Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi di Gianfranco Vacca, recensione di Rudy Favaro

Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi di Gianfranco Vacca, Puntoacapo Ed. 2019, recensione di Rudy Favaro.

    

    

Dopo Sarebbe stato un ottimo pazzo (Premio Nabokov 2015), Cinepresa mistica (recensito qui su VR http://tiny.cc/b77kfz) e Ancora introvabile il padrone del silenzio (Poesia Condivisa), ecco Gianfranco Vacca offrire un ulteriore suo lavoro: Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo ed. 2019).
L’autore, caprese, è nato a Napoli nel 1959. Passati i vent’anni ha vissuto per un periodo a Genova e in seguito a Roma. Una serie di viaggi, soprattutto in Oriente, hanno segnato per lui la linea tra i mondi. Ora vive nuovamente a Capri, nella sia piccola casa solitaria circondata da un grande giardino che guarda il mare.
Ogni sua poesia è georiferita, in calce si trova il luogo di creazione, negli altri libri come in questo. Predominano certo le composizioni scritte a Capri, altri luoghi d’ispirazione sono stati Roma e Istanbul.
I temi di fondo, come ebbe a scrivere Simone Cristoforetti, « riecheggiano luoghi inusitati della poesia contemporanea. Sovrapponendosi, a formare intrecci riccamente allusivi, essi emergono soprattutto attraverso un gioco che privilegiala relazione dialettica, dove il confronto tra entità personificate accompagna il dipanarsi del senso unitario del messaggio e suggerisce l’illusorietà di una lettura che dia eccessivo risalto all’indiscutibile varietà delle tematiche proposte. Tra queste, il discorso sul mondo, sulla natura del suo architettarsi e sul significato dell’esistere occupano una posizione di primo piano ».
Così, invece, ne scrive Gianfranco Isetta nella sua Postfazione al libro qui presentato: « Gianfranco Vacca riesce a mettere sulle pagine qualcosa che ti piace leggere e sentire, scritto in modo così originale, carezzevole e leggero nei toni. È la proposta di un pensiero espresso in modo morbido, quasi con levità, nel suo dirsi, stimolando sensazioni, percezioni di immagini per poi salire su elementi di pensiero profondo sul senso e lo svolgersi della vita in un percorso che coinvolge spazi e tempo, presente e passato e, forse, futuro. C’è un pensiero che si articola in due parti, Il viaggio e La casa, non certo separate […] Come un compendio di vita che richiama il doppio bisogno di riconoscere queste radici ma anche la necessità dell’abbandono per la curiosità (o forse anche l’inevitabilità) di volersi aprire alla conoscenza […]. Partenze come abbandoni, ma anche generatrici di esistenze, in un gioco intrigante col mito antico ».
Sintomatico il primo verso del componimento d’apertura, che introduce immediatamente nell’ipnotico viaggio di un politropo che, “chiedendo perdono da isola ad isola”, cerca ratificanti Penelopi:

Il cielo era un’ipnosi di stelle
e le scialuppe in viaggio
tra due Ciclopi e le montagne,
le briglie di un’onda ammiraglia.
Ed ora anch’io partirò chiedendo perdono
da isola ad isola, nel lasciarti sola.
E sosterò la terra di un sogno
per lasciarmi attendere
in ogni Penelope del mondo
che tu davvero inizi ad esistere.

* 

Dature, a campana,
che suonano agli occhi il profumo
il pendolo è esatto
i rami pieni.
Dature, appena schiuse nel fiore
che riposano droghe allo sguardo
mentre tu sembri vedere:
Chi era quel tale
ad impugnare il bocciolo?
– Era un tipo gentile,
ora salta di gioia
– Voi orchestre suonate.
Dature,
come nel vero di un sogno
– Musiche –
ora quel tale
sale a piedi nel calice
ora è nell’oppio di viole
come l’essenza di un tuono
– spazio,
e discende sugli occhi
e rimbomba e poi sale
ed ancora
e lo spazio attraversa.

Capri

 

I Fratelli Karamazov

Apparso alle stampe
nel Duemila o Tremila
prima o dopo Cristo
è oggi il capolavoro.
Fratello, mio amante
vieni da me
come sia possibile che il mondo viva
e la bellezza, la sua anima
cosa sia l’anima
se tu le muti in diamante
l’ordine mistico dei cieli
cosa a lei resta di noi
se le porti in mano l’innocenza
fino al gelo delle Siberie
come un pazzo tra visioni di fuoco
passando di ghiaccio in ghiaccio
tra i pericoli dell’immortalità
l’anima, alta
per tutte le volte
per ogni volta che abbiamo amato.
Ed è lei tutto quanto siamo
gli uccelli – le grida
(gioia lontana)
è lei ognuno di noi
“È chi non ha fratello
casa destino
è tutto ciò che attende e te e me
che siamo suo fratello
casa destino”
e se non le siamo questo
volto al volto come gemelli
sguardi, lo sguardo
che vede se stesso perduto
– oramai,
se non le siamo questo
un filo, appena l’altra metà del cielo
per diventarle respiro,
noi non siamo niente.

Capri

*

Il Maestro e Margherita

Là dove il buio è ancora fondo
tocca e sorge l’ammirato.
Il gruppo dei cavalieri aspettava
la fanteria
la legione fulminante
la coorte alaria
aspettava il Maestro
chi ne sarà l’amante?
Bruciarono tutte le lune
dodicimila lune
per una sola luna
chi reggerà l’ascesi,
ci aiuterà il rubino
quando tu Maestro
porterai le fiamme?
ed il nostro sguardo
inizia il rosso?
Il tempo cominciò a sorgere
su dai grandi infiniti
e sulle notti
notti immensi, sole
dove Maestro, tu
hai predisposto il cobalto
– sul nero abisso un solo raggio –
mentre la sensazione di te, sul mondo
ora chiede alla luce che sorge
dove giunga tutto questo spazio
all’altrui respiro.

Roma

*

    

in apertura Ksenja Laginja, Il sogno dormiente

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