La festa, racconto di Ilaria Pamio

La festa

racconto di Ilaria Pamio

     

«Tu mettiti comoda sul divano, riposati. Penso a tutto io» dissi a mia sorella.
Ero andata ad abitare da sola da un po’, ma solamente quella sera ero riuscita a organizzare la festa per l’inaugurazione con gli amici.
Per cena avevo comprato tutto in gastronomia. Niente pesce crudo, solo cibi cotti. Poco affettato, vino bianco, qualche Lemonsoda. Avevo appeso palloncini ovunque.
Per primi arrivarono Roberto e Paola con le due bimbe, feci loro togliere le giacche e gli dissi di lasciarle nella stanza da letto, in fondo al corridoio. Avevo chiesto a tutti la cortesia di avvisarmi se erano malati. Se qualcuno tra noi avesse avuto l’influenza, la tosse o qualcosa del genere, non sarebbe stato grave aspettare oltre.
Ci raggiunse anche Sara. I capelli appiccicati alla faccia. Trafelata come al solito.
«Scusate, ho finito tardi.»
«Non abbiamo ancora iniziato.»
«Ah! Ma c’è anche tua sorella!» dissero poi, avvicinandosi al divano.
Iniziai a versare e servire dei bicchieri di prosecco. Ad Arianna diedi della Lemonsoda.
«Cos’è? Sei astemia?» chiese Roberto, quasi sfottendola.
«È che non mi piace il vino bianco» disse Arianna.
«Ma potrà bere quello che vuole? O devi farti sempre gli affari degli altri?» lo zittì Paola.
Chiesi a tutti di avvicinarsi alla tavola e di sedersi.
«Niente antipastini giapponesi stavolta Lara?» mi chiese Sara.
«Niente…»
«Strano. Quando fai le feste tu, quelli non mancano mai.»
«Ho pensato che le bimbe non li avrebbero mangiati e, per una volta, ho preferito variare.»
«Cambi casa, e cambi abitudini. Mah» s’insospettì lei.
«Ari, vuoi del prosciutto?» porse il vassoio a mia sorella.
«Solo due fettine di cotto, grazie.»
«Anche se ne prendessi due di salame, non ti vengono i brufoli sai?»
«Roberto piantala! Sei pesante» lo rimproverò la moglie.
«Paola, lascialo. Ari lo sa che tuo marito è un provocatore nato.»
«È un bel po’ che non ci vediamo. Forse… quattro mesi: tutto bene?» tornò a chiederle Sara.
«Solo un po’ stanchina. Sai, il lavoro.»
«Fai sempre quel lavoro?»
«Sì, purtroppo.»
«L’ultima volta che ci siamo viste, mi avevi detto che volevi cambiare. Che non ne potevi più.»
«Ho mandato qualche curricula in giro, ma il periodo non è certo dei migliori.»
«Ovunque è così. Io, a volte, faccio turni da dodici ore.»
«Facciamo turni allucinanti» rispose Arianna accarezzandosi la pancia.
«Però tu sarai stanca, ma non si vede. Anzi. Hai lo sguardo radioso.»
«Grazie» sorrise. Si accorse che Sara le stava fissando la mano sul ventre.
«Mal di pancia? Le lasagne di tua sorella?»
«Il lattosio, forse.»
Terminato il dolce, la stanchezza delle bimbe iniziò a farsi sentire. Scoppiarono a uno a uno tutti i palloncini. Paola era mortificata. Li accompagnai a recuperare i loro cappotti.
Sara fu l’ultima a raggiungermi in camera. Feci scivolare il cappotto sulla coperta, per avvicinarlo a noi. Una busta cadde a terra.
Una busta grande arancione cadde a terra.
Io e Sara ci guardammo.
Controllai che dalla busta non fosse uscito nulla.
Incontrai di nuovo lo sguardo perplesso di Sara.
Nessuna disse nulla.
Era caduta di pancia. L’etichetta con il nome contro il pavimento.
La raccolsi. Senza voltarla l’appoggiai sul letto. Passai il cappotto a Sara.
Raggiungemmo la porta della camera, il corridoio, la porta di casa. Io e Arianna abbracciammo e salutammo Sara, che ci sorrise, e se ne andò.
Lei non mi aveva permesso di dire nulla ai miei amici. Prima voleva dirlo ai suoi.

        

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Simone Weil, filosofa, scrittrice, attivista partigiana francese

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