Note su Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta, a cura di L. Paraboschi

Note su Perciò veniamo bene nelle fotografie, romanzo in versi di Francesco Targhetta, ISBN Ed. 2012, a cura di L. Paraboschi.

   

   

Già occorre del coraggio per proporre alla lettura un romanzo in versi, ma se di questo volume di quasi 250 pagine, a quanto apprendo,si è riusciti a collocare oltre 3000 copie presso il pubblico, allora mi sorge il sospetto che non si sia trattato di un’operazione di puro marketing, bensì che dietro vi sia qualcuno che, oltre a saper scrivere in versi, abbia anche qualcosa da raccontate con i medesimi.

   

Non sono arrivato a questo testo grazie al “ passa parola” ma mi aveva incuriosito un reportage dello stesso Targhetta attorno ad un breve viaggio effettuato a Teheran lo scorso Natale, del quale l’inserto domenicale del Corriere, la Lettura, riportava la versione integrale, ed allora, la mia reazione è stata “ devo sapere di più attorno a questo autore “.

   

Così sono approdato al volume, l’ho letto una prima volta e, con calma l’ho voluto rileggere, cosa che non mi succede quasi mai con la prosa di consumo commerciale, e come al solito, fedele all’assunto ( tutto mio, lo ammetto ) che alla fine, quando uno scrive finisce per parlare  soprattutto e quasi esclusivamente di sé stesso, ho cercato di riprodurmi un’immagine che mi sembra abbastanza calzante di questo autore- professore alle superiori-  che racconta un itinerario di vita che mi piace immaginare abbastanza autobiografico.

   

Allora, mi domanderete, in cosa consiste il bello di leggere la biografia di un supplente di scuola ?

   

targhettaIl “ bello “ di questa lettura è la capacità di “ fare poesia” che Targhetta possiede, facendo suo tutto il disincanto che scaturisce dall’esame della propria condizione esistenziale che negli anni sessanta avremmo potuto dire influenzata degli scritti di un Sartre o di Camus e che invece negli anni appena dopo si poteva collocare poeticamente suggestionata da “la ragazza Carla “ di Pagliarani, ma ora che corrono gli anni successivi  al crollo di ogni ideologia, ricorrere a tale influenze letterarie, mi sembra sia un voler togliere a questo autore una sua autonomia di formazione e di linguaggio.

   

Il personaggio del libro è un giovane che sembra uscito da una famiglia borghese, ha avuto una formazione cattolica che lo ha marchiato in certo qual modo, e ciò trapela da alcuni sprazzi nella scrittura, come questo che trascrivo

“ ti senti giudicare da quando avevi/ tre anni, con disagio a palate/ per come facevi le capriole sui materassini/per come te la cavavi con le radici quadrate/ e, prima ancora, ricordi, all’asilo, dalle suore/ se coloravi le figure rimanendo nei bordi/ e adesso che lo pretendi/ un riconoscimento /su come hai passato i tuoi anni/ migliori, invece che comprare/ nani da giardino come tutti i tuoi/ assurdi coetanei, ecco che/ un parere lo danno soltanto/ su enti e soggetti altri da te.

   

Non è un vinto, non è uno sconfitto, anche se di sé dice, parlando di un torneo giovanile di ping-pong, in cui viene ripescato dopo numerose sconfitte, per aggiudicarsi una medaglia riservata ai primi sedici

   

“ e te la riguardasti,

a casa, sotto l’acetilene,

a monito di quanto conti,

nella vita, perdere bene.

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L’educazione ricevuta è spesso alla base del lavoro di qualsiasi autore, ed ognuno di noi che leggiamo, se ci pensiamo bene, ne porta addosso i segni, o le stigmate, come è così bene espresso in questo passo

   

 ricordando quando, da queste finestre/ decenni fa, inventariavi le macchine/ che passavano per strada/ come hobby idiota, coi tuoi che pensavano/ a un futuro da meccanico/ rivenditore Audi, copilota, e invece il tuo interesse/ era la catalogazione

   

ed infatti egli sceglie di insegnare storia  perché nella storia a fatti possono essere elencati seguendo la precisione degli avvenimenti, pur riconoscendo il limite di questa operazione, quando scrive :

    

“ perché vorresti scappare in Islanda/ in Perù, a Calcutta/ ovunque non ti domandino questo:/ di insegnare la storia mentre sei tu/ che impari di essere sostituibile/ come tutto il resto

   

