Per Rita, sarta. Poesie di Giampietro Fattorello

Per Rita, sarta. Poesie di Giampietro Fattorello. Con una autopresentazione dell’autore.

    

    

Sono nato nel 1962, nel giorno per me in parte eponimo dei Santi Pietro e Paolo,a Busco di Ponte di Piave, in provincia di Treviso, ove risiedo.
La mia situazione anagrafica mi ha consentito di scorgere, bambino, tanto la morte della società agricola patriarcale quanto la nascita e la diffusione della civiltà industriale. Posso così fregiarmi di abitare in quella che la sociologia venetica della fine del secolo scorso definiva città diffusa, allo scopo di nobilitare ciò che era diventato nelle ultime decadi di quel secolo il Veneto rurale, non cittadino: una landa a suo modo urbanizzata e industrializzata disseminata di capannoni, strade intasatissime, piccoli e medi centri in cui era palpabilissimo un benessere raggiunto con la rabbia atavica dei figli della terra e poi compromesso anche qui dalla ben nota crisi globale esplosa all’epilogo della prima decade del terzo millennio. Scherzosamente, potrei perciò dire di vivere in una città diffusa, ossia di trovarmi nella singolare condizione di chi, compiaciuto, può vantarsi di abitare sia in città che in campagna.
Laureato in Filosofia nel 1987 presso l’Università di Padova con una tesi sul Sapere del principio nel pensiero di Marino Gentile(relatore l’indimenticabile Giovanni Romano Bacchin), insegno materie letterarie in un liceo scientifico del Trevigiano, a Motta di Livenza. Da sempre implicato nella scrittura poetica, mi è capitato, nel corso di anni oramai lontani, di inchiostrare la carta per scriverci sopra pensieri filosofici, racconti e tre romanzi. Considero la letteratura una sonda calata nell’abisso sapientemente manovrata, per tentare di esplorare e decifrare quella che ancora mi ostino a considerare la realtà (anzitutto quella psichica), in questa presunzione sostenuto dalla mia formazione filosofica. Nell’elaborazione della mia idea di letteratura hanno contribuito non poco autori come Leopardi, Kafka, Montale, Gadda e Borges. Con Borges, specialmente, condivido il concetto di letteratura come riscrittura e riproposizione dei temi della letteratura stessa.
L’incrocio tra la mia originaria formazione filosofica e gli interessi letterari divenuti nel tempo sempre più prepotenti, senza peraltro rescindere il cordone ombelicale con l’iniziale genesi formativa, ha generato un’area di intersezione tra pensiero filosofico e letteratura, in particolare sul versante poetico, a cui mi sono dedicato attraverso un’attività per lo più «clandestina». Sono uscito allo scoperto nel 2010 con la diffusione assai limitata di una raccolta poetica autoprodotta, Il Morso del Tempo. Nell’ambito del catalogo dedicato ad Arturo Benvenuti. Uomo, scrittore, artista (Fondazione Oderzo Cultura, Oderzo 2012), curato da Roberto Costella, sono l’autore del saggio Lussino e il gabbiano: la poesia della persuasione in Arturo Benvenuti.Per l’amico Benvenuti, poeta e pittore opitergino di nascita ma psichicamente carsico e lussignano, ho inoltre curatola pubblicazione de L’opera poetica(Edizioni BeccoGiallo, Padova 2014), per la quale ho scritto il saggio Benvenuti, la cenere della vita e la poesia.Sono stato al fianco di Benvenuti anche in occasione dell’uscita (sempre per le Edizioni BeccoGiallo, 2015) di K.Z.. Disegni degli internati dai campi di concentramento nazifascisti, opera in cui compare il mio saggio K.Z.: a futura memoria, accolto anche nell’edizione statunitense (Skyhorse 2017) e in quella austriaca (bahoe books 2017) del medesimo volume.K.Z. presenta i disegni degli internati nei lager nazifascisti, raccolti tra il 1979 e il 1981 da Benvenuti nel corso di ripetuti viaggi-pellegrinaggio per l’Europa, ed è un’opera di memoria tanto significativa ed encomiabile da essersi meritata la prefazione di Primo Levi edita già nella prima edizione di K.Z. del 1983.
Nel 2013 e nel 2014,per la Casa di Cultura Goffredo Parise di Ponte di Piave ho curato due eventi-spettacolo tratti da I movimenti remoti e da Arsenico,il primo dei quali rappresentato anche in riva al Piave a Salgareda, nella prima dimora trevigiana dello scrittore vicentino.In questo periodo, Parise costituisce per me un motivo di particolare interesse, specialmente per il problema che ha attanagliato costantemente la vita del mio illustre concittadino, l’essere venuto al mondo illegittimamente. Nel 2017, per Samuele Editore (Fanna, Pordenone) ho dato alle stampe La Pietra d’Angolo. Versi per Arturo Benvenuti, raccolta che si pone in dialogo con la poetica e la pittura di Benvenuti, anche «fisicamente», visto che una parte dei testi va «a braccetto» con un dipinto benvenutiano rigorosamente in bianco e nero.

