Poche miglia a Lampedusa, poesie di Savina Dolores Massa

Poche miglia a Lampedusa, poesie di Savina Dolores Massa.

  

  

Savina Dolores Massa nasce in Sardegna come altri nascono per caso in altri luoghi. Il suo mestiere è raccontare Savina-Dolores-Massastorie di prosa, poesia, teatro. Con Il Maestrale editore ha pubblicato i romanzi: Undici, Mia figlia follia, Ogni madre, Cenere calda a mezzanotte. Suoi racconti sono presenti nelle Antologie: La cella di Gaudì (Arcadia ed.); Piciocas (Caracò ed.); Eros in Sardegna (Cuec ed.); Alice nella città (raccolta a sostegno del terremoto de L’Aquila), e altre. La sua poesia vuole restare ancora solo canto nelle piazze. Cura il Blog Ana la Balena. E fa anche tante altre cose, ma non lo vuole dire.

   

   

***

Gli occhi di mio padre

Non avevo immaginato questo
alla partenza
forse cibi non speziati, un poco anemici
solo così…un’anemia delle pietanze
e abbondanze

un vento sulla riva fu lo schiaffo
che mio padre lasciò a mezz’aria
ha
ha gli occhi azzurri, lui, non io
io dicendo, io dicendo, Vado via
da questo arido tuo dire…
questo arido mio dire

spire alle gambe le braccia di chi
mi vomitava schiuma di fame
in mezzo al mare diomio
quanto mare
sotto un barcone senza bussola

Soffiate!, gridai, Fatevi vela,
dicevo agli annegati
bocche aperte, Madre…misericordiosa Madre

nessuna madre, solo un dolore all’ombelico
là dove fu la prima mutilazione,
Che serve dire, che serve! Umiliazione

che cosa mi rimane se non guardarmi bianco
per il sale che il sole, addosso, mi ha seccato.
Non compiangetemi, ero
ero solo un povero e, spiacente nel ricordarvelo,
nero.

***

Poche miglia a Lampedusa 

Non andare,
Vado per noi, poi verrai tu,
Non andare.

Il barcone
fece come un inchino al mare.
Scivolammo
l’urlo scivolò volò
nell’acqua.

Ho morso
aggrappandomi
una mano a un bambino
ho graffiato l’addio di due occhi affogati.

Non ho voluto pensare a te
morendo
ché tu non patissi con me l’assenza
della misericordia umana.

Stammi lontana
adesso che finisco
stai distante dal mare
quando interrompe il viaggio
non patire.

Non partire.

Non essermi ricordo
stanotte:
ti rinnego in questa pena
e che da disperso io mi faccia onda
vietando di toccarmi salma
se non danzerà per me
il dial dialì dei nostri amplessi.

Privato del respiro
io ti salvo dimenticandoti.

———————————-

* dial dialì: collana di semi profumati, cinta sul ventre dalle donne senegalesi durante gli atti d’amore.

***

Non poterne più

Mi asfissia Dio delle frustate sulle macellate preghiere
originate da eclissi, piogge, onde e fioriture di domande
da i malcapitati primi ignari a cui abbiamo capitalizzato
l’immaginazione del creato fino al concetto nudo di una stella.
Le carnagioni con crepe terrestri nenieranno un pomeriggio di loto,
piccoli piedi in abluzione d’uranio: essenza di ciliegio.

Dio doveva restare in alto o nel suo inferno, Sole Lava Temporale Enigma,
privare di parole in nome suo chiunque si ritenesse meglio
nel Pensiero nelle Illuminazioni o nel colore della carne.

Nego a chiunque ora il diritto all’occhio in pietas
falso come non è il diamante cuore del Cristo appeso a un muro.
L’Uomo non gode più del piacere del ricordo
guerreggia per possedere quello altrui per disprezzarlo.
Gli arcobaleni dell’oriente discorreranno con quelli d’occidente
i mari proseguiranno ad incantarsi della loro superficie e del profondo:
privati del pacato esserci di balene conchiglie e barbagianni.

Polvere in onde di capelli di naufragi si schianteranno a riva
e soffieremo imprecando sui sudori aggrappati ai nostri piedi
al nostro crocifisso, alle nostre puttane amate e clandestine, ai mafiosi denti d’oro,
all’argentino complice dal trono.
Tutto quanto appena letto non è poesia civile
soltanto l’urina incontinente di una stronza.

                             

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