Rubrica Poeti che scrivono a poeti. Alla memoria dei maestri di Alberto Cini

Rubrica “poeti che scrivono a poeti”:
Alla memoria dei propri maestri, di Alberto Cini.

                  

   

Dato il successo riscosso fra gli autori e fra i lettori dell’inserto speciale di luglio 2013,  abbiamo deciso di istituire la rubrica “poeti che scrivono a poeti” nella quale pubblicheremo le “lettere” poetiche e anche le eventuali risposte ad esse che dovessero pervenire. Invitiamo dunque gli autori che hanno qualcosa da dire ai loro colleghi contemporanei o anche dei tempi andati ad inviarci le loro opere. 

In questo numero proponiamo un articolo di Alberto Cini,  una poesia di Gaetano Arcangeli e la “risposta” di Cini.

    

Quello che sto scrivendo è una memoria, un tratto autobiografico a me caro, perché parla di un preadolescente, di arte, di poesia, di educazione.
Le persone che influenzano maggiormente la tua vita a volte, non sanno di esserlo stato.
Si da peso moltissimo ai genitori, agli amici, agli insegnanti, che pur vero il loro ruolo li fa importanti, ma non basta. Ci sono meteore di presenze che passano per un attimo, ma combaciano talmente col tuo momento esistenziale, col tuo carattere che pochi istanti, cambiano o rafforzano una direzione, si piantano come orme sulla tua anima. Quelle orme di altri che poi seguirai per tutta la vita, altri che sono rivelatori di una parte grande che portavi dentro senza saperlo.

Ero un ragazzino di 11 anni, facevo le scuole medie a Bologna, una scuola di periferia, all’interno di una comunità di preti che aveva un convitto per ragazzi messi in quella comunità per difficoltà sociali. I locali ospitavano la scuola, gli alunni erano sia esterni che interni al convitto.
Sono stati anni non facili, quando ci si immette fuori dall’infanzia, le regole cambiano, la tutela anche, ricordo le risse quotidiane, i richiami dal preside, le sospensioni… praticamente tutto quello che è diventato il mio lavoro successivo come educatore. Ovviamente faticavo a scuola, avevo le stesse pagelle dei ragazzi che oggi incontro nei miei interventi, e questo è per me ora, un vantaggio professionale.
Ma in quel luogo sono cominciati a comparire i primi bagliori di quelle stelle fisse che successivamente guideranno la mia vita e i miei interessi.

La mia insegnante di arte, era una persona molto particolare, ricordo ancora il suo abbigliamento fuori dal comune, ma non eccentrico, diciamo caratteristico. Sembrava un’anziana Pippi Calzelunghe. Anziana la vedevo io, dall’occhio di un ragazzino dagli 11 ai 13 anni. Per lei invece furono anni difficili, perché caratterizzati dalla morte di due suoi fratelli con i quali conviveva, entrambi attivi nel mondo artistico.
Lei era una pittrice, un fratello poeta e l’altro, storico dell’arte.
In classe ci furono all’inizio varie crisi disciplinari che portarono la Prof. ad una protesta strana, fece un sitting davanti alla porta della classe, sulla soglia d’entrata contro al nostro baccano irriverente. Noi tutti, dopo un po’ cominciammo a tacere, sia per lo stupore, sia per la curiosità. Poi la lezione cominciava. Si dipingeva moltissimo, ma per lei, l’importante erano le motivazioni, lo stimolo, l’interpretazione che confluiva nella tecnica.  Io non lo sapevo, ma ci stava educando alla pedagogia dell’arte teorizzata dal fratello storico e critico dell’arte.
Siccome lei diceva, che ero “vulcanico”, scoprì un sistema per tenermi buono, sosteneva che un’arte sola non mi sarebbe bastata per stare concentrato e cominciò a farmi illustrare le poesie del fratello poeta. Era vero, un’arte non mi bastava, dipingere senza lo stimolo poetico mi accendeva ancora di più, esageravo, mi disperdevo, dovevo aver un’ancora che mi potesse convogliare la passione grafica. E così fu per tre anni, illustrazioni e illustrazioni di poesie. Discussioni a non finire, sull’interpretazione, anche molto accese. Ricordo come piansi pieno di rabbia quando un mio lavoro che ritenevo geniale, lei lo cassò aggressivamente e delusa, con la motivazione che poteva andare bene solo per una pubblicità! Un professore, non ricordo chi era, intervenne sul mio scatto di rabbia, dicendomi che dovevo ritenermi fortunato, perché la mia Prof, era una persona “molto buona”… io mi stupii tanto per quella affermazione, capii che quell’uomo mi stava guardando come alunno, come ragazzino che fa un compito. Mai avevo avuto questa impressione nelle discussioni con la mia Prof. mi sentivo alla pari, lei mi faceva sentire un artista, non uno alunno a scuola.

Questa esperienza mi è stata molto utile come educatore, proprio per cercare quei luoghi di uguaglianza, di partecipazione comune, al di là delle differenze di generazione, di razza, di cultura.

Così stavo crescendo, tra tanti di questi episodi che sarebbero stati la matrice profonda dei miei giorni futuri.
Così i miei albori, inconsapevole del valore, crescevo artisticamente tra gli Arcangeli, le teorie dell’arte di Francesco, gli insegnamenti della mia Prof, Bianca ma in arte Rosalba, e le poesie di Gaetano, per le quali presi la sufficienza all’esame.

Questo inizio, e questi rapporti che durarono anche dopo la scuola, fin quando Lei ebbe la forza di vivere, ultima della sua famiglia, sempre in cerca di mantenere viva la memoria dei fratelli.

Oggi, con la mia memoria, voglio fare un omaggio anch’io.

Voglio condividere la poesia di Gaetano Arcangeli, “In silenzio hai potato”, sulla quale lavorai maggiormente, credo in terza media. Il disegno è andato perduto, come tutto ciò che ad un primo momento, nel presente di allora sembrava episodio fugace. Solo col passare del tempo, la memoria ci restituisce ciò che ha importanza, il peso delle cose che le fa ancora presenti. Questa è appunto una poesia sulla memoria.

 

In silenzio hai potato

di Gaetano Arcangeli

   

Di quella realtà
o leggera memoria
in silenzio hai potato
i rami ridondanti…
E appena si intravvede
(fra gli intrichi che abbatti
a schianti impercettibili),
nel paesaggio spoglio
in cui, fantasma diafano,
tu sola sopravvivi,
il tuo gesto iterato;
e, fra gli sparsi a terra
rami troncati, i giorni
della remota guerra…
di ogni peso ormai privi,
non più che esigue foglie di cicale
su di un placido tronco.

A questo impatto ho risposto anni dopo, quando per me la poesia e la pittura si sposarono definitivamente, entrando in un corpo solo. Risposi a vent’anni nella mia prima raccolta.

Tra spazio e ricordo

Questo strano
rinascere di stelle
Regala vita alle macerie
di città antiche
Solo nel silenzio
è tutto come allora
Sotto la luce bianca
è il presente e l’invisibile

Delaunay,_1912,_Les_Fenêtres_simultanée_sur_la_ville_(Simultaneous_Windows_on_the_City),_40_x_46_cm,_Kunsthalle_Hamburg

 

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