La silloge che presento all’attenzione della fanzine di Versante ripido ha come protagonista e dedicataria mia madre Rita Brugnerotto (1925-2006), di professione sarta dai tredici anni fino a qualche mese prima della morte. Una professione che credo corrispondesse a una vocazione. Le otto poesie sono state scritte in diversi periodi, dopo la morte di Rita, con altre tracce di un dialogo costante tra chi resta e chi è andato avanti, avendo l’andato avanti ancora altro da dire, il rimasto un bene da salvare. GF

      

Per Rita, sarta

     

Come il primo alito l’ultimo                               

   L’ansima che smette… e poi riprende.
Una, due volte.
Di scatto mi alzo e vengo da te.
Capisci e apri gli occhi
sempre negli ultimi giorni chiusi.
Mi vedi, vedi esaudita la tua chiamata.
Come una luce sul viso
a trattenere un sorriso.
Un respiro di sollievo, definitivo.

   Requiem aeternam per Rita.

   Cosa si dà nel punto decisivo,
risolutivo…
Vivere l’istante fatale, l’attimo finale,
l’ultimo di tutti i precedenti,
il compimento di tutti i tuoi momenti,
e in quel lampo o baleno improrogabile
(suprema ironia beffarda:
è solo questione di un momento)
sottrarsi all’esperienza conclusiva,
il solo attimo
d’altri più degno di essere vissuto.

   Per sempre chiuso il cerchio?

   Quell’ultimo alito…
quel fiato di finecorsa
(tuti sén fati de fià:
tutti siamo fatti di fiato)
non il semplice sigillo
impresso sulle labbra morenti,
ma spinta rigenerante,
una ribadita consegna,
una seconda nascita
da madre a figlio
(da mare a fiòl).

*

Dov’éa ’a Rita?

      

            ANDAR A CUCIRE

   

A la Maria Carpèla
(che la ’ndéa a pontar par le case)

     

Si no ’l te fèsse ’n paradiso
aposta par ti, anca si paradisi no ghe n’é,
al saràe da méter a l’inferno
l’istesso Padreterno
la saràe da méter a l’inferno
tuta, tuta quanta «la realtà»,
si par ti no la fèsse ’n paradiso
pien de bontà come la tó bontà,
gnentaltro che ’l paradiso
come che ti tu l’à pensà.
(Andrea Zanzotto, ANDAR A CUCIRE)

    

   Dov’éa ’a Rita
coi so aghi da inpiràr,
coi so fii par inbastìr e cusìr,
coi so módèi de carta?
Dov’ée ’e véte de fil,
’e so forbici
e ’a Néchi,
’a machina da cusìr
vècia pressapòc come éa?
Dov’éi i so gésséti, ’e so stéche?
Dov’éa ’a Rita? E ’l metro?
E dov’éo ’l so quadernet dée misure?
Misure? Sfilzhe de numeri?
No, vite da vestìr,
da farghe végnér fòra l’anima
(anca ’na fassina
’a paréa ’na regina).
Dov’éa ’a Rita adess,
’a Rita ’a sartóra?
Mi lo so dove che la é adess,
anime bóne e sante.

     

A Maria Carpel (che andava a cucire presso le famiglie) Se non ti facesse un paradiso / apposta per te, anche se paradisi non ce ne sono, / sarebbe da mettere all’inferno / lo stesso Padre Eterno / sarebbe da mettere all’inferno / tutta, tutta quanta la realtà, / se per te non facesse un paradiso / pieno di bontà come la tua bontà, / niente altro che il paradiso / come tu l’hai pensato.

Dov’è Rita? Dov’è Rita? / con i suoi aghi da infilare, / con i fili per imbastire e cucire, / con i suoi modelli di carta? / Dove sono le gugliate, / le sue forbici / e la Necchi, / la macchina per cucire / vecchia pressappoco come lei? / Dove sono i suoi gessetti, le sue stecche? / Dov’è Rita? Ed il metro? / E dov’è il suo quadernetto delle misure? / Misure? Sfilze di numeri? / No, vite da vestire, / da farci uscire l’anima / (anche una fascina pareva una regina). / Dov’è Rita adesso, / Rita la sarta? / Io lo so dov’è adesso, / anime buone e sante.

     

Nota

L’incipit richiama la serie poetica Onde éli (Dove sono) che in Idioma di Andrea Zanzotto è «ispirata al topos classico dell’ubi sunte alla Ballade des dames du temps jadis di François Villon», come annota Stefano Dal Bianco in A. Zanzotto, Le poesie e prose scelte, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 20035, p. 1654. L’ultimo verso della poesia rinvia alle Aneme sante ebone, pur invertendone l’aggettivazione, raccolte sempre in Idioma di Zanzotto.

*

Le invisibili porte

   La tua dipartita, cara Rita,
se ora rimugino su quel registro
ove figurano entrate ed uscite,
guadagni, perdite e ammortamenti,
penso annodata al finissimo sistro
di Iside, ad Osiride che risorge
ed ai tintinni a invisibili porte,
porte che mi si aprono sola-mente,
con la sola mente, psichicamente,
porte che sapevamo già aperte
ancora prima che tu le varcassi.

    

Nota

Il«finissimo sistro / di Iside»(vv. 5-6) è una ripresa dei «finissimi sistri d’argento»(v. 20) de L’assiuolo in Myricae di Giovanni Pascoli, così come i vv. 7-8 («ed ai tintinni a invisibili porte, / porte che mi si aprono sola-mente») citano i vv. 21-22 della stessa poesia pascoliana: «(tintinni a invisibili porte / che forse non s’aprono più?…)».

*

Il pieno più che il vuoto

   Ora che il distacco è ormai avvenuto
e la perdita è scritta nel registro
sotto la voce «uscite irreversibili»,
dato spietato dell’amministrare
a partita doppia, quella del dare
e dell’avere, non ritengo ancora
chiusa la partita, perché i conti
non quadrano e non tornano del tutto
in un bilancio senza preventivo
che non so se sia attivo o passivo.
Ignoro anche la data di chiusura
dell’esercizio finanziario in corso,
ma se faccio una stima pur provvisoria
avverto che oltre alla grande vuotezza
mi hai lasciato una grande pienezza,
ma è, credimi, il pieno più che il vuoto.

      

Nota

L’«Ora che» incipitale della poesia e della successiva Nuova genesi ricalca quello altrettanto incipitale de A mia madre ne La bufera ealtro di Eugenio Montale: «Ora che il coro delle coturnici / ti blandisce nel sonno eterno» (vv. 1-2). Parole che sono quasi integralmente trasferite nei vv. 8-9 di Nuova genesi.

*

Nuova genesi

   Ora che la tua voce è afona
non smetti di parlarmi, anzi…
da qualunque luogo tu sia,
quel qualunque luogo
che tutti attende paziente
senza sbagliare un solo colpo.
Da che te ne sei andata
dove anche te il coro delle coturnici
blandisce nel sonno eterno
e non puoi più aspettare il mio ritorno,
mi hai dato ciò che sempre,
se lei è una vera madre
e lui un vero figlio
in un reciproco
riconoscimento,
ciò che sempre dà una mater
dopo essere dipartita:
una nuova genesi, una nuova vita,
mia cara, carissima Rita.

*

El bon sartór

   Rita, ti no te véa let Dante,
ma anca ti te savéa
che el bon sartór adata ’a còtoea
al toc de tessudo che l’à pae man.
Bastéa che i fosse poc pi che retài,
scanpoi o anca scanpoeti,
parché te ghe cavesse fòra
un capo da vestir.
Anca lóra se podéa véder
el to senso déa misura
e come dal poc
te savesse ritajar
e tirar fòra el mèjo
che chél poc el podéa dar.
Anca cussì te mostréa de saver
co l’é el tenp de fermarse.
No te voéa forse dir,
senzha saverlo,
che el pi méjo,
el bocón pi bon,
el resta senpre in fondo?

      

Il buon sarto Rita, tu non avevi letto Dante, / ma anche tu sapevi / che il buon sarto adatta la gonna / al pezzo di tessuto che ha per le mani. / Bastava che fossero poco più che ritagli, / scampoli o anche scampoletti, / perché ci ricavassi / un capo d’abbigliamento. / Anche allora si poteva vedere / il tuo senso della misura / e come dal poco / sapessi ritagliare / e tirare fuori il meglio / che quel poco poteva dare. / Anche così mostravi di sapere / quando è il tempo di fermarsi. / Non volevi forse dire, / senza saperlo, / che la parte migliore, / il boccone più buono, / resta sempre in fondo?

     

Nota

I vv. 3-4(el bon sartór… man) rinviano a Paradiso, XXXII, vv. 140-141: «qui farem punto, come buon sartore / che com’elli ha del panno fa la gonna»(qui ci fermeremo, come il buon sarto / che confeziona la gonna in base al panno a sua disposizione); sono parole di San Bernardo, che così interrompe l’elencazione dei «gran patrici»(v. 116), le anime beate più nobili del Paradiso celeste.

*

Non solo cucitrice ma scrittrice  

    

A Giacomo Burei,
el sior Giacomo,
conoscitore di tessuti,
in nome della reciproca stima
che lo legava a mia madre Rita

     

   Non solo cucitrice ma scrittrice
non combinavi parole
ma tagli di tessuto
e formavi architetture da indossare.
Chissà se avvertivi
– non lo posso escludere –
che il taglio e il cucito
nelle tue mani
non erano semplici operazioni:
misure da prendere, modelli di carta,
il segno bianco del gessetto,
il taglio, l’imbastitura,
le prove e la cucitura,
la finale stiratura.
Non erano solo rigore,
non erano esclusiva geometria,
cosa che di per sé è già poesia.
Taglio e cucito
erano il senso della tua vita
e penso, Rita,
che fossero il tuo testo implicito,
quello che sta alle spalle
di ogni nostra scrittura,
di ogni cura e misura.
Con ago e filo tu pungevi e trapungevi,
senza trascurare di interpungere,
prima di tutto, la tua anima,
per segnare le pause, il tono, il colore
del tuo fraseggio.
E così non ti smarrivi
ed eri in salvo:
l’ago della bussola mentale
ti indicava la direzione di marcia
e ti bastava una traccia,
un indizio o un segno anche stampato a caso,
per orientare lo sguardo e il passo
verso il traguardo.

*

I tuoi portafortuna

   «’Nden far calcòssa».
«Andiamo a fare qualcosa»,
dicevi dopo la sigla finale
del telegiornale.
Jèra ’e do dopo miodì.
Erano le due del pomeriggio.
Ma quel calcòssa
per te non era una cosa dozzinale,
una qualsiasi abituale cosa,
ma l’aria vitale, il modo di essere
ove la tua anima ancora respira e riposa.

   Farcalcòssa voéa anca dir
«far un pónt».
Fare qualcosa voleva anche dire
«lavorare di cucito»:
prendere le misure e annotarle
inte ’l quadernet, nel quadernetto;
tracciare e ritagliare modelli di carta
se il capo era complicato;
segnare col gessetto le varie parti
del vestito in corso d’opera;
tagliare il tessuto
− ma, attenzione, dicevi spesso:
«Zhénto misure, un tajo sol»
(«Cento misure, un taglio solo») −;
imbastire con il filo bianco
(el fil da imbastir);
passare alla prova
(anche più di una se necessaria);
cucire a macchina, ossia darghe un gaso,
(quante pedalate sulla Necchi!
più che in bicicletta!);
stirare inappuntabile il vestito finito.

   Quello che alla fine si vedeva
jèra còtoe, camise, tajur, paetò,
vestiti e vestitini,
qualche pèr de braghesse da òn,
tuti fati su misura e co bravura,
no strazhe butae là
ma cusìdi in dòss a l’anima
de ogni un che li varìa pórtai
(erano gonne, camicie, tailleur, cappotti,
vestiti e vestitini,
qualche paio di pantaloni da uomo,
tutti fatti su misura e con bravura,
non stracci buttati là,
ma cuciti addosso all’anima
di ognuno che li avrebbe portati).
Ma quanta sapienza
dietro quelle cuciture!
Quanta dedizione!
Quanta arte, la poesia della precisione!

   Non la gabbia o la cappelliera
di Liuba che parte
o il topo bianco d’avorio di Dora,
ma ago e filo e ditale
(ago, fil e didial)
e qualsiasi altro attrezzo da sarta
erano i tuoi amuleti segreti,
i tuoi talismani palesi,
i tuoi apotropaici portafortuna,
verso cui aguzzavi la vista
come il vecchio sarto che osserva la cruna.
La sartoria, la tua signoria,
era il tuo azzardo,
non solo la tua esistenza,
e così, al di qua del vuoto totale,
assoluto,
eri salva.

      

Note

I vv. 53-54 («Non la gabbia o la cappelliera / di Liuba che parte») si riferiscono alla «gabbia o cappelliera», di cui parla Eugenio Montale in A Liuba che parte(v. 6) ne Le occasioni.
Il «topo bianco d’avorio di Dora» (v. 55) rinvia al Montale di Dora Markus, sempre ne Le occasioni, là dove si parla di «un topo bianco, / d’avorio» (vv. 27-28).
I vv. 62-63 («verso cui aguzzavi la vista / come il vecchio sarto che osserva la cruna») riprendono i versi danteschi «e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia / come ’l vecchio sartor fa ne la cruna» (Inferno, XV, vv. 20-21), che si riferiscono ai sodomiti in cui si imbattono Dante e Virgilio, mentre camminano sugli argini del fiume Flegetonte.
Il v. 66 («non solo la tua esistenza») allude a «e così esisti» in Dora Markus (v. 28).
Il vuoto totale del v. 67 rinvia al De rerum natura (III, v. 27) di Lucrezio.

*

      

Paolo Figar, Nello spazio

 

 

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