Rapimenti: Hollow Apocalypse di L.V. Stein

La rubrica di Lol Von Stein: rapimenti. The Hollow Men

                         

          

Ci sono poesie che sono mondi.

Ci sono poesie da leggere come fossero viaggi da intraprendere. Dalle quali si torna – ogni volta – irrimediabilmente diversi.

 

Apocalypse Now, 1979, film di Francis Ford Coppola, una delle ultime scene.
Il colonnello Kurtz attende il capitano Willard – spedito in missione per assassinarlo.
Legge una poesia.
La poesia comincia con un’epigrafe, che è una profezia. Perché annuncia la sua morte.

Mistah Kurtz – he dead.

La poesia sembra scritta per lui, per quella guerra, in quell’angolo di mondo, in quella giungla cambogiana dove i khmer rossi si rifugiano e combattono con una tenacia inconoscibile.
Destinati alla distruzione. Destinati alla vittoria.

Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui sono erette
le immagini di pietra, qui ricevono
la supplica della mano di un morto
sotto il luccichio di una stella che svanisce

                 

ApocalypseNow FOTO 1

                                  

Gli uomini vuoti, invece, è una poesia del 1925.
Thomas Stearns Eliot l’ha scritta pensando a Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e al suo Kurtz mercante d’avorio nell’Africa di inizio secolo, a Dante Alighieri e a un sacco di altre cose.
Pare fosse depresso al limite dell’abulia, schiacciato da problemi finanziari e coniugali.
Capita che lo stato mentale dei poeti, quando è compromesso, ne faccia dei visionari, quasi che l’incapacità di affrontare se stessi, li doti di una doppia vista.
Così Eliot descrive la desolazione della sua epoca, e insieme quella delle epoche a venire, con una lucidità sprigionata dal proprio personale oblio.
E dato che è sempre il tempo a determinare le differenze e i valori, anche in poesia, capita che ci ritroviamo oggi a leggerne i versi, riconoscendo nel Vuoto la cifra dei nostri giorni.

Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra

Fra l’ideazione
E la creazione
Fra l’emozione
E la reazione
Cade l’Ombra

Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discesa
Cade l’Ombra

                    

RIVER BLUE

                  

Chissà se Eliot avrebbe apprezzato il fatto che i futuri lettori – come cannibali – avrebbero sezionato la sua poesia, verso dopo verso, come se per capirla avessero bisogno di ingoiarla, parola per parola, e poi risputarla interpretata, digerita.
Perché la sua è una poesia oscura, complicata, piena di simboli, di rimandi, di sguardi buttati altrove.
Primo fra tutti, Conrad. E’ da lì che si parte.
E’ da lì che più di cinquant’anni dopo parte un altro visionario, che scrive un film pensando a Conrad ed Eliot, e con questo proietta i loro capolavori da un capo all’altro del ventesimo secolo.
Coppola ha un’intuizione geniale – una visione perfetta. Che il Cuore di tenebra del ventesimo secolo si trovi proprio lì – in quella guerra – in Indocina. E che alla fine, il moderno Kurtz, nella penombra del suo palazzo-tempio, legga una poesia, e questa non possa essere che Gli Uomini Vuoti.
Incredibilmente, proprio quella, e nessun altra, lo definisce.

Gli occhi non sono qui
Non vi sono occhi qui
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo tra i luoghi d’incontro
Brancoliamo insieme
Ed evitiamo di parlare
Raccolti su questa riva del tumido fiume
Ciechi,  a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno crepuscolare della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti.

                  

apocalypse willard

                

Alla fine del fiume, alla fine del viaggio, all’ombra delle gigantesche immagini di pietra degli dei khmer, è il regno di Kurtz, l’uomo che è andato troppo oltre nell’affrontare il suo inferno e perciò senza possibilità di ritorno. Colui che svela la menzogna dell’Occidente attraverso la sua follia. Nessuna guerra giusta. Nessuna liberazione attraverso le bombe. Kurtz può dirlo, perché è uno degli uomini vuoti,. Hollow to the core. Vuoto nel profondo. E’ l’uomo vuoto che si è riconosciuto. Disertore del più potente esercito del mondo. E’ il poeta. La mano che impugna la penna dopo la spada. Il re sacerdote, il cui sacrificio salverà il popolo.

E’ questo il modo in cui finisce il mondo
Non con uno boato ma con un lamento.

                  

UOMINI BIANCHI

                

In questo gioco di specchi tra film, romanzo, poesia – al centro – rimane un ultimo riflesso.
L’immagine di Marlon Brando, attore dal corpo troppo pesante, nell’ombra, la mano che cerca la testa calva, colpita da una luce dorata, radente, e la sua voce bassa e leggermente roca, che recita Kurtz che recita Eliot.
E intona:

Noi siamo gli uomini vuoti
Noi siamo gli uomini impagliati
Appoggiati gli uni agli altri
La testa piena di paglia. Ahimè
Le nostri voci secche, quando
Sussurriamo insieme
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba secca
O zampe di topi sul vetro rotto
Nella nostra arida cantina

                  
Figura senza forma, ombra senza colore
Forza paralizzata, gesto senza movimento

                           
Coloro che sono passati
Con occhi diretti all’altro regno della morte
Si ricordano di noi – se lo fanno – non come perdute
Anime violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati

                

Apocalypse brando FINE

                           

Mistah Kurtz – he dead

THE HOLLOW MEN

A penny for the Old Guy

I

We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!
Our dried voices, when
We whisper together
Are quiet and meaningless
As wind in dry grass
Or rats’ feet over broken glass
In our dry cellar

Shape without form, shade without colour,
Paralysed force, gesture without motion;

Those who have crossed
With direct eyes, to death’s other Kingdom
Remember us – if at all – not as lost
Violent souls, but only
As the hollow men
The stuffed men.

II

Eyes I dare not meet in dreams
In death’s dream kingdom
These do not appear:
There, the eyes are
Sunlight on a broken column
There, is a tree swinging
And voices are
In the wind’s singing
More distant and more solemn
Than a fading star.

Let me be no nearer
In death’s dream kingdom
Let me also wear
Such deliberate disguises
Rat’s coat, crowskin, crossed staves
In a field
Behaving as the wind behaves
No nearer –

Not that final meeting
In the twilight kingdom

III

This is the dead land
This is cactus land
Here the stone images
Are raised, here they receive
The supplication of a dead man’s hand
Under the twinkle of a fading star.

Is it like this
In death’s other kingdom
Waking alone
At the hour when we are
Trembling with tenderness
Lips that would kiss
Form prayers to broken stone.

IV

The eyes are not here
There are no eyes here
In this valley of dying stars
In this hollow valley
This broken jaw of our lost kingdoms
In this last of meeting places
We grope together
And avoid speech
Gathered on this beach of the tumid river

Sightless, unless
The eyes reappear
As the perpetual star
Multifoliate rose
Of death’s twilight kingdom
The hope only
Of empty men.

V

Here we go round the prickly pear
Prickly pear prickly pear
Here we go round the prickly pear
At five o’clock in the morning.
Between the idea
And the reality
Between the motion
And the act
Falls the Shadow
For Thine is the Kingdom
Between the conception
And the creation
Between the emotion
And the response
Falls the Shadow
Life is very long
Between the desire
And the spasm
Between the potency
And the existence
Between the essence
And the descent
Falls the Shadow
For Thine is the Kingdom
For Thine is
Life is
For Thine is the

This is the way the world ends
This is the way the world ends
This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.

                      

Thomas Stearns Eliot

1925

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