Poesia e ironia, un carillon ben oliato di Roberto Marzano

Poesia e ironia, un carillon ben oliato di Roberto Marzano.

   

   

Poesia e ironia… a prescindere che le due parole incontrandosi in una rima baciata che più baciata non si può, sono di per sé un fatto già abbastanza ironico, al punto che il discorso potrebbe chiudersi qui… punto. Ciò sarebbe di certo irriverente, forse poco poetico, ma indubbiamente beffardo, perché ironia è anche sorpresa e lo spiazzamento un ingrediente basilare per condurre l’incauto lettore in meandri imprevisti, quasi metafisici, dove ci si fa allegramente un baffo di stereotipi e luoghi comuni.

E allora una melanzana trova voce per dichiarare il proprio amore al cuoco che la riduce in cubetti, gli ubriachi sono ascoltati come guru dispensatori di saggezze, le capre decidono di testa loro se stare sopra o sotto la panca, senza paura di crepare. Si gioca… in un mondo mezzo sotto-sopra dove un ”matto con gli stivali” si ciba di “tavolini di Bruxelles”, pomodori “s’illuminano di mensole” cantando “ma che polpa abbiamo noi” nel bel mezzo di una “cena delle effe” in attesa di un “downlove” che non si decide ad avviarsi.

Versi come archibugi carichi a teste di carciofo pungenti e sottili, per dissacrare perbenismi e consuetudini, frantumare le ragnatele della schiavitù ai conformismi più triti e avvilenti e, non ultimo, bombardare l’arroganza del potere e i suoi orrori quotidiani. Insomma, se nelle poesie devono esserci  per forza gabbiani, tramonti, luna e lacrime, che almeno se ne trovi uno spunto originale e autentico, che non dia l’impressione di aver già letto la cosa da qualche parte, cosa che non stupirebbe affatto. E, soprattutto, ironici e taglienti bisogna esserlo per davvero anche nella vita, e non depredare atteggiamenti o pose già prese, altrimenti il gioco si fa debole, e i dotti critici coi denti affilati che affollano blog e riviste lo smaschererebbero piuttosto facilmente.

Fare a pezzi le regole (che bisogna conoscere!) per trasformarle in un gioco che avvince il poeta quanto il lettore. Ricordo che anni addietro visitai lo studio di un pittore il quale, sebbene la sue opere fossero in quel momento alquanto astratte e fuori dagli schemi, ci tenne molto a mostrarmi i suoi studi giovanili di anatomia. Ora, l’ironia è sì una “freccia aguzza che trafigge le banalità e genera stupore” ma, importante, per non ridurla a semplice sberleffo teso a sbalordire a tutti i costi, aldilà dei contenuti occorre che sia anche bellezza, ritmo e suono. Deve, io credo, – oltre ad attingere a metafore, ossimori, sinestesie, calembour e paradossi, in endecasillabi come settenari o versi liberi – essere frutto maturo di fantasie e visioni, di un libero abbandonarsi ad immagini inconsce e oniriche, accarezzando così i cuoricini palpitanti di affamati fruitori di versi, come un carillon ben oliato fa, generando bocche spalancate al sorriso, in un sottofondo d’irrequieta dolcezza…

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