Poesia: una questione di fede di Davide Valecchi

Poesia: una questione di fede di Davide Valecchi.

  

  

         Nel febbraio del 2013, su invito dell’editore e amico Alessandro Ramberti sono stato chiamato a partecipare a un convegno avente come tematica il rapporto che intercorre tra fede e scrittura[1].

         Vi ho subito intravisto la possibilità di parlare e in qualche modo fissare in un discorso una mia vecchia e radicata convinzione in materia di scrittura poetica e cioè quella per cui chi scrive poesia abbia bisogno di una fede che sostenga l’atto dello scrivere.

         La fede a cui mi riferisco non ha niente a che vedere con la sfera religiosa ma è piuttosto una fedeltà ad una modalità del dire il mondo (con tutte le infinite implicazioni che questo sottindende) che si manifesta e vuole uscire fuori in risposta a un’esigenza innegabile di indagine e comunicazione con piani diversi dell’esperienza.

         Questa modalità del dire il mondo è ovviamente la poesia stessa.

         A che cosa si è fedeli dunque quando si scrive? Tenterò di dare una risposta partendo dal mio personale percorso conoscitivo.

         Per ragioni biografiche, culturali e probabilmente anche geografiche, più o meno in età adolescenziale, ho iniziato a sentire l’esigenza di un sistema che potesse fissare e descrivere un’esperienza della realtà (che ancora non comprendevo appieno) diversa. Un sistema che mi mettesse in comunicazione con un “tutto” legato alle mie esperienze passate e future, reali, immaginarie, desiderate, sognate.  Un sistema capace di genere testimonianza in forma di visioni esatte.

         Avvertivo la presenza di una zona di non detto a cui il pensiero poteva arrivare senza però riuscire a tradurla in parole. Una zona riempita di percezioni sensoriali e mentali, una sorta di realtà aumentata in continuo movimento, in attesa di un varco, di un espediente per poter essere colta e finalmente detta.

         Tutto questo, l’avevo capito subito, non poteva incanalarsi verso un tipo di scrittura narrativa o diaristica[2]: avevo bisogno di qualcosa di non lineare, diverso, potente, profondo. E breve.

         E alla fine – o all’inizio, sarebbe il caso di dire – il varco per accedere a questo sotto-(iper-)mondo, si è presentato.

         Ho iniziato a scrivere poesia intorno ai 19 anni, “folgorato” dall’incontro con il libro[3] di un poeta sconosciuto scovato alla Feltrinelli di Firenze oltre venti anni fa. Mi piace pensare a questo libro come a una chiave d’ingresso: per la natura fortuita dell’incontro e perché, nonostante avessi molte volte già avuto a che fare con la poesia per ragioni scolastiche, nessun autore canonico era stato capace di smuovere alcunché. O, molto più semplicemente, ero io a non essere ancora in grado di vedere.

         Dentro a quel libro comparivano, in mezzo a composizioni non eccelse, certe immagini folgoranti e certe intuizioni che chiamavano in causa, descrivendolo, dicendolo,  proprio quel magma di interconnessioni e significati di cui intuivo la presenza e a cui stavo cercando di accedere da anni.

         Quel libro mi ha mostrato un modo per entrare in comunicazione con un altro mondo: mi ha offerto un linguaggio e il punto di ingresso per iniziare a comprenderlo.

         Il primo passo è stato quindi quello di andare a cercare la poesia. O, se vogliamo, di tornarvi, per guardarla con occhi diversi. E cercarla significa leggerla ma anche conoscerne la storia, le origini, le correnti, le forme e gli sviluppi.  E mi preme aggiungere a questo riguardo che gli aspetti tecnici della poesia (metro, figure retoriche e tutto quanto il resto) non sono optional ma elementi che è indispensabile conoscere per poi lavorare alla costruzione dei propri “strumenti del mestiere”.

         Solo in questa maniera è stato possibile iniziare a definire quella serie di punti fermi capaci di compiere il miracolo di dare forma a un’intuizione che fino ad allora era rimasta relegata in un limbo pre-verbale.

         E’ necessario costruire, in una parola, il proprio linguaggio; per farlo sono richiesti un rigore e un’attenzione estremi: nel testo poetico la parola è davvero indifesa ed ogni elemento di cui è composto deve trovare la propria giustificazione. Non esiste il caso, l’improvvisazione.

         Tutto questo non era così chiaro all’inizio ma con l’andare del tempo ho iniziato a maturare un sistema di convinzioni che mi sostengono ancora, stabilendo di non considerare mai concluso il lavoro di indagine, di non accontentarmi degli strumenti acquisiti ma di cercare sempre di affinarli ed espanderli passando attraverso prove, ripensamenti, rifacimenti, errori. Per me scrivere poesia, oggi più che mai, è lavorare in sottrazione, cercando di portare alla luce dettagli liberati da sedimenti inutili.

