La volpe, racconto di Lidia Are Caverni

La volpe

racconto di Lidia Are Caverni

     

Sull’Altopiano l’inverno era stato rigido, per mesi la neve aveva ricoperto prati e pendii rocciosi, colmato gli inghiottitoi per alimentare le acque sotterranee.
Ora che era maggio inoltrato sulle cime intorno se ne vedeva ancora che al sole brillava. E il vento che falciava chiunque vi si avventurasse arrossando le guance di chi frequentava la piccola pista di discesa sul pianoro.
Ma la volpe aveva avuto i suoi piccoli, quattro per l’esattezza, morbidi batuffoli di pelo, nella comoda tana di un tasso lasciata libera da tempo.
A febbraio si era accoppiata col solito maschio che girottolava sui pendii. Di volpe non ce n’erano tante, poche femmine e qualche maschio che la Forestale proteggeva.
Nei giorni gelidi, era stato l’inverno più lungo degli ultimi anni, si era aggirata, con il ventre sempre più gonfio cercando prede.
A volte non ne trovava, i conigli sembravano scomparsi e aveva urgenza di nutrirsi.
Dove le prime talpe si erano risvegliate, nel soffice cumulo di terra, scavava ed estraeva lombrichi, lumache che almeno un poco la saziavano.
Finalmente i cuccioli erano nati e i prati, smessi da poco i brandelli di neve, si erano ricoperti di gialli tarassachi e di veroniche azzurre.
L’aria si era fatta tiepida, i piccoli incominciavano a uscire attorno alla tana, attentamente seguiti dalla madre che vedeva anche per i loro occhi ciechi.
Poteva sperare in un’estate tranquilla.
A volte si spingeva, cacciatrice solitaria, fin nel dentro del bosco. Là ebbe la fortuna di imbattersi in un piccolo di capriolo che fu una manna per le sue mammelle rigonfie che i cuccioli succhiavano con avidità.
Nella sua legge di natura non sapeva che aveva reso vuoto un altro nido, un altro cuore di madre.
I cuccioli si mordicchiavano fra di loro, beati nel sole, ora che vedevano.
Non c’erano che rari turisti, incuriositi nell’assistere in lontananza la volpe saltellare sui prati qua e là cosparsi di sporgenze rocciose in cui si aprivano le doline, intenta nella sua caccia.
Non si avvicinavano e la volpe non aveva niente da temere.
Eppure da qualche giorno avvertiva un verso strano provenire dai sentieri che portavano alla strada che attraversava il pianoro, un abbaiare, ma più rauco, simile a un latrato di lupo.
La volpe lo temeva e quando lo sentiva correva verso la tana, dai cuccioli.
Conosceva il falco dal volo roteante, la poiana, il gheppio, facevano parte del suo mondo di animale cacciatore, sapeva di dover stare in guardia, ma non aveva paura, sapeva difendersi e difendere i cuccioli.
Per il resto i pendii erano cosparsi di macchie bianche erano le pecore che mansuete brucavano, le mandrie dei cavalli, le mucche, dalle giovenche dalle piccole mammelle.
Se ne stavano in disparte dove la volpe non andava e la vita selvatica si armonizzava con quella pacifica, domestica.
Fu proprio quando il maggio incominciò a sfocare in nuvole di caldo che non recavano pioggia che lo vide.
Era un animale irsuto che la volpe non riconobbe, ne sentì solo l’odore acre, ostile, in lontananza e ne ebbe timore.
“Che cos’era“ pensava inquieta spingendo i cuccioli nella tana.
Continuava a vederlo da lontano che si aggirava col muso a terra, proprio come faceva lei, per poi sparire nel bosco e riapparire verso l’agriturismo, a elemosinare un po’ di cibo.
Il suo comportamento la insospettiva, chi era l’intruso che osava entrare nel suo territorio?
Finché un giorno se lo trovò davanti: era un cane!
Era un poco più grande di lei, un meticcio grigio nero, col pelame ispido, gli occhi cattivi.
Abbandonato da chissà quanto tempo, si aggirava per l’Altopiano. Gli uomini della Forestale l’avevano avvistato, ma finora grandi danni non aveva fatto, si era inselvatichito e non si lasciava avvicinare, tutt’al più rovesciava  i bidoni della spazzatura delle malghe intorno.
Si riproponevano di catturarlo e rinchiuderlo se fosse diventato pericoloso.
Si fronteggiarono l’una di fronte all’altro.
La volpe non si faceva intimorire, gli mostrò i denti, drizzò il pelo, pronta a combattere. Per un po’ si scambiarono ghigni e finti avvicinamenti, poi il cane si voltò allontanandosi.
Ma aveva fiutato qualcosa e ormai era un predatore come lei.
I cuccioli crescevano, uscivano dalla tana girottolando attorno senza allontanarsi troppo. Erano tondi e vivaci come pochi.
La madre ne era orgogliosa, li accudiva con cura pulendo loro il pelo con la lingua, gli occhietti cisposi.
Ma non si fidava di lasciarli andare più in là delle vicinanze della tana.
Se uno due piccoli si allontanava rotolandosi sull’erba, subito andava a riprenderlo e tenendolo stretto per la collottola lo riportava indietro.
