Incipit di Annalisa Rodeghiero, note di lettura di Luigi Paraboschi

Incipit di Annalisa Rodeghiero, Stravagario Ed., note di lettura di Luigi Paraboschi.

    

      

La raccolta di poesie Incipit è un libro che sta a cavallo tra la dimensione privata degli affetti di famiglia e dei suoi componenti, e quella pubblica, di persona, di cittadina che sente profondamente le radici che la legano al territorio ove è nata.
L’esordio è rappresentato da una poesia civile con il quale l’autrice interloquisce indirettamente con il più famoso “sergente della neve“, il grande Rigoni Stern, autore di tanti lavori attorno ai temi dei boschi e della natura che li circonda il quale si era posto questa domanda:

Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d’inverno si faranno trasportare su una slitta trainata da un generoso cavallo per la piana di Marcesina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero, come sarebbe triste il mondo.”

 La risposta che Rodeghiero dà è:

perché sotto quella luna piena nella piana /la poesia non muore e tu lo sai /- Sergente – /fino a quando esisterà /anche un solo uomo sulla terra /e la terra dentro occhi innamorati.

Può sembrare una dichiarazione eccessivamente romantica, quasi fosse scritta da un poeta adolescente, ma non è così, invece è dettata da un cuore che in continuazione lascia sgorgare dal suo interno un flusso che lo induce a domandarsi a pag. 21 con questi versi:

albe, quante albe/ occorrono a interrompere le notti“

C’è in essi la speranza, quasi un auspicio che occorrerà sempre un nuovo giorno nella storia dell’umanità per  far rinascere quegli “occhi innamorati“ cui  accennava nella risposta a Rigoni Stern, ma la speranza si scontra quasi sempre con la realtà che le fa toccare con mano lo scempio compiuto dalla natura nei boschi dell’altopiano di Asiago e anche in altre zone del Veneto, quando si calcola che andarono sradicati circa 43 milioni di abeti (il dato,  impressionante per la sua dimensione, è stato pubblicato di recente su di un quotidiano nazionale) .

I versi che trascrivo riflettono lo sbigottimento di chi si trova ad assistere alla durezza dello scoprire quanto la natura riesce a compiere con un solo colpo di vento, distruggendo quella costruzione per la quale erano occorsi centinaia di anni:

ma ora lassù sull’Altopiano /dentro un silenzio che sembra innaturale /tronchi dormono sui tronchi / disordinatamente /corpi ammassati nelle fosse.                           

         

Quei “corpi disordinati nelle fosse“ ha un richiamo tristemente evocativo di altre fosse dentro le quali l’umanità in guerra ha sempre cercato di nascondere i propri massacri, ma in questo caso la devastazione permane, è sotto gli occhi di tutti, ogni passante, ogni turista, ogni visitatore la possono constatare .

Da questa riflessione scaturisce una profonda nostalgia per un passato che l’autrice teme non si possa più ripetere e non possa neppure tornare anche volendo, un passato nella “terra dei padri” ove esistevano “i giochi per bambini nei cortili“, ove “il bacio sulla fronte era preghiera”.

Conservo negli occhi il verde respiro /dei prati di rugiada, le voci di contrada /che segnavano le ore nella terra dei padri /dentro i giochi dei bambini nei cortili /senza confini tra le case /di strada in strada – richiamo – fino a sera. /Poi piano la notte bianca carezza /sulla fronte dov’era preghiera il bacio /nelle stanze di aliti piccoli a scaldare il freddo. /Fuori, le fronde in fila cariche di luce alla finestra /penombra dentro i letti, l’alba dorme senza fretta. /Il senso è dire, tramandare a te bambina /la memoria trattenuta in quel tepore./E allora è là che ti vedo andare /nella brevità della parola neve /nel silenzio che trattiene lo strato debole /sopra la terra dove è/pazienza il seme. /Per te chiedo il sonno dolce dei nidi /il loro calore e il colore dei voli /osservato dai rami e i rami a dirti /il luogo preciso dove avrà mani il Sole.  

È solamente l’amore per la nipotina che la induce a scrivere questi versi:

Il senso è dire, tramandare a te bambina /la memoria trattenuta in quel tepore.

dove leggiamo il ricordo della propria gioventù concretizzata nel luoghi nei quali il disastro ecologico è così grande. Una giovinezza nella quale l’autrice ha compiuto la sua prima formazione:

Solo io sapevo /della mia casa ad albero /dei frutti appesi come quadri /a saziare assenze, /della scorza a lacrime di resina /di quanta forza /quando bussava il picchio. /All’occorrenza /(tu sarai sempre un’occorrenza) /ho svelato il segreto /come solo i bambini sanno fare /(senza volerlo).

Così ora sgorgano, si mescolano, nutrono /linfa, legno, miele, fogli sparsi e versi /a cascata su gradini, vetri, biforcazioni, rami, /dentro respiri di ciliegia. /Perfino l’aria è presenza. /Regge il tronco la sete del mondo./

    

Dalla bellezza di quel “all’occorrenza (tu sarai sempre un’occorrenza)“ possiamo capire come l’autrice si ponga nei confronti della piccola neonata; è questa la prima poesia della raccolta nella quale appare nitido il discorso sul legame affettivo che trascende quello verso la natura al quale ho accennato, e assume la forza del legame di sangue, quello che è costituito dal rapporto nonna-nipote.
Ma questo legame è imprescindibile da un altro, anteriore ad esso, quello con il figlio di cui scrive a pag. 24

Figlio amato sopra ogni bellezza al mondo /ritrovata gemma che s’apre tra le ciglia. /figlio-pazienza, inesauribile speranza. /Figlio stupore /figlio quasi padre /amore  

Incipit rappresenta l’inizio di una vita ma non è solamente questo il significato del libro, è, come dicevo in apertura, l’esaltazione della dimensione privata di un rapporto d’amore tra madre-figlio e, di conseguenza verso la nipote seguita nella raccolta dal primo annuncio di vita fino al primo anno.

Ma non si riesce ad afferrare bene il senso di questa “trinità“ se non si passa prima attraverso  il legame profondo e intenso “madre-figlio“, e lo capiamo meglio da questa poesia di pag. 45  dal titolo “se si tratta di figli“ 

Percepire anche la minima /vibrazione d’aria e chiedersi /perché proprio in quel momento, /proprio là. Ora che era sembrata /una conquista l’immobilità /del pensiero (sempre troppo veloce) /quando ormai si credeva /- coperto – finalmente /il nervo nelle sue terminazioni. /Eppure sentire la guaina sciogliersi. /Di nuovo asciugare altri problemi, /viscere che irrimediabilmente /aperte, ancora dolgono /a distanza d’anni dalla data di luce, /quando bastò un vagito /a portarsi via ogni dolore.                 

Le viscere irrimediabilmente aperte che ancora dolgono, sono quelle di una madre che ricorda come la nascita del figlio abbia avuto, allora, la capacità di annullare ogni dolore, come ora, la nascita delle nipotina che lei chiama in altra poesia a pag. 48: “mio termine, mio prolungamento/ mio frammento d’elica nei geni“, ha la capacita di cauterizzare nella anima  di lei ogni dolore, e infatti essa scrive ancora a pag. 34: “ma almeno- in te- di me tutto si placa/ tutto si riassume. Si rinomina“. 

Nella nipotina “tutto si placa“, il tormento di certi attimi esistenziali trova la sua quiete, e “tutto si riassume“ perchè lei è la sintesi di due vite antecedenti, ove  “tutto si compie e“ tutto trova una ragione, un perché.

Però la nuova esistenza appena venuta alla luce avrà certamente la possibilità di guarire anche i mali sottili di quel figlio-padre, e l’autrice lo scrive con chiarezza a pag. 25

…Ma forse più di me/ (teneramente) t’insegnerà a rialzarti /ad amarti t’insegnerà il fotone splendente /che non vedi ma già culli con lo sguardo. /Puntofermo. Perno a cui agganciare /la scontentezza che ti straccia dentro. /Acqua di fiume spaccherà la crosta /al suo primo vagito.

        

Tuttavia resta nell’animo della poetessa una sorta di paura, quella che in fondo accompagna sempre un adulto quando si scopre intento a riflettere sul destino dei propri eredi spirituali e non, la paura di ciò che non si conosce, la paura che la fa scrivere “Resta al riparo/ nella culla come fino a ieri in grembo”, e la spinge  a concludere nella stessa poesia:

Conosco l’aridità del paesaggio /attorno – anche se in fiore – /se una soltanto /è la voce che cerchiamo. / Apparteniamo /forse per nascita, predestinazione o scelta /a un genitore a un figlio a un uomo, /ognuno a modo nostro. /È il nostro modo di vivere il mondo /in fondo /- quasi sempre o quasi mai /- soli.//

A me sembra che in quei due avverbi  “quasi sempre o quasi mai“ si possa racchiudere una visione del nostro vivere molto concreta che si manifesta ancora meglio nei versi di una successiva che estrapolo: ...”Nel ritorno ciclico dell’alba/ ciò che in noi- ora su ora si sfarina- in lei si moltiplica minuziosamente”, il che significa che Rodeghiero e noi con lei poniamo qui lo sguardo sopra una creatura che cresce ora dopo ora e la confrontiamo con il nostro corpo che si avvia, ora dopo ora, verso la fase di disfacimento e di conclusione verso il destino comune.

Le domande della poetessa sono quelle che ognuno si pone quasi quotidianamente, quelle che partendo dalle piccole cose del nostro vissuto come “un cielo carico di neve“, passano attraverso la delusione del non aver saputo fermare l’istante di un bacio trovato dentro “l’attimo che avrei voluto eterno/ il tocco appena percepito al labbro/ la vita“, ma Rodeghiero è capace di traferire le sue (anzi, le nostre) paure dentro una dimensione sottilmente ultraterrena e scrive: …”la verità sta dentro il tuo respiro/vergine, siderea pulsazione /Niente a che vedere con tutto ciò/ che al di là delle tue pieghe strepita./ inquieto vivere del mondo./ Ma almeno-in te – di me tutto si placa./ Tutto si riassume. Si rinomina//

E prendo congedo da questa mia lettura sostando un istante su quel:

Ma almeno- in te- di me tutto si placa“ che voglio evidenziare con il grassetto, perché il lungo percorso poetico  interiore di questa autrice che è stato ben descritto nel volume precedente VERSODOVE, mi sembra che con questo INCIPIT sia approdato ad un momento  di pace interiore che ha giovato alla sua scrittura divenuta molto più pacata che in precedenza e si è fatta priva di certe eccessive involuzioni espressive che in parte appesantivano il suo  raccontare in versi.

in apertura Savira, Lara Steffe, 2011

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