Di cosa parliamo quando parliamo d’altro, recensione a “Parlando d’altro” di Rodolfo Cernilogar, a cura di P. Polvani

Di cosa parliamo quando parliamo d’altro, recensione a “Parlando d’altro” di Rodolfo Cernilogar, Cico Rivolta ed. 2014, a cura di Paolo Polvani.

   

   

Rodolfo Cernilogar fornisce un’indicazione chiarissima prima ancora di cominciare a mostrarci i suoi versi, come un segnale stradale che dica si va per di qua, ed è la frase posta come esergo del libro:  “Dite tutta la verità, ma ditela insinuandola”. Nasce subito il desiderio di capire a quale verità si alluda, e di come l’autore la insinui nei versi, la faccia trapelare come fugace apparizione, o la inserisca nel paesaggio come un dettaglio, la nasconda in una figura minore. Una buona pista potrebbe essere: – Lo sguardo dell’uomo che dice amore -. Ma forse conviene partire dal titolo: Parlando d’altro.

Che sarà questo “altro” dietro cui s’insinua la famosa verità? Con quale argomenti l’autore intrattiene il lettore ? sulle prime si parla molto d’amore, ma poi si affaccia un nonno contadino, si affaccia l’adesione a un sentimento della terra, si profilano paesaggi marini, dune, il verde luminoso dei pini, e poi ancora un album familiare, per prima la figlia, ripresa nel sonno, e poi un padre “diventato vecchio in 10 pagine”, e la nonna nel giorno della morte: “mia nonna era un’altra, lontana / da questo caldo pomeriggio di fine / estate…” e in seguito sulla scena entra Van Gogh, che parla a Gauguin, ed Escher, e una carrellata di personaggi colta in interni borghesi. In definitiva una variegata successione di affetti, di interessi, di ricordi, di prospettive. Si parla d’altro, e non è che la vita scrutata con occhi curiosi, auscultata ed esplorata e indagata e annusata come fosse un corpo. Un corpo di donna credo stimoli la curiosità di un poeta maschio ma non solo, di un poeta in genere, con le sue musiche interne, i ritmi che manifestano una connessione più profonda, più evidente, almeno in apparenza, col ritmo della vita e del mondo esterno; le donne possiedono più risorse fisiche ed emotive, sentimentali e anche intellettuali. Questo parlare d’altro non è che indagare il corpo femmina della vita, circumnavigarlo, studiarlo e restituirlo tradotto in parole accessibili, concrete. Ho sempre pensato che buona poesia è quella che potrebbe apprezzare la parrucchiera di mia moglie, detto con grande rispetto per le qualità culturali e intellettuali della categoria, solo per sostituire la figura archetipica della casalinga di Voghera, ormai abusata e usurata, cioè un soggetto estraneo ai misteri della poesia, ai congegni verbali, alle alchimie in cui le molecole del suono si accoppiano alle molecole del senso o si respingono, una persona cioè che pur sprovvista di armamentario tecnico, disponga di curiosità, di sensibilità, di quella particolare fame che porta a cibarsi di poesia. In un ipotetico appartamento dell’amore è sempre la curiosità a fare da anticamera, mentre il salotto è dedicato all’attenzione ed all’ascolto. Cosa si ascolta in questa poesia? Sicuramente buoni versi. A partire da una delle primissime poesie Algebra, che così parla:

Non è vero che mi manchi. È solo
una bugia. L’alfabeto
delle cose sa mentire bene.
La verità è un’altra.
Tu aggiungi (calore
alle coperte, aria
alle stanze, chiavi
alle porte, pioggia
ai vetri). Sì, tu aggiungi.
Anche quando non ci sei.

Il linguaggio utilizzato è semplice e diretto, comunicativo, attinto dalla vita reale, a volte importato dal linguaggio tecnico della finanza, come quell’amore che rassicura i mercati e si fa prodotto interno, oppure:

ti accomodi tra le mie cose
come se nulla fosse,
vecchio bastardo
di un amore.
E anche, molto belli, questi:
Perché forse ogni amore
non è altro che un ritorno
di infanzia, una corsa a perdifiato.

In una delle poesie seguenti l’autore condensa in pochi versi il suo manifesto stilistico: “cerca parole semplici, comuni, / prova a dire che mi ami /come se tagliassi il pane / o versassi il vino”.

E’ forse Album di famiglia la sezione in cui più intensa e densa si fa la partecipazione alla scrittura, con la bellissima –aria azzurra che sostiene il predatore alato-. La notte che si impiglia nei canneti, e per converso “il sole è calato ed è come una felicità” disegnano una cornice di opposte direzioni, e si può esprimere persino quella tenerezza per il padre che prima non c’era. E mi pare che sia In un’altra estate che l’autore raggiunge uno dei massimi gradi della felicità espressiva:

“Guarda com’è bella, sembra che dorma,”
(il chiacchiericcio dei parenti, le frasi
consolatorie, la conta di chi è partito,
le date da ricordare)
no, non è vero,
non è mia nonna,
mia nonna era un’altra, lontana
da questo caldo pomeriggio di fine
estate, un’altra estate a bisticciare
con mia figlia, camminare con i grilli,
racconti da imparare a memoria.

E’ negli Interni borghesi che la scrittura raggiunge un alto livello di rarefazione e allusività, pervasa da un sentimento forte di rimpianto e di incompiutezza, di nodi da sciogliere, traguardi da raggiungere: “il sole scaldi ancora le mie labbra / come se ne dipendesse la vita”. Si tira avanti cercando il dettaglio che fa la differenza, e si avverte che tutto è giocato all’interno di un equilibrio precario, instabile. Si tirano le somme, appare difficile che i conti tornino. Ma non è tutta luce di sconfitta se il signor O. può affermare:

Lo sai,
sto dalla parte della gioia,
sono vento e grano.

copertina

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