Per qualche giorno il cane non si fece vedere e la volpe andava a caccia furtiva , era riuscita a catturare uno due conigli, i cuccioli poppavano avidi e lei aveva bisogno di nutrirsi.
Ancora un po’ e sarebbero diventati autonomi, ma per il momento era lei che doveva provvedere.
Finalmente il cane osò avvicinarsi, “sapeva” che la volpe nascondeva qualcosa di prezioso e di appetitoso e voleva scoprirlo.
La volpe lo vide a pochi metri dalla tana, gli latrò con il suo verso aspro e il cane di nuovo si allontanò, ma aveva individuato il nascondiglio.
Allora la volpe adottò la tattica dell’allontanamento, sviava il cane nella sua ricerca spostandosi in continuazione e portandolo via via più lontano.
Il cane la seguiva furioso e la volpe si sentiva sempre più in allarme e se qualcuno dei piccoli fosse uscito dalla tana facendosi vedere?
Ma i cuccioli continuavano a giocare tranquilli e se il più grande, forte e ardimentoso, usciva all’aperto , era per restare a mordicchiare fiori all’intorno.
La volpe non aveva pace, portò il cane fino al bosco facendo giri larghi al ritorno, per sviarlo.
Una volta lo vide puntare una tana di conigli e sperò che servisse a non fargli più seguire la sua.
Ma il cane quando la vedeva, non le dava tregua, aveva imparato i ritmi della natura e se una femmina di volpe c’era, in quel periodo doveva avere i piccoli.
Finché un giorno si fronteggiarono. Erano abbastanza lontani dalla tana e la volpe non temeva eccessivamente.
Giunsero a mordersi, la volpe era più forte, avvezza alla vita selvatica, irrobustita dall’alternarsi delle stagioni, dai lunghi digiuni e dalle conquiste.
Il cane aveva l’irosità dell’abbandono, il doversi procurare il cibo dopo averlo avuto a lungo agevolmente, la perdita delle carezze traditrici, del riparo caldo d’inverno.
Aveva ritrovato tecniche perdute nel tempo, di specie simili alla sua: i lupi.
Si muoveva maldestro quanto la volpe era agile e accorta, ma il senso materno la rendeva debole, impari all’avversario.
Mentre combatteva si girava continuamente lasciando intravedere al cane, il riparo.
Questi allentava la presa correndo intorno, ma la volpe lo incalzava, senza concedergli tregua, finché il cane, sfinito, retrocesse, insanguinato in più parti.
Anche la volpe aveva le sue ferite, ma aveva vinto. Sperò che non fosse solo al momento, almeno finché i cuccioli non fossero stati capaci di gestirsi da soli.
Per un po’ il cane molestò le malghe guardando torvo i turisti, sempre più numerosi, accompagnati da cani che non sentiva più simili, belli, con tanto di ciotola per bere e per mangiare, accovacciati ai piedi dei padroni.
La Forestale ricevette varie lamentele e si ripropose di occuparsene a breve.
Il cane tornò nel Pian Osteria, dove si trovava la volpe. Incominciò a seguirla con attenzione, a distanza, senza farsi vedere.
Finché in una tiepida mattina di giugno attaccò.
La volpe in quel periodo aveva respirato tranquilla, sperava che la minaccia fosse finita.
Le brevi cicatrici erano rimarginate, il pelo rossiccio e lucido le ricopriva di nuovo il corpo.
Si scontrarono latrando cupi, in un verso in fin dei conti simile, questa volta all’ultimo sangue.
Si trovarono in uno spiazzo aperto, radi alberi qua e là non impedivano il movimento dei corpi.
Si avvinghiarono convulsi sbranandosi l’una con l’altro.
Il cane stava avendo la peggio, la volpe lottava per sé e per i cuccioli. Lottava, indomita, senza concedere respiro.
L’avversario era ridotto a uno straccio, perdeva sangue in più parti, più vecchio e denutrito contro un giovane animale selvatico, trionfante della maternità recente.
La volpe commise un errore; certa della vittoria, allentò la presa, il cane, d’un guizzo, la addentò alla gola.
Il sangue sgorgò copioso, la volpe cadde all’indietro tramortita, non poteva più combattere.
Il cane le annusò il sangue; aveva vinto.
Attirati dallo schiamazzo dello scontro degli uomini della Forestale si avvicinarono.
Catturarono il cane, ormai quasi privo di sensi. Perlustrarono intorno e trovarono la tana: i cuccioli, ignari, continuavano i loro giochi.
Ma per la volpe non c’era niente da fare, era tutta ferite.
Sentì l’odore degli uomini, sull’Altopiano non era praticata la caccia, non erano nemici.
Aprì un occhio, lacrimoso, l’altro le era stato quasi strappato, li guardò con un sussulto, uno spasimo che la percorse tutta: dove erano i suoi piccoli?
Un uomo le passò una mano sulla testa;
“Stai tranquilla, vecchia mia, ai cuccioli pensiamo noi.”
La volpe, con le zampe rattrappite, restò immobile.
Ormai faceva parte del prato.

     

Da “Racconti di monte e di mare” di Lidia Are Caverni, pubblicato dalla Casa Editrice Orizzonti Meridionali
 e pubblicato anche su Gaia: rivista dell’Ecoistituto Veneto nel numero d’inverno

       

Paolo Figar, Ritratto di flora

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