Recensione a Sonetti dolenti e balordi di Lucetta Frisa, a cura di Narda Fattori

Recensione a Sonetti dolenti e balordi di Lucetta Frisa, ed. CFR, a cura di Narda Fattori.

   

   

Citando Alberto Bertoni la riflessione che propongo mi pare calzi a pennello a questa opera della Frisa : “ L’Io occidentale, rappresentato della fisica come fascia cangiante di neuroni e – lungo lo sviluppo del XX secolo, ridotto dalla politica e dalle industrie dello svago a individuo- massa , sdoppiato fra veglia e sonno, responsabilità e noia , oblio e memoria elettronica, crisi e alienazione: infatti la potenza dell’impulso creativo e artistico è cominciata a scaturire direttamente dall’inconscio, in un intreccio di fattori irregolari e dispotici”, quindi pare che il processo di formazione creatrice nasca all’interno dell’uomo. Proprio  nella rappresentazione multiforme, abissale e inabissata, la poesia si contrappone al deserto dell’esperienza distratta e generica; la assume e la stravolge, spesso la ricrea attraversa il linguaggio che consente l’incontro con se stessi e con l’altro.

foto_popart_007_Claes_Oldenburg-2703121021200Ungaretti scriveva: “Non so se la poesia possa definirsi. Credo e professo che sia indefinibile, e che essa si manifesti nel momento della nostra espressione, quando le cose che ci stanno più a cuore, che ci hanno agitato e tormentato di più nei nostri pensieri, che più a fondo appartengono alla ragione stessa della nostra vita, ci appaiono nella loro più umana verità; ma in una vibrazione che sembri quasi oltrepassare la forza dell’uomo, e non possa mai essere conquista né di tradizione né di studio, sebbene dell’una e dell’altro sia sostanzialmente chiamata a nutrirsi.

Se in tanti hanno provato a fornire una definizione di poesia, direi che nessuno è riuscito a fissarla, proprio perché per sua natura la poesia è umbratile, inafferrabile ; di lei vediamo gli effetti mai l’origine.

Questo nuovo libro della Frisa  risponde pienamente a questa inafferrabilità dell’essenza poetica e contemporaneamente della sua possibilità/ capacità a parlare di tutto e di andare verso le oltranze con scarpe consunte, ossa rotte, trafitture ovunque.

E’ un’opera ambiziosa di ontologica illusorietà:  affronta i temi che da sempre tormentano la ricerca intellettuale dell’uomo e , non potendo fornire risposte che abbiano valore di verità, denuda le domande sottostanti, censisce il vivente e il vissuto, ne smaschera le finzioni e rimane in una dolente corsa sul posto.

La logica allegorica appartiene alla poesie perché quando intende dire tutto s’impappina, infantilisce o crea monumenti cerebrali incomprensibili.

Ma tornando al libro della Frisa, scopriamo che è un poemetto suddiviso in sotto-argomenti e che gli argomenti sono paurosamente inquietanti per la massa  materica e filosofica che si portano appresso.  Il titolo stavolta non ci aiuta: le poesie al suo interno non sono sonetti ( almeno classicamente intesi), sebbene mostrino una ricerca di armonia intertestuale con la pari lunghezza: 14 versi per ciascuna lirica ; il dolente esiste e non si mimetizza, anzi si racconta senza pudori: “Nati in mezzo alla vanità del fuoco/  cos’è reale? Non il nostro casuale/ involucro sfiorato di farfalla/ (………..) Nati con le domande nelle ossa/le domande disperate murate/ sulle bocche delle maschere tinte/ dove si frugano le saggezze finte.”

Questi pochi versi  ci mostrano da quale versante affronta il dolore la  poetessa, un versante scosceso, aspro che avrebbe potuto essere il suo contrario.

foto_popart_006_Claes_Oldenburg_volanoMa restiamo al titolo, ai sonetti si aggiunge l’aggettivo “balordi”, quindi di poco senno , quasi ridicoli o per ridere. Sono convinta che sia un aggettivo da trincea; la Frisa si difende dalla verticalità da capogiro degli argomenti sminuendoli, irridendoli.

Francesco Marotta introduce  con una coltra e raffinata prefazione il libro e lo pone, epistemologicamente, come “Passione per le origini”.

I titoli delle varie sequenze farebbero pensarlo , eppure La Frisa non sarebbe arrivata a questo vertice della sua poesia se prima non si fosse fatta attraversare dalla vita , dalle sue minutaglie, dai suoi accidenti e alle domande poste non avesse trovato che queste risposte.

Solo poi ha potuto scrivere “ sequenza del dolore”, “sequenza della follia”, sequenza del mistero” , sequenza del sogno”, “sequenza privata” , “sequenza dell’uscire da sé”, “sequenza dell’inconclusione”, “sole dell’insonnia.

