ricerca di assonanze, di musicalità, di sottili messaggi per iniziati ; no, accostarsi al volume “ Gli impiegati vanno di fretta “ ( ed. Lampi di stampa ) richiede una libertà di pensiero e un anticonformismo letterario che non si riscontrano sovente negli appassionati di poesia.

Ma la sfida che l’autore ci lancia con questo libro è come quella di coloro che giocano a nascondino, e affidano a “ chi sta sotto “ il compito di ritrovali, e noi che in questo caso “ stiamo sotto “ leggiamo le sue confessioni dobbiamo ricostruirci il loro percorso per scoprire chi o cosa c’è alla base della materia di questo poeta.

Mi sembra di  poter  individuato la chiave “ formativa “ della poesia di Perego in un testo a pag. 25,26 che dice

sono cresciuto a due passi dalla camera mortuaria/non so se voglio fare crescere i miei figli in quello stesso posto/perché non puoi girare la testa/e dire di non vedere……..

……………perché c’era sempre gente/a ogni ora/venivano lì apposta per morire

E’ il senso della morte, la sua presenza che permea quasi tutti gli scritti di questo autore ( e si tratta di una morte civile, di una morte sociale )che impedisce a lui, specchio della società, di sperare, e credere.

Ma non vorrei con questa apertura scoraggiare i lettori bensì indurli a riscoprire attraverso testi successivi la sottile angoscia che li attraversa tutti.

C’è in tutte le poesie una  riflessione che si apre sul mondo circostante in modo scarno anche se nell’ottica post moderna di molta poesia degli autori più giovani  che si possono leggere oggi, (ed il riferimento ai testi di Francesco Targhetta già recensito su questi spazi, è d’obbligo.)

E’ il mondo  squallido ma vero, dei MacDonald, della Tv bugiarda,  dei precari, della politica che ha tradito  il suo compito, di coloro, come lui, che

 “hanno ancora 25 anni di rate del mutuo da pagare”, ma che “ vorrebbero che crollassero gli ultimi muri rimasti/ a Gerusalemme/ a Cipro / a Ceuta il muro della morte/ il muro del deserto/ il muro dimenticato, un mondo triste “di gente che cuoce tonnellate di carne rossa/ dietro queste buffe casette / che ricordano un po’ San Francisco “.

Quello che viene fuori dalla lettura è un mondo  “ dolente e scosso da una brezza umile che ricorda un bacio triste “ il mondo di chi è conscio che ““sono 30 anni che vedo come girano le cose// i primi cinque sono stati una grande palla magica colorata/che rimbalzava ovunque e non riuscivo a prendere/ poi sono stato risucchiato nel mondo labirinto//per chilometri e chilometri/prima di imparare a vivere senza sorridere/sopportando con calma/ un mondo nel quale la speranza è ridotta a cosa, ove “ potrai mandare baci alla luna/e anche se ti massacreranno/e non ti crederanno,/ti spingeranno negli abissi della realtà /e ti costringeranno a mentire e a rinnegare le tue convinzioni/poco importa/quello che conta è avere sempre indosso le scarpe preferite/e prendere quella palla./proprio come non ho fatto io/la mente comprende e l’occhio chiuso sente., perché in questo mondo “ la pace appare, compare/ e a volte dorme “.

Ed aggiunge anche questi versi a chiarificazione ( ammesso che ce ne fosse bisogno ) del suo pensiero fondativo : “ viviamo avvolti dal fascino delle rovine della nostra società / ordine/rifiuto/trasgressione/ordine

C’è chiaramente nella struttura del nostro vivere questa coazione a ripetere gesti, atti, segni, simboli, perché attraverso di essi l’individuo perpetua la sua lotta-condanna.

Ma la coscienza del poeta che vive il suo tempo, pur se egli scrive “ fingo di pensare/ perché è solo questo che riesco a fare : fingere “  non lo lascia sordo e indifferente e lo spinge  ad un’ analisi geopolitica “l’america è in ginocchio la louisiana è finita sott’acqua/ l’europa è in crisi di identità/ l’africa ha fame/ l’asia non sa dove stare/ crede sia sufficiente rivendere le sue magliette a queste pance/ pelose occidentali/ per essere perbene/ dov’è la francia populista e garantista ? “

 ed a concludere amareggiato di fronte al conformismo generale

credevo fosse più facile soffrire, sapete?/ e non che tutto dipendesse dal disegno cosmico

/scritto nel vuoto di sensi dell’eterno!/i miei compagni delle superiori non lo immaginano neppure e/non vedranno la catastrofe imminente/per loro è ancora tutto invariato/e il giornale di oggi dice che Cernobyl non è stato così devastante/& il mondo potrebbe sopportare di nuovo un dopotutto atomico/

e conclude quasi ridotto alla disperazione

portatemi via da qui…

                    

Kitchen-maids 1962 by André Masson 1896-1987

                           

La parte del libro dal titolo “ le disarmoniche eufonie” esordisce con un verso già di per sé qualificante che dichiara in apertura di rappresentare poesia di / secondo piano “ e successivamente  egli  conclude  con parole di una lucidità leopardiana “ sono stato messo da parte/ come una donna biforcuta/ che si ritrova sola/ con tutta la rabbia/ sotto gli occhiali /………

questo mondo è davvero così/ questo mondo non è un posto per me /………….

m’incammino verso /la radiosa/finzione/spaventosa della vita/ in cerca di conforto/ per questo mondo rotolante/ 

………………. ho perso tutto quanto / in questo timida città/ho perso tutto quanto/ ma non me stesso “

…………….” volevo/trovare risposte a tutti i costi/percorrere distanze/vendere confidenze/ chi ma/ i saldi sono finiti.

 

Ma la parte finale del volume che si intitola “ Prospettive asimmetriche “  pur annegando nella rassegnazione di questi versi

è inutile armare giudici per decontestualizzare le minoranze/nelle infinite devastazioni sanguinose del tempo/kisinev/katyn/srebenica/starcene a fissarli per ore finché/non ci tirano in mezzo/è inutile lascia perdere, non è così che doveva andare/in certi casi/non è necessario prendere una posizione/Fine.

apre uno squarcio meno angoscioso e disperato sul vivere , perché il ritmo dell’esistenza ci assorbe e omogeneizza tutti

voi che inseguite le stronzate per anni;le stronzate sono sempre le stesse stronzate./volevo informarvi che mi sposerò lo stesso./mi mangerò uno yogurt scaduto da quindici giorni/mi lascerò prendere dalla malinconia/mi prenderò un brufen per la testa/e non renderò conto a nessuno./e ora mi lascio andare a due sorrisi per la mia bimba /se qualcuno mi guarda o/ha bisogno di me/più di quanto io di lui/aspetti/questa sera sarà tragica comunque./così è/e così/sarà/ma ne sono fiero.

E, a rileggere queste ultime parole con la tensione e l’attenzione che merita chi “ è cresciuto a due passi dalla camera mortuaria “ alla fine usciamo da questa visione del vivere riconoscendone la sua validità ma anche non negandoci del tutto uno sguardo più ottimistico che nasce solamente dall’osservazione amorevole verso i nostri figli.

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