da Nel lusso e nell’incuria, poesie di Fernanda Ferraresso

da Nel lusso e nell’incuria, Terre d’ulivi ed. 2014, poesie  di Fernanda Ferraresso.

   

   

Fernanda Ferraresso è nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design, ama tutti i generi di espressione d’arte. Docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998). Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda (2009). Con LietoColle Editore ha pubblicato MAREMARMO (2014); con Terra d’Ulivi Elio Scarmiglia Editore Nel lusso e nell’incuria (2014) e Dimmi se (2013). Suoi testi appaiono in CFR Ed. nelle raccolte Cuore di Preda (2012) , Il ricatto del pane (2013), Cronache da Rapa Nui (2013) ; con LietoColle Editore appare nelle raccolte Luce e notte (2008), L’ustione della poesia (2010); con Lucaniart: “Scrittori & Scrittura” Viaggio dentro i paesaggi interiori di 26 scrittori italiani (2012); con Rayuela Edizioni “Sotto il cielo di Lampedusa” (2014).
Si sono occupati della sua poesia: Sebastiano Aglieco, Luigia Sorrentino, Marco Scalabrino, Maria Pina Ciancio, Abele Longo, Francesco Marotta, Fabio Simonelli  (recensione  nella rivista Poesia-Crocetti Editore-Settembre 2009-N.241), Davide Castiglione, Milena Nicolini, Ugo Entità, Enzo Campi.

Numerosi suoi testi sono presenti in rete in molti siti noti. Il suo blog personale  è http://fernirosso.wordpress.com/

***

   

“sta come il pesce/ che ignora l’oceano/ l’uomo nel tempo”
– Kobayashi Issa

    

Le voglio mettere
un fuoco dentro
una brace
che bruci la gola e la lingua s’interri
in un eterno di parole friabili
legni della terra radici di cielo
rami bracci fiumi consacrati del dio mai conosciuto
linfa dello stesso mutevole corpo pane
che parla e che ride linfa che scrive
multiple parole senza classifica non merci
ordine o lignaggio linguaggio catena
parola nata per donarsi o bolo
incenerito nella soglia di un bacio
vicinanza domestica del dio che si fa lievito e crepita
divino esce dalla fronte
nasce dalla fonte nel battere del cuore
labirinto di innocenza e di destrezza grande
pronto a ferirsi morirsi e duro e durevole
quanto la pietra di una parola dura
o d i o
dio della guerra e della miseria
della sepoltura e della distanza
dio dell’oblio e della maschera
dell’oro delle fauci della bestia
scannata parola osannata e messa
a catenaccio nell’uscio di ogni casa
spersa là dove resto in ginocchio
esposta ai mille lumi di una sola sapienza
terra intorno all’asse disposta in quel fitto
campidoglio del cielo
dove la luce è sparsa.

***

“Benedictus qui venit
in nomine Domini, Hosanna
in excelsis

   

Quando arrivasti
dicesti che eri un profugo
dicesti che la tua storia è scritta
dovunque
sulle strade della terra ci sono segni e ci sono i passi
che sono i passi delle ombre gente mai nata
gente senza storia.
Dicesti che nemmeno tu avevi una casa
nemmeno in te stesso.
E aggiungesti che bisogna annegarla la propria storia
nella storia di ogni altro negare la propria luce per vivere
l’ombra intera l’unica parola su cui apprendere e
appendere l’ultimo attimo l’istante la vita.
Precipitarsi dall’ultimo scalino di ogni nome
sillaba per sillaba sfarinarne l’argilla
e rinascere in vece di un albero di una nuvola di una catena
solo per pronunciare l’essenza delle cose
soffiare nella fiamma e dentro la cera le impronte
nelle macerie le vecchie caste
e di nuovo precipitarsi dall’ultimo metro della propria ombra
nell’oscura gravità di un nume che forse è solo un io minore 

***

mi è capitato
di vedere uomini
trasformarsi in topi
e mi è capitato di vederli
banchettare tra loro
con la carne della loro specie
solo perché erano cavie
di altri animali ingordi
avidi e tenaci rapaci della peggior specie
ammalati di febbri antichissime
Nessuno era riuscito a estirpare quel vorace morbo
che ancora infetta la razza
e la lascia in preda alla sua sete
alla sua fame e alla sua svuotata presenza.
Sintomo di questa alienazione è la vitalità nel pretendere di
porsi alla luce
in vista sotto i riflettori è il porgere il corpo perché
le ombre lo adattino alla cecità degli altri
di tutti quelli che lo guardano. E’ così
che si propaga il contagio. Ozio e noia
davanti ai mediatici culti
ai riti cui si sottopongono e le droghe
dalle più lievi alle più forti tra cui la detenzione
di uno stupefacente potere con cui erigersi sopra
ogni altro fallo.
Parlamentare con questa specie non è possibile
e non è possibile cercare un luogo che non ne sia infetto.
Solo in sé chiusi in se stessi e in silenzio
senza rispondere ai loro continui richiami
forse il primato decadrà
finirà il banchetto delle svendite globali.

***

Stavano
a fare la coda
erano in fondo
in fondo alla lista i perdenti
quelli per cui non c’è più (un) posto
quelli che il posto non l’hanno mai avuto
mai visto e stanno ancora dopo
nella gerarchia di quelli che stanno
alla fine oltre i penultimi
i penati
i senza dio e fede
gli ultimi della corsa, quelli che fanno festa con il toro sulla
testa
quelli della corsia degli incurabili
quelli che di solito li si attacca
al tram
e si aspetta che qualcuno
ultimo come loro
che non vuole stare là, nel fondo del fondo
gli passi sopra con foga
sopra, una volta per tutte dentro il catino del cielo
lo stesso di caino, il vano del cuore.
E qua la guerra
questa schifosissima guerra
diseredati che si sbranano tra loro.
Ma
diseredati da chi?

***

c’erano uomini sulla terra
vivi e morti camminavano insieme
in un granaio di tempo
in un passo sospeso e immerso
…………….nel cosmo
non una voce si faceva più alta
non una parola più spessa più densa
niente brillava l’unica fiammetta che li univa
insieme li legava
……………in una zattera salvifica
e c’era la eco
di caino sparsa
cercava la sua l’anima
l’unica semente dispersa

***

Era
sul filo della lama ogni primogenito
e la stessa scure di netto
ha spaccato di nascosto le ossa all’identico primo
per questo il corpo del tempo
era lo stesso seme di luce ingoiato da Giuda la stessa spina di
Cristo esposto
sopra una croce divelto
era
da una più antica storia fino a questa nostra
una leggenda d’ombra e di divini in cerca di un perdono
strappato dalle viscere della terra la stessa madre, per poco,
solo un boccone di sostanza
il frutto e il suo verme
strisciato dentro il pane di un vacuo paradiso che si perde
avulso dalla conoscenza che manca
dopo milioni di morti e di cacciati
da ogni angolo del pianeta in questo stesso luogo
ancora a forma di terra dove il patibolo s’innalza ad ogni
svolta
della storia che non cambia.
Per amore di Caino, l’omicida
dentro il cranio di un dio della violenza
stritolato dalle furie di una storia scritta prima
che tutto accadesse e nella stessa piena di luci e di stelle
perché tutto si mostrasse all’empio
tempio nostro e scempio di quel primo unico innocente
come peso che s’incastra come colpa dolosa
che preme in fronte
ad una sola stirpe poiché anche lui l’infinito
colui che salva la gente nasce nelle città di Caino
l’omicida salvato dal dio per le babilonie future di delitti
e stirpi di re, miserabili e veggenti.
Lui e Caino ancorati insieme
davanti alla menzogna che solo gli uomini sanno
inscriversi nel corpo e nella mente tramandano al futuro.

***

Autopsia di uno scritto. 

Lo avevano pescato da poco
nelle lingue aggrovigliato
con il mare ancorato dentro
un pesce lucente
squama per squama ogni parola
tentava di nuotare nell’acqua della bocca e
poi tentava il salto primordiale dall’acqua all’aria
nel pescatore che ripeteva in sé la pesca.
Una pozza nera d’inchiostro il suo sangue
e una rete di uncini a forma di pena il suo corpo trafitto
da ogni penna pronta a inscrivere nei segni l’acume
delle piccole fiocine.
Tra le costole i morsi e il veleno
di altre parole murene parole medusa
bolle nell’acqua dissipata dalla valvola
nei polmoni pagina di un libro da raccolta
l’allegria nelle casse da una parte
dall’altra la storia e la tragedia della cattura

in mezzo
l’agguato la cecità la ferocia
un pesce di frasi
che si squama di dosso tutte le parole 

coltelli sporchi che lo uccidono
la rabbia e la vergogna di restare denudato
senza il mare dentro l’occhio
vetro di una vita spenta
nell’uncino che dentro gli scriveva la morte
prima ancora d’essersi steso piano sul bianco
marmo di memorie
che la gente guarda tutta intorno
cercando con l’olfatto di sentire
se da poco è avvenuto
il trapasso ed è fresco quell’inchiostro
non prende le distanze
vuole consumare quell’evento di carne
trascriverlo in sé boccone per boccone
una specie di autopsia in diretta
sintesi e riassunto
dai due
punti della stessa storia
un agguato premeditato da un cieco
che rompe sempre il libro
butta il pesce parola
dentro un’alta clessidra di sabbia
una frase vecchissima fatta di sale di cui non trova più il
senso

***

Se scrivendo
cedesse la parola
se contando e declinando ogni sillaba nella gola la penna
franasse la montagna di un sapere che è solo
vento nemmeno insetto o ala o suono
se incamminandomi lungo un vocabolo nella partitura di un
rigo
al sorgere di una voglia trovassi qualcosa
che non fosse l’addio
ancora una volta
il malcelato addio
se costringendo nelle aste un verso irrigato del mio sangue
sfilacciata la parola deponesse il capitolo dei suoi sermoni
tutte le illusioni che ha scaraventato a cuor leggero
dentro il pozzo della nostra follia
se ancora vertiginosa l’assenza si facesse più prossima alla
mano
allora
canterei la mia
morte
in tutti gli abiti della voluttà.

***

Non guardarmi
mi è cresciuto il prato sulla faccia
l’erba ha curvato i pensieri
facendoli radici e alle nuvole
ha legato i capelli ai rami le mie mani
e i piedi sono fitti un viavai d’insetti
ho una larva di bruco dentro il petto
ingrossa e scava quella grotta di silenzio
solo una goccia
d’acqua mi rinnova
se la pioggia lenta m’intrufola
tra questi schermi di marmo
dove l’amore è una discesa all’inferno
e tu strofini nei mie vuoti un fazzoletto sporco
di terra un tempo che non riconosco
qui sono
la soluzione dell’enigma

                            

tn_LE ORME UOMO DI PEZZA

 

2 thoughts on “da Nel lusso e nell’incuria, poesie di Fernanda Ferraresso”

  1. Bellissime poesie dove la pietas cammina a braccio con l’indignazione e ci sentiamo tutti mal-fatti, grondiamo crudeltà come se non fossimo figlio d’uomo o di donna . o forse proprio per questo, senza più occhi e visioni, vaghezze a cui stare distanti.
    Narda

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