Se la geografia è un destino, di Alessandro Dall’Olio

Se la geografia è un destino, di Alessandro Dall’Olio.

   

   

Quando Claudia Zironi, in vista del numero di ottobre di Versante Ripido che ha come tema centrale la commemorazione della tragedia di Lampedusa del 3 ottobre scorso, mi ha chiesto di scrivere qualcosa per non dimenticare quelle vite perdute, mi sono subito chiesto da dove partire. Da quelle rive sui quali si erano adagiate tante esistenze? Dai motivi di chi cerca miglior fortuna rischiando la vita stessa? Dai dolori del distacco delle personali radici? Dall’accoglienza così ancora difficile da praticare? Dalle intolleranze e dal razzismo? Dai pregiudizi diffusi e dalle nostre paure? Dai barconi, moderne croci sui quali non navigano solo ladroni e poveri cristi?
Ho pensato allora di riportare qua il discorso introduttivo de “La geografia è un destino”, lo spettacolo sulle ragioni dei migranti e sulle tragedie del mare di Lampedusa che il nostro Gruppo 77 ha portato in scena a Granarolo Emilia (per il nuovo Teatro del paese) e poco tempo fa a Villa Savardo di Breganze (grazie al lavoro silente e prodigioso di Silvia Secco e di tanti volontari locali), riempiendo in entrambi i casi le platee di persone attente e commosse, di politici locali illuminati e lungimiranti. Testimonianze che danno fiducia alla poesia e alla parola quando è capace di indirizzare amore, suggerire comprensione, trascendere dal singolo e farsi megafono. Ecco, da qua ricomincia ogni volta “La geografia è un destino”, da chi affronta la speranza deposta nell’abbraccio dell’ignoto che spesso porta con sé l’odore acre del non ritorno e da chi attraverso la bellezza dei versi poetici continua a dare voce a chi non ne ha più.

   

“Prima di tutto vorrei dire grazie a voi che siete qui. E poi dire grazie a tutti coloro che si succederanno su questo palco. E un infinito grazie a Costantino Baratta. Chi è Costantino Baratta? È l’uomo dell’anno in Italia. Baratta è un muratore di Lampedusa che la mattina del 3 ottobre, mentre pescava, ha contribuito a fermare il bilancio dei morti di quella tragica mattina. A mani nude dalla sua barca ha tratto in salvo 11 uomini e una donna come poteva, afferrandoli per i vestiti se li avevano, e aggrappandosi alla loro pelle unta di nafta quando erano completamente nudi. Un essere umano tra gli esseri umani mi viene da dire, il cui solo rammarico è stato di chiedersi: “Perché quella mattina non sono uscito ancora prima? Ne avrei potuto salvare degli altri”.

Perché siamo e siete qui. In otto giorni, dello scorso ottobre, sono annegate e disperse quasi 600 persone, molte più di tutti gli eroi-pompieri che hanno perso la vita l’11 settembre 2001, i cadaveri allineati sulle spiagge di Lampedusa il 3 ottobre sono stati più di tutte le vittime del terremoto dell’Aquila, noi – noi bolognesi intendo – che da 34 anni abbiamo i sentimenti marchiati dalle cicatrici di quello che è stato uno dei più gravi attentati terroristici della Storia, 85 morti in una mattina, un numero impressionante – ecco, pensiamo che il 3 ottobre ai bordi di quelle spiagge c’erano affiancati quasi 5 volte i nostri concittadini uccisi nella strage del 2 agosto 1980 in stazione a Bologna. Intollerabile, tremendo, umanamente inqualificabile.

Non sto parlando di cefali, folaghe, delfini o cormorani: ma persone. Pensiamoci. Non eritrei, siriani, egiziani, italiani, scandinavi: ma persone. Riappropriamoci di questo termine: persone, persone, persone.

Nel 2013 la metà dei rifugiati del mondo aveva meno di 18 anni. Il nostro sistema d’accoglienza è veramente zoppicante, chi arriva sulle nostre coste sa bene come è difficile ottenerla in Italia, che in Europa è in coda alla lista per numero di rifugiati.

Lampedusa è, come sapete, candidata al Nobel per la pace 2014. In realtà i lampedusani mi viene da dire sono candidati al Nobel per la pace. Gli abitanti di Lampedusa in questi anni non si sono mai sottratti al dovere umano al soccorso e all’assistenza, diventando loro stessi esempio di un modello di solidarietà necessario e possibile.

Tutti gli stati membri dell’Europa, a onor del vero, garantiscono la protezione dei rifugiati, ma solo se si trovano già sul loro territorio! E’ un paradosso: la legge europea vieta l’ingresso ai profughi, anche se sono donne e bambini, anche se fuggono da regimi dittatoriali come quello eritreo, anche se fuggono da massacri come quello siriano. E allora l’unica via di salvezza resta ogni rotta clandestina, che arricchisce la criminalità di fronte alle lacrime di circostanza della politica e delle istituzioni.

Bisognerebbe trovare il modo di garantire ai profughi percorsi legali e sicuri.

La maggior parte di noi pensa che chi cerca la salvezza da noi arrivi perlopiù via mare. Sembrano tanti, e lo sono tanti, gli sbarchi. Ma sapete come arrivano le popolazioni che migrano? Gli “irregolari” nel 2006, l’ultimo dato utile a questo calcolo, erano per il 63 per cento overstayers (quelli ai quali è scaduto il permesso di soggiorno), per il 22 per cento entrati dai confini (auto, aereo, treno) e solo il 15 per cento arrivato via mare.

