Rapimenti: Pavese – Torino – 1950 di L.V. Stein

Rapimenti, la rubrica di Lol Von Stein: Pavese – Torino – 1950

                     

               

Questa è – anche – una poesia d’amore, di un amore rifiutato, perduto, doloroso.
L’invocazione ad un addio, ad una distanza, ad una separazione.
Questa è – soprattutto – la poesia di una ferita aperta, quella che nasce con noi e che per tutta la vita fingiamo di dimenticare, ad ogni respiro, inventandoci modi per essere al sicuro.
In definitiva viviamo ogni istante come fossimo immortali – preda di una incredibile  inconsapevolezza della morte. Respiriamo in virtù di questo dono, di questa maledizione.
A volte qualcuno sceglie di spostare lo sguardo, oltre le illusioni, e la fissa. La ferita. La seziona. La accarezza. Ci affonda le dita. E scrive.
Bukowski, così lontano da questa poesia, nel tempo e nello spazio, disse che per lui “scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo”.
E questo sì, è privilegio della scrittura.

                         

                        

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o  un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno  una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così  li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

                                  

Cesare Pavese

Torino 22 Marzo 1950

                     

la dolce vita spiaggia

                   

                          

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