Rubrica Poeti che scrivono a poeti. Da Francesca Del Moro a Massimiliano Chiamenti

Rubrica “poeti che scrivono a poeti”:
da Francesca Del Moro a Massimiliano Chiamenti.

                  

   

Dato il successo riscosso fra gli autori e fra i lettori dell’inserto speciale di luglio 2013,  abbiamo deciso di istituire la rubrica “poeti che scrivono a poeti” nella quale pubblicheremo le “lettere” poetiche e anche le eventuali risposte ad esse che dovessero pervenire. Invitiamo dunque gli autori che hanno qualcosa da dire ai loro colleghi contemporanei o anche dei tempi andati ad inviarci le loro opere. 

In questo numero proponiamo la “lettera” di Francesca Del Moro a Massimiliano Chiamenti, con video in coda.

    

 

Album fotografico

Tu sei lo mio maestro
e’ l mio autore.
devo scrivere tutto
di noi, non devo
dimenticare.
Di quella sera a casa tua
con gli gnocchetti
al formaggio così buoni
e poi il vestito da donna
con cui hai detto
che facevi marchette
ma io non ci credevo.
Però ti stava bene
e hai detto te lo presto
ma io son troppo grassa
così mi andava stretto.
E poi ti ho raccontato
della mia storia lesbo
e tu hai spifferato
proprio a chi non dovevi
quel mio segreto
così non ti ho parlato
per quasi dieci mesi.
ma poi ti ho ritrovato
per caso a una serata
e nella poesia che recitavo
parlavo anche di te
e ti sei emozionato.
E mi è tornata in mente
la prima volta che
da modello invidiato
maestro di parole
sei diventato
amico e confidente
quella sera che
ho visto la tua casa
così piccola e somigliante
a te ma anche a me
così piena di arte e bellezza
e calore, così piena di Dante
e Leopardi e te e mille altri
e perfino me che un libro mio
te l’eri rubato (sì, senza pagare).
Ma non fa nulla, per me
che tu mi legga è un onore.
Quella tragica notte
di vomito e fremiti nel letto
accanto a me e poi mi son spostata
per terra perché pure i calci
mi davi ma non me ne sono andata.
E poi il Sert e le veglie da te
e voglio uscirne voglio uscirne
ma entrambi sapevamo
che non l’avresti fatto.
E poi il quiz sul Morandini
al Lumière e che cazzo
non abbiamo indovinato
ma io una la sapevo, mi han battuta
sul tempo, e quindi niente dizionario.
Niente premio. E poi il concerto
di Steven Hewitt, e bello il Covo
non c’ero mai stata,
e birra e musica e chiacchiere in inglese
e io compro il CD e tu la maglietta
che bella che è anche quella
e il CD te lo duplico e poi non l’ho
mai fatto, e tu che sogni
di trasferirti a Londra
insieme a loro, che è tutto
un altro mondo e mi racconti
delle orge coi sessuomani gay
e di quanto non puoi farne a meno
né di loro né degli spacciatori
e che vorresti essere fuori
da tutto questo
ma nello stesso discorso
ti contraddici e dici
ma senza droga poi come vivi?
E io disapprovo e tu chiarisci
che i tuoi amici
quelli veri e buoni come me
non ce li porti con gli altri
che ti eccitano ma son dei bastardi
e si approfittano di te.
e poi la discoteca Jump
a vedere la cover band
dei Placebo, la mia fissazione,
così lontano che abbiamo il tempo
di sentire musica e parlare un sacco
mentre tu guidi e sei fatto,
lo so perché senza rispetto
l’hai presa proprio davanti a me
e Dio se ci ho sofferto,
pure la porta del bagno
ti ho tenuto in discoteca
e poi siamo tornati in mezzo
ai ragazzini poganti
che tu te li saresti fatti tutti
e io no, che un quindicenne
sembra mio figlio,
ma i musicisti del gruppo
che vanno sui trenta, loro
insomma, sì, già meglio…
abbiamo preso un cornetto
e un caffè alle cinque
come facevo a vent’anni
e non basta una poesia
per dire quel che abbiamo detto
in quella lunga notte,
e quanto la tua anima
sia uguale alla mia.
E, insomma si,
in qualche modo eravamo una coppia,
e infatti mentre stavamo sul divano
a casa mia, tu ci hai provato,
scopiamo dai, hai detto,
però io con le donne non son buono,
fai tutto tu, ti seguo,
ma no, ho risposto ridendo,
sei troppo checca non mi attrai
ma in realtà eri troppo buono,
e io sto sempre
con chi poi mi calpesta
e tu non l’avresti fatto mai.
Ma, anche se non si scopava,
eravamo una coppia
anche noi,
non come te e Daniele,
l’amore che mi hai annunciato
già dopo un’ora che l’avevi incontrato
telefonandomi apposta
e io ti ho detto ma sei scemo
da un’ora lo conosci e già
ti credi innamorato
suvvia, cresci un po’,
ma in fondo perché mai
dovevi crescere,
te la sei goduta almeno,
è stato bello, vero,
me lo farei anch’io lo ammetto,
ha dei capelli stupendi,
cucina bene e fa dei mojito
che ti stendono, eh sì perché
a me mi han proprio stesa,
ne ho presi sei (lui dice sette)
quella sera che inauguravate
la casa coniugale, da brave checche
imborghesite, come vi ho fatto
subito notare.
E poi mi son svegliata la mattina
da sola sul tuo pavimento
e sono andata via e ti ho scritto
scusa, ma il mojito mi ha distrutta,
bella serata, grazie, e tu hai risposto
grazie di essere venuta,
ti voglio bene.
Era l’ultima volta
che siamo stati insieme
e ora penso che è bello
che l’ultima cosa
che mi hai detto
sia stata proprio
“ti voglio bene”.

    

 

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