Ogni tanto vi cito dei numeri, perché magari io posso parlarvi di una mia opinione, di un mio modo di vedere le cose, mentre i numeri hanno, come si dice, la testa dura. Non possono essere smentiti dalla prese di posizione. Quelli sono e quelli restano con la loro testa dura.

L’immigrazione è un fenomeno mondiale, ogni anno si spostano circa 150 milioni di persone.

Le cause sono molte. La principale è il modello di sviluppo dominante, la globalizzazione ha liberalizzato lo spostamento delle merci, dei capitali e di conseguenza delle persone.

Altre cause sono le guerre, le carestie, l’impoverimento. L’attuale crisi mondiale ha fatto il resto. Perché? Perché in realtà la crisi non è uguale per tutti. Nel 2011 e nel 2012 i ricchi sono aumentati del 10 % e hanno aumentato le loro ricchezze.

il 50% del reddito mondiale se lo dividono 85 famiglie. Non 85mila: 85. Inoltre il 20% della popolazione mondiale possiede l’80% della ricchezza mondiale.

Per farla breve: l’emigrazione dipende da fenomeni macroeconomici e politici.

Sapete quale è il più grande esodo migratorio della storia moderna? Il nostro, quello degli Italiani: dal 1861 al 1962 sono state registrate più di 26 milioni di partenze. Al momento dell’Unità d’Italia, nel 1861, gli abitanti erano 24 milioni. In un secolo un’Italia intera, una nazione intera, è emigrata. Ricordiamolo. Noi siamo il popolo che ha fatto la più grande migrazione della storia moderna di questo mondo. Ricordiamolo.

Spero che ciò che noi diremo questa sera, quello che noi metteremo umilmente in scena questa sera non vada perduto. Che le nostre parole, che le nostre poesie, trovino un vento che le sostenga a lungo.

Vediamo dei drammi intollerabili, vediamo povere persone morire asfissiate come è successo qualche settimana fa a Pozzallo, la nostra attenzione è momentanea, poi la nostra vita continua. L’articolo in prima pagina dopo tre giorni si trasforma in una quindicina di righe a pagina 18, dopo una settimana è quasi completamente dimenticato.

E allora bene fanno i collettivi letterari, i circoli, le associazioni che continuano in tanti modi a informare, fare parlare, leggere, diffondere, testimoniare, tenersi per mano.

Durante “La geografia è un destino” ascolteremo, oltre alle voci bellissime di poeti e autori che di questi drammi raccontano, le voci di chi è scappato e ci spiega perché, di chi è sopravvissuto tra quelle onde e ha vissuto anche il dolore di sentirsi in colpa per essere sopravvissuto (Abraham Tesfai dell’Eritrean Youth Solidarity for National Salvation: “Io avevo una vita come la vostra prima della dittatura in Eritrea, sono un ventenne che studia e lavora anche qua ora, non mi sarei mai sognato di lasciare il mio paese e non avevo certo intenzione di venire in Italia, ma quando ho dato l’ultimo bacio a mia madre le ho detto che se avessi incontrato la morte per colpa della milizia, o per colpa della fatica di traversare a piedi il deserto sudanese, o per colpa del mare che mi avrebbe potuto inghiottire, o anche solo per una pallottola sparata… con quella morte avrei ottenuto di più di tutto quello che potevo avere rimanendo nella mia terra”), di chi conosce le dinamiche politiche e le regole marittime attraverso il suo ruolo di giornalista e diplomatico (Enrico Gurioli, Console di Malta: “Il valore dei migranti è inferiore a quello degli schiavi, perché gli schiavi dovevano essere sbarcati in quanto portatori di un valore economico e fisico, mentre i migranti possono essere gettati a mare, non hanno nemmeno il diritto di arrivare sulle coste, il loro valore è stato incassato all’inizio del viaggio”).

Questa sera leggeremo anche attraverso alcuni nostri dialetti, perché siamo tutti stranieri di qualcun altro.

“La geografia è un destino” non è una serata di relazione su coloro che muoiono affogati tra le onde, ma un altro piccolo gesto per riuscire ad ottenere tutto il possibile, e anche un po’ di più, perché questo non accada. Se ognuno di voi questa sera uscirà di qui un pregiudizio in meno dei mille che tutti noi per le ragioni più difformi abbiamo, se saremo riusciti a demolire un pensiero negativo vi saremo infinitamente grati come artisti, ma avremo ottenuto uno straordinario risultato come persone”.

Noi siamo poeti, ed è un nostro dovere raccontare i nostri tempi. Ed è nostro dovere abbracciare e accogliere. Muoversi per raccontare che due remi non devono fare una croce per “uomini e sogni in sacchi di plastica”, muoversi per evitare di assommare bare di ciò “che giunge e aggiunge”.  Perché poesia non è solo osservare, poesia non è scrivere da immobili. Poesia è Fare.

*

Lampedusa

Da una terra di nessuno ti ritrai
tra queste onde di mare,
onde di male
che addentano il fiato,
da riempire di pedate
onde da picchiare,
come un bambino in riva
che prende a calci il mare.

Ti muovi dagli spigoli di sole
che non puoi schivare,
nessuno lo può fare.
Nessuno.

Perduto in una vita perduta
dai nomi che possiedi.
Non si asciuga mai la paura.
Non si secca. Mai.

Sconfitto, a sparire lento
nelle ossa
bianche
d’odio tramandato,
a ricordare sempre
per sempre
tra le gambe
il rumore
del gorgo.

   

 

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