Ma l’educazione ricevuta lo ha reso incerto, titubante, insicuro, malfermo nelle proprie presunte certezze di laureato

   

finisci allora per riaprire il file/ e riscrivere sei volte un avverbio / distratto dal tuo stesso respiro/, a chiederti/ perché quest’esigenza di smarcarsi/ di ostentare qualità che poi la gente non nota

   

e anche verso l’ambiente dell’oratorio nel quale egli sembra essere in parte cresciuto rimangono alcune allergie linguistiche derivanti da un certo mondo che non sa possedere la forza e la volgarità dissacrante di  imprecazioni perentorie, e si rifugia in eufemismi che prestano il fianco alla facile ironia, come in questo caso :

   

  e Los che ripete ziocane/ stizzito, a un altro due di picche/ al che io mi incazzo a mia volta/ perché mal sopporto, li , lo zio / al posto del dio, che è come dire/porca paletta, giuda ballerino/ improperi buoni per gli scout/ che non riescono ad aprire il merendino

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E’ un adulto abbastanza infelice il professore rappresentato in questo volume, una persona che soffre la propria condizione di incapace ad entrare nel giro giusto delle conoscenze, e che, durante quelli che egli definisce “ buffet d’imbarazzo” ai quali è costretto a partecipare per ottenere l’imprimatur dal suo professore universitario, tale Pacchioni,  deve riconoscere che

   

 “ devi sempre passare/ per idiota/ se non hai un contratto a tempo /indeterminato, e tu non ce l’hai mai /avuto

   

ed il mondo della scuola è sclerotizzato, autoreferenziale, in cui

   

“ i professori/ dietro armadi durante le riunioni/ solitari, incontattabili, intimisti,/ elementi che per caso/ bucarono il sistema quando ancora/ era possibile la rock ‘n’ roll swindle,/ mentre ora si entra/ soltanto su invito,/ riempiendo  recensioni di com’è noto/ che ti fanno sentire ignorante/ perché a te non è nota mai niente.

   

La conclusione di tutti questi ragionamenti è scoraggiante, amara, di quell’esistenzialismo minimalista che spesso avvolge tutti noi e che ci fa concludere, delusi, che

   

è perché/ occorre, certe volte, la vita, farsela/piacere, con la difficile cura/ di non superare il limite che ci separa/ dal farci del male, o di farcelo/ senza darlo a vedere

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Questo, molto sommariamente, il messaggio che mi ha trasmesso il libro in versi di Targhetta, ma voglio anche aggiungere che il suo linguaggio poetico possiede la capacità di tramutare in forme espressive densissime di significato moltissimi atti della nostra quotidianità che spesso a nessuno di noi viene in mente di definire cosi intensamente, come in alcuni esempi che trascrivo :

   

l’inedia cattiva delle anziane ammalate

………………………………

spritz macchiati di led

…………………………………

maglie uncinate dei lampioni

………………………………..

i visi curvi di angoli incisi

………………………………….

nei giorni abortiti dei cantieri

…………………………………….

spire di corrimano panciuti

………………………………….

   

E la forza descrittiva, ad esempio, di un pezzo come questo

  

ti sembra di vederti allo specchio

tra questi muri di carta da parati

con i cessi scrostati, le vasche

ossidate, gli incensi per coprire

l’odore del vecchio, e il basso continuo

di oggettistica Ikea

   

Ma potrei riempire pagine di citazioni che mi hanno colpito e che riempiono di piacere la lettura di queste pagine che, a loro modo, sono il ritratto di una generazione di ricercatori che sono costretti a fuggire all’estero, di aspiranti attrici ridotte a fare le cameriere, di un addetto alle risorse umane costretto ad effettuare solo tagli al personale per la ditta nella quale è stato assunto, insomma un quadro al quale la quotidianità ci costringe e che dovrebbe farci riflettere, come, ai tempi, la lettura de “La vita agra “ fece riflettere le generazioni precedenti.

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One thought on “Note su Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta, a cura di L. Paraboschi”

  1. Ho letto questo libro proprio su consiglio di Luigi.
    L’ho trovato ben scritto e con passaggi davvero belli, ironici e tristi.
    Ammetto che a volte sembra di leggere un testo de Le luci della centrale elettrica (gruppo che a me piace molto, quindi..), ma questo è l’unico commento negativo che mi viene in mente (e non è detto che sia negativo).
    Concludendo, è un libro che ne vale la pena.
    Procuratevelo.

    lorenzo garnero

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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