         E’ in questo frangente che si manifesta l’identità della scrittura poetica come atto di fede: solo rimanendo fedeli all’indagine e alla mai conclusa costruzione del proprio linguaggio poetico è possibile cogliere nella natura delle cose il passaggio di una visione, quell’impercettibile scarto energetico capace di trasformare entità inerti in presenze vive e portatrici di senso.

         E in fondo questa non è altro che una dichiarazione di poetica: della mia poetica. Qualcosa in cui, inevitabilmente, continuo ad avere fede.

1

Ce ne vorrebbe di tempo

per tirare fuori i nomi

dal mucchio di oggetti da macero

cresciuto dietro la casa non finita.

   

Anche il periodo dell’anno

finisce per contare

con l’ora del giorno

la lunghezza delle ombre

i piani di esistenza

e i tappini di latta

dei succhi di frutta

ritrovati nell’erba.

   

Ma è il nome del riflesso

che cambia di continuo

e sotto tutto il resto

a ruota.

   

   

(da: Chi scrive ha fede?,  Fara Editore, Rimini, 2013)

3

L’ultimo nostro coincidere

riposa fuori dalle traiettorie,

tra i nomi rimasti a sbiancare

sul cemento infiltrato dalle acque,

purificato per tutta l’estate

da un sole senza tregua.

   

L’avamposto sul ciglio del burrone

è il primo muro di un’idea mai nata:

accoglie i segni di cosmologie

accennate, coperti

di fioriture semplici

e piccolissime esistenze.

   

Da qui si può osservare

– ed essere osservati da lontano

come puntini neri in controluce –

il fondo della valle

dove scorrono i convogli

insieme a tutto il resto.

   

   

(da: Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche, Fara Editore, Rimini, 2012)

4

Il sapore del conforto ha la forma

di riflessi difficili da cogliere

su scaglie di materia refrattaria

confuse con la ghiaia di fiume

lungo strade che quotidianamente

percorrevi.

   

Giorni disseminati

sono rimasti appesi alla natura

delle cose, visibili soltanto

per istanti, nel silenzio, seguendo

gli angoli di incidenza della luce.

   

   

(da Magari in un’ora del pomeriggio, Fara Editore, Rimini, 2011)

5

Una certa dolorosa chiarezza

del campo visivo restituisce

immagini inopportune all’ambito

delle parole, mentre ti allontani

lasciandomi in pegno frasi complesse

che mi dovrò far bastare per anni.

   

L’aspetto pomeridiano delle mura

che sostengono i campi in pochi giorni

decanta verso zone consuete:

l’avanzare dei licheni prosegue

inavvertito, cocci di terraglia

affiorano in zolle di terra smossa,

steli d’erba tagliente si confanno

alla spinta del vento.

   

   

(da Magari in un’ora del pomeriggio, Fara Editore, Rimini, 2011)

6

Davide Valecchi è nato a Firenze  il 13 gennaio 1974. Come poeta ha pubblicato la silloge Magari in un’ora del pomeriggio (Fara, 2011) e la plaquette Prima delle nuvole (in Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche, Fara, 2012). E’ presente in Di là dal bosco (Le Voci della Luna, 2012). La mini auto-antologia di inediti La costruzione di un linguaggio poetico: una questione di fede è inserita in Chi scrive ha fede? (Fara, 2013). Come musicista ha fatto parte di vari gruppi fin dall’adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione. Attualmente è impegnato con due gruppi: Video Diva (gothic rock)  e Downward Design Research (elettronica). Con lo pseudonimo di aal (almost automatic landscapes), a partire dal 2001, ha intrapreso un percorso di ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient, pubblicando vari lavori da solista o in collaborazione.

Sul web:

http://davidevalecchi.blogspot.it/
http://www.videodiva.it/
http://www.downwarddesignresearch.com/
http://www.myspace.com/almostautomaticlandscapes

          

   


[1] Il convegno si è tenuto a Rapallo nei giorni tra l’8 e il 10 febbraio 2013 e aveva come titolo Chi scrive ha fede?, dove la fede era sì quella religiosa, ma poteva essere intesa anche come un ideale, un approccio etico alla vita, una attenzione (in senso weiliano) fiduciosa al mondo e agli altri. Un volume dallo stesso titolo contenente gli interventi e le testimonianze dei partecipanti è in uscita per i tipi di Fara.

[2] Queste stesse considerazioni sono state poi di ispirazione per il mio progetto musicale aal (almost automatic landscapes) fondato sulla ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient.

[3] Giacomo Bagni, Poesie, Cultura Duemila Editrice, Ragusa, 1991.

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