I titoli qui non sono vaghi, al contrario, indicano la pista di lettura e prendono per mano il lettore : “ Bisogna uscire da sé per entrare/ negli altri nel loro dolore come/…; “Se scrivere è tagliare la testa/ al dolore fratturato fra le parole- / lo curerò in un vaso di basilico..”, Il dolore ci fa cadere a terra/ il corpo abbraccia il corpo della terra/ come il bambino abbraccia la madre”;resistere minuto per minuto/ io per tre tu per me per le parole/ che ci diciamo che ci siamo dette”.

Sono solo citazioni, il libro esige una lettura attenta , consapevole, condivisibile.

Se Lucetta è arrivata a quanto scrive ed è disposta a condividerlo, dobbiamo esserle molto grati; si cresce così , salendo sulle spalle degli altri.

Claes_Oldenburg_Ponte_a_cucchiaio_con_ciliegia,_1988    

Nati in mezzo alla vanità del fuoco

cos’e reale? Non il nostro casuale

involucro sfiorato da farfalla

che un giorno ci danzò sulle pupille

di noi che si giocava il primo gioco.

Cosa s’impara dalla vita prima

della nascita? A dimenticare

la lezione e reimpararla cadendo

nel dolore modellato dal tempo

che va incontro al corpo nella fossa?

Nati con le domande nelle ossa

le domande disperate murate

sulle bocche delle maschere tinte

dove si frugano le saggezze finte.

***

Grigio cielo di nuvole in estate

triste pianto in amore lungo verme

dentro la mela lucida: turbolenze

del cristallo. L’età matura è entrata

nell’infanzia e c’e una strana cellula

impazzita d’arsura tumorale

ficcata in qualche parte del cervello

e di lacrime asciutte si muore

fiumi senza letto interrati male

in cerca d’acqua di mare o di fosso.

Di un piccolo dolore non si muore

ma del Dolore del mondo, della storia

orribile incantata dentro il niente

che all’improvviso ci rovina addosso.

***

La follia è protezione dal male

della terra quante città sommerse

per non mostrarsi mai agli aggressori

lasciamoli arrivare noi si rimuove

il bel paesaggio e i nostri amati averi

da loro disprezzati, anche i templi

si nascondono a custodire i sogni

il fiato sacra degli dei le spighe

nel sottosuolo, i diari segreti

come pozzi d’acqua nel deserto

ma solo a noi tocca sapere dove

e state steso il velo a riparare

linfa e sperma respira e ragione

che tutti i saggi non chiamano follia.

***

La via Lattea non mi scivola sugli occhi

rivolti alla sua perlata scia.

Qui l’ombra di una formica la memoria

confusa del mondo con la sua storia

ottusa persa la sua antica follia,

Dicono i saggi che prima di noi

e dell’umano tempo saturnino

lei regnava indistinta dall’aria.

Ed io quando vado oscillando in bilico

tra pensieri e pensieri e poi slitto

su cose perfide infide e strappo

pelle pupille sesso mi possiede

follia di cullarmi nel suo grembo

snodata da tutti i qui e gli adesso.

***

Per vivere ho bisogno del mistero

occhi di un’altra specie sacre pietre

dipinte o incise nel buio delle grotte.

Scende tiepido dal polso alle caviglie

il mistero delle cerimonie

trattenuto e sfuggito al presente

perche anch’io m’inchino ancora e tendo

braccia mani gola e canto a chi non sente

e non mi vede ora che sono ombra

che vorrei sanguinasse come un corpo

stremato senza pili metafore.

Varrei credere un messaggio sacro

l’imprevista invasione della luce

sul mio scuro letto addolorato.

***

Per vivere ho bisogno del mistero

i sogni mi difendono dai barbari

che sempre hanno ragione con l’arma

della storia che altera i colori

sfumati penso a Tanizaki e all’ombra

su tazze laccate e carta opalescente

per distinguere l’Oriente e preservarlo

dalla troppa luce occidentale.

Oscilla il pipistrello rovesciato

lasciamolo dov’è nella sua saggezza

nient’altro c’è da dire alle creature

al centro di sé sempre padrone

delle latitudini d’ombra e della luce.

Noi, i barbari arrivati da un pezzo.

***

Uscire da sé: se il desiderio

ci disegna il mondo la sua assenza

1o cancella e la montagna è un cumulo

di sassi e noi gli automi con la voce

fessa. Come uscire da sè come

non guardarci più allo specchio sapendo

che non esistiamo e neppure lui.

Siamo spezzati da un pezzo i frammenti

sparsi per strada e nei libri e chi li coglie

sarà creatura aliena più di noi.

Fraintesi non importa solo se adesso

potessimo dirci tutto occhi negli occhi

non ancora invasi dagli insetti e prima

che i tetti si rovescino, impudichi.

***

non c’eravamo né tu né io

a parlare del bosco

ci chiamavano

alberi foglie rami  uccelli

cantavamo

stupiti

ancora senza un nome

e il bosco

lassù

come fumo bianco

volava

un enigma per me

camminare in superficie

chiedo

qualcosa d’intero

a saldare il desiderio senza nome

che consumò la mia vita

e la ruppe

datemi la moneta

sopra le palpebre

per un altro sogno

datemi la moneta

sopra la lingua

per farmi udire

scansione0092

  

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: