Passaggi nella notte, di Rosemily Paticchio

Passaggi nella notte: tra pensieri e visioni sugli animali nella società di oggi, di Rosemily Paticchio.

   

   

Gli occhi di una volpe che ci guardano smarriti nella notte di fronte a un paio di fari lampeggianti,  rallentiamo con il fiato sospeso per interminabili secondi fino alla fuga snella di quel corpo maculato, magari persino ci fermiamo poco dopo sul ciglio della strada avvolta da un silenzio madornale per cercarlo ancora, vedere dov’è imageandato, colpiti da una visione che arriva svelta a traforare il cuore, i battiti s’innalzano, arriviamo a pensare che ci abbia fissati dritto nei globi quasi a riconoscerci, a voler dar voce di un misterioso fiato sillabato dai misteri di Madre Natura. Quale percezione, quali pensieri arrivano oggi ai nostri sensi, alle nostre menti? Certamente si attinge ad un sistema di idee e di emozioni molto più complesso che un secolo fa, fino a quando l’intero mondo degli animali ruotava in funzione dell’uomo nonché dei suoi desideri e “bisogni”, riducendolo a una condizione strumentale, un semplice mezzo. C’è da chiedersi ora se nella contemporaneità gli esseri animali siano diventati piuttosto un fine, una meta di arricchimento del nostro patrimonio affettivo in un’epoca in cui non solo l’umano ha abbandonato completamente la sua spessa veste di egocentrismo nell’universo, ma del suo genere viene anzi esaltata la fragilità, la limitatezza, l’infinita debolezza, le contraddizioni dell’essere individuale e collettivo, riconoscendone la carie che intacca il vivente attraverso soffocanti leggi convenzionali. Ma a queste sfuggono gli animali, fieramente al di sopra di ogni possibile schematismo, di ogni restrizione, di ogni tentativo di preordinamento. Non c’e’ niente di opaco in quello sguardo perso nella notte su di un manto d’asfalto, nessuna sovrastruttura, è solo lo sguardo di una creatura persa in un momento “altro” rispetto al consueto, naturalmente travolta da questa sensazione. È  tutto così autentico che verrebbe ogni volta da sciogliersi in lacrime, così come alla vista di un cervo accarezzato dalla neve in cima a una  montagna, e di fronte a tale dignità, all’austerità, al coraggio di andare in fondo e di soffrire in un cantuccio in pieno silenzio, non c’è che inchinarsi scossi da profondissima commozione. E allora, è per tutto quello che ciò suscita in noi, per l’intima ammirazione o piuttosto per un irrefrenabile “bisogno” di autenticità che l’uomo contemporaneo si riscopre così intrinsecamente legato agli animali, soprattutto ai domestici che vivono con noi, dormono con noi, si cibano al nostro fianco del nutrimento che noi gli forniamo, come figlioletti? O ancora per colmare dei vuoti affettivi, degli squarci di solitudine quasi imposti dalla società di oggi, quasi fisiologici nel contesto in cui viviamo?Questa è la fonte che alimenta il nutrito interrogativo, se attingere ancora alla sfera dei bisogni umani, molto più sofisticati di un tempo, per interpretare criticamente e comprendere a pieno il rapporto con gli animali nel mondo di oggi non lasciandovi alcuna zona d’ombra, o rintracciare, in questa specie di relazione sentimentale, semplicemente una dimensione di puro incanto, di amore, di spontaneità, o infine ammettere la mescolanza di tutte queste componenti. Di certo ne custodiamo con tutta forza lo slancio e il valore affettivo, il senso di rispetto profondo per tutte le creature viventi e ogni essere del creato, intensificatosi negli ultimi decenni tanto che si è elaborata una Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali redatta nel 1978 dall’Unesco, sulla scia di quella dei Diritti dell’Uomo, un passo evolutivo verso la nuova civiltà pur presentando il limite di continuare ad accettare l’allevamento e l’uccisione di animali per l’alimentazione umana. Sempre più prende piede, d’altronde,  la discussione teoretica che coinvolge gli animali nello studio e nel dibattito d’insigni filosofi e bioeticisti,  pensiamo a Tom ReganPeter Singer,  impegnato nel contrastare lo specismo, ovvero la minore considerazione attribuita dagli esseri umani, sul piano morale, alle altre specie animali, che tutti dovremmo combattere così come la violenza e la sperimentazione, inaccettabili crudeltà in una società civile ed “evoluta” come la nostra. Come ben sappiamo ed è ormai conoscenza comune, oltre che in grado di percepire e ricordare, essi manifestano desideri e preferenze, sono in grado di agire intenzionalmente in vista del conseguimento dei propri obiettivi, hanno un’identità, maturano una dimensione esperienziale e, soprattutto, come riferiva il fondatore della filosofia utilitarista Jeremy Bentham, provano come noi forti emozioni e “sanno soffrire”. E’ questo, il sentire la sofferenza, che ci spalanca lo sguardo e consente il grande passaggio verso il processo di umanizzazione e una nuova consapevolezza che prima non c’era e portava a considerare gli animali esseri inferiori e subordinati al genere umano sotto ogni punto di vista. Ma pur guardando sotto questi molteplici aspetti e pur esaltando tutte le riconosciute prerogative e la valenza del mondo animale, si può raccogliere il seme della fertile riflessione per cui la propensione a tornare verso un orizzonte di genuinità dal sapore primordiale, verso la pulizia e la naturalezza dell’essere umano spogliato di sovrastrutture, senza artificio alcuno, ci porti a collocare gli animali così al centro della nostra vita, poiché vogliamo e abbiamo disperatamente bisogno di essere guardati in faccia senza finzione, essere raggiunti da quello sguardo di chi non sa cos’é il bene né il male, non sa fingere, non sa mentire, non crearsi una maschera, non agire nei propri interessi, non concepire il prevaricamento degli altri. E’ impossibile resistere, opporsi a questo sarebbe come rifiutare di vivere guardando dentro all’essenza, dunque non possiamo che gioire se oggi la nostra interiorità e la nostra vita sono arricchite dal loro spirito assolto da ogni peccato, immune alla caduta in basso e così vicino alla nostra sfera affettiva.

« Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere abbandonato senza riparazione ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? La domanda non è Possono ragionare?, né Possono parlare?, ma Possono soffrire?» Jeremy Bentham, Londra 1789.

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