Senso-Nonsense: la poesia di Remo Bassetti, a cura di Lucio Toma

Senso-Nonsense: la poesia di Remo Bassetti, a cura di Lucio Toma

 

     

“Da diversi anni mi ha preso il gusto di comporre limerick, quel tipo di poesie nonsense di origine anglosassone che rispondono a criteri metrici fissi e nel nostro paese hanno trovato la loro migliore espressione in Toti Scialoja. Mi sono concesso varie alterazioni del loro schema di base e poi, con crescente frequenza, quello scheletro formale e il mood che lo accompagna sono rimasti al servizio anche di testi sensati. Alla fine è più facile debellare il senso nella prosa quotidiana che nei versi. Ora sono diventati un libro, contenente oltre cento poesie”. Scrive così Remo Bassetti a proposito della prima raccolta poetica Versi, versi pure (Oèdipus ed.), visto che l’autore, notaio di professione, è noto per altri libri tra saggi e romanzi.

Parafrasando il senso di “Alla fine è più facile debellare il senso nella prosa quotidiana che nei versi” sta la chiave di lettura della cifra stilistica del nostro, vale a dire in una domanda: c’è un senso al quotidiano che la poesia non possa recuperare e rintracciare? L’originale canone espressivo di Remo Bassetti sta proprio in questo prendere parole per smontare, denigrare con ironia fino al sarcasmo la realtà rimpicciolendola così da renderla fruibile, raffinato gioco letterario, pastiche. Perché in fondo la vita non ha forse senso e la parola ne rappresenta la sua originaria e solenne perdita. Ecco quindi che il senso, quel che se può ricavare sulla lezione di Fosco Maraini, è una vivida presenza della vita tra la semplice Vanitas-verità di un tulipano (“lo sanno pure i bulbi di quartiere/è il gambo che recide chi ha ragione”) e il suo senso più crudo in Bataclan (“d’un metal mortale e Dio che mitraglia”). Il tutto, e qui sta la bravura dell’autore, come a infilare parole-perle in successione estrosa fino a farne collane originali di senso-nonsense a partire da un suono, da un gruppo fonico, da una parola. Così in Bilancio della mia poesia (o poesia del mio bilancio), ma anche in molte delle sue composizioni, si evince un ritmo da filastrocca sostenuto da paronomasie, allitterazioni e rime frequentissime (“Versicoli introversi sono i torsi/ che ho sputato, le traverse non svoltate,/ i fascicoli sospesi, verticali/ da ginnasta, tersi testi viscerali,/ i testicoli messi all’asta”).

Per capire quanta importanza dia l’autore all’aspetto fonologico è opportuno considerare che a volte addirittura il metalinguismo si spinge ad elaborare intere poesie facendo perno su gruppi consonantici ben precisi. In Notte-alba e ritorno per esempio è il gruppo sc (”Io e Giulia giù, lascivi,/ scivoliamo nel guscio/ di un solo cuscino/ sull’uscio della scena/ nella scia del mattino”), in Sporadica sposa/2 è il gruppo sp (”Ci sposammo alle Sporadi, con spreco/ di sesso. Posponemmo (a sorpresa)/ del Pope la spropositata prosa./ Spaziose spiagge a ogni spirare d’onda/ spiavano il prospero gioco di sponda”), in Qualunquismo è il gruppo fr (“Tartufi, fregoli e trasformisti/ sfrigolavano aria fritta, frattaglie/ di futuro, con tanto di fanfare./ Si sfornavano involtini di fango./ Noi? Frigidi, avvolti nel fandango”), in Arrangiamento è il gruppo b + vocale (“Suonerai l’arpa birmana con mano/ di bimba birbona, le dita al vento/ come bandiere per blandir boleri/ tribolati. Poi ballerai marimba,/ ardita Rembrandt del ditirambo”).

Insomma, tutta la sua poesia è improntata in questo senso ritmico ed ironico, evidentissimo in quella che potremmo definire emblematica del suo stile: Nenia intera (“Una rondine non fa primavera/ un poetastro non fa rima vera/ un rondò non fa tango o balera/ un balcone non fa una ringhiera/ un brigante non fa una galera/ un diamante non fa una miniera/ l’ottimista non la fa così nera/ uno stitico non la fa intera/ topo obeso non fa una groviera/ un cinese non fa una teiera/ una ruga non fa una dentiera/ una landa non fa una brughiera/ un ponente non fa una riviera/ un capello non fa una criniera/ un cappello non fa una visiera/ un visone non fa veste di sera/ un visino non fa Miss Matera/ un Mattino non fu Paese Sera/ cielo grigio non fa tempo che spera/ mezza asta non fa una bandiera/ nuova scuole non fè la pantera/ posto in banca non fa una carriera/ un’Ibiza non fa Formentera/ una gita non fa una crociera/ nell’industria non si fa più lamiera/ un Bassetti non fa (ancora) un Kundera/ uno stile non fa una maniera/ un sette oro non fa una primiera/ un rossetto non fa buona cera/ un insetto non fa “buona sera!”).

Altre volte i versi si permettono il lusso di parafrasare ironicamente ora Carducci come in Silent night (“L’albero a cui aspiravi le notti natalizie è un pino norvegese d’argento e liquerizia, l’albero a cui tendevi è un pergolato umano…”), ora il Montale delle Cinque terre o poche meno (“È amara Manarola quando l’orma dell’amore è traccia murale al sole e ormai l’ombra dei limoni duole come un molare: scende il morale in mare, treccia in età ormonale.”), fino al Candido di Voltaire che (“…il torto ti tormenta, tenzoni coi preti e col coltello. Noi a Prato e Volterra, rivoltanti volti da Valtur, rivoltiamo disinvolti la lama nel tortello”).

Ed anche quando pare voler prendersi sul serio, quando accenna a temi di assoluta attualità, come l’immigrazione e la guerra, è con sarcasmo che si conclude ogni riflessione, ogni considerazione: in Wall you can eat (“Alzate muri, popoli? Immuni/ sono i lemuri al palpito di razza./ Scavalcano leggeri l’ostruito/ spazio. Le code fuori ai letti a quattro/ piazze: memento mori e strazio”), oppure in By-pass (“Chirurgico lo scatto/ del finestrino elettrico./ Mi squadra il marocchino che mi offre/ l’accendino sciacquarmi la coscienza/ dentro lo stereo al massimo”), o anche in Un mattino del 1992 (“Ben triste ancorchè fresca quest’estate/ triestina: insistono molesti gli echi/ esteri e vicini. Tra le fronde dei/ glicini e le ringhiere dei balconi,/ più rumorosi, ringhiano i balcani”). In quest’ottica di realismo ironico, a mio avviso, quando cioè il gioco linguistico viene intercettato dalla realtà senza eccessi o esuberanze, si esprime la più compiuta poesia di Remo Bassetti. Tra queste certamente vi sono Impazienza (“È grave un viaggiatore, il treno tarda. Si controlla l’