Rapimenti: Roversi, di L. V. Stein

La rubrica di Lol Von Stein: rapimenti. Roberto Roversi.

  

   

Estate. Quasi un anno fa. Si parlava di poesia davanti ad un cocktail dal nome impronunciabile.

Il mare, invisibile, qualche metro più in là.

Ci scambiavamo preferenze, e come dal cilindro del mago, emergeva un ricordo, un poeta e una canzone. Capita, a volte, che poesia e musica si incontrino. Capita anche, che ne escano capolavori.

roversi_672-458_resize“Ulisse coperto di sale”. Voce e musica di Lucio Dalla. Testi di Roberto Roversi.

Così l’amica poetessa si lasciava contagiare dal mio entusiasmo e la cercava – in quello che si potrebbe forse definire “nipote portatile di vecchio elaboratore” – la trovava, e finivamo per ascoltarla – incantate – tra il frastuono del via vai vacanziero, mentre i bicchieri sul tavolo aumentavano gioiosamente di numero.

Poi si era fatta notte. E probabilmente in quel momento già Roberto Roversi era irrimediabilmente stanco. Se ne sarebbe andato dopo meno di due mesi. Senza cerimonie.

   

Vedo le stanze imbiancate

tutte le finestre spalancate.

Neve non c’è, il sole c’è,

nebbia non c’è, il cielo c’è!

Tutto scomparso, tutto cambiato

mentre ritorno da un mio passato

tutto è uguale, irreale

sono Ulisse coperto di sale!

È vero

la vita è sempre un lungo, lungo ritorno.

Ascolta,

io non ho paura dei sentimenti.

E allora guarda,

io sono qui,

ho aperto adagio adagio con la chiave;

come un tempo

ho lasciato la valigia sulla porta

‒ ho lasciato la valigia sulla porta.

Ho guardato intorno prima di chiamare, chiamare

non ho paura,

ti dico che sono tornato per trovare, trovare

come una volta

dentro a questa casa

la mia forza

come Ulisse che torna dal mare

come Ulisse che torna dal mare.

Una mano di calce bianca

sulle pareti della mia stanza

cielo giallo di garbino,

occhio caldo di bambino!

Tiro il sole fin dentro la stanza

carro di fuoco che corre sul cuore

perché ogni giorno è sabbia e furore

e sempre uguali non sono le ore!

Voglio dirti:

non rovesciare gli anni come un cassetto vuoto.

Ascolta:

anche i giovani non hanno paura di un amore

e mai, mai, mai

strappano dal cuore i sentimenti;

io ti guardo,

la tua forza è un’ombra di luce

la tua forza è un’ombra di luce.

‒ LA MANO AFFONDATA

NEL VENTO DEL VENTO

aria calda,

urlano quelle nostre ore

strette in un pugno

urlano come gli uccelli,

i sassi si consumano,

non si consuma la vita

la giornata è uguale

a una mano che è ferita

io sono Ulisse al ritorno

Ulisse coperto di sale!

Ulisse al principio del giorno!

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E ora.

www.robertoroversi.it

Un rifugio. Un’oasi.

Un luogo prezioso, elegante, bello da vedere e incredibilmente semplice da esplorare.

Un luogo nel quale gli occhi, liberamente, possano danzare sulle parole, sui versi, sulle foto.

Con calma. Con grazia. Senza fretta.

Un luogo dove perdere tempo, nel senso che una volta lì, è come attraversare una città delle meraviglie, non si può partire mai, e il tempo passa senza lasciare segni, quindi in qualche modo si ferma, mentre noi, che leggiamo, a poco a poco, se ci siamo, lo veniamo a sapere, di esistere.

C’è moltissimo, l’intento è che – nel tempo – ci sia quanto più possibile, spiegano i curatori.

Ci sono i testi teatrali, le lettere, le canzoni, i testi critici, le prose, gli articoli, le foto, le interviste.

phoca_thumb_l_officina_ok2C’è Officina (Pasolini – Fortini – Leonetti – Scalia – Romanò).

C’è la Palmaverde, libreria antiquaria, per 60 anni nel cuore di Bologna, incastonata come un gioiello.

E poi ci sono le poesie. Tantissime. Anche quelle che, dagli anni cinquanta, si trovavano solo sui fogli sparsi, ciclostilati, distribuiti in libreria o spediti su richiesta, dopo che, abbandonati i grandi editori, aveva deciso di fare da solo.

Per Roversi – come per Victor Hugo – vi è una unica coerenza inderogabile tra l’arte e la vita, – e attraverso la scrittura si parla del mondo. Senza ricorrere all’autobiografia.

E pensando a noi, scribacchini con l’ossessione del diritto d’autore, smaniosi di apparire, e al nostro ego smisurato con il quale non perdiamo occasione di imbrattare il foglio, si capisce tutta la distanza, perché in questo luogo virtuale esiste solo il favoloso diritto del lettore, di restare, a bighellonare, e godere, a pieni occhi, delle parole di un artista libero, di essere.

   

III.

Nessuno che voglia può permettersi di morire.

Si era seduti una sera così non sulla riva del mare

sul muro abbastanza diroccato

dove la città è pressapoco abbozzata. Dicono:

una volta erano i vecchi i ricchi che s’avviavano alla morte

solenni con quel loro passo solenne, un passo solenne,

erano una volta gli eroi che morivano in battaglia

amabilmente innocui.

Ma adesso… in questi incerti anni così terribilmente certi

nuovi in questa nuova certezza

così pieni nell’incertezza

ossessivi tiepidi calmi magistralmente

gonfi nell’otre delle ossessioni consumate,

avidi, squallidi; dicono:

in questi impossibili anni in questi anni lucenti

in questi anni gelidi, in questi nostri anni

che chiudono il millennio

e la vita chiudono contro un muro di persecuzione e di ferro

a nostra vita a doppia mandata in un giro di chiave

(dove il ruggito del leone si perde

nel grido delle pecore marcate

e il nero è bianco ormai o viceversa

ora che tutto si perde per ricomporsi

e noi ci componiamo perdendoci)

la conclusione è semplice dopotutto

in una deforme apparenza

non dissimile da quel riposare sopradescritto e

momentaneo sulla pietra laggiù nella città

(una costa senza fine

un arco senza alcuna bellezza

la sera calava frustando

fischia la notte spezzando)

era la volgarità del tempo a incombere, il disamore di

questo tempo,

la meschinità, inoltre

la sua imperiosa bellezza, la sua ripugnante bellezza,

una tranquilla smorfia, questa difficoltà che esalta.

Rovesciandosi le tasche

chi deve vivere vive

chi cammina avanza

avanza un poco, un poco procede s’inoltra mentre la

notte fischia spezzando spezzandosi. È tutto.

   

(da “Le descrizioni in atto” – da “Ventunesima descrizione in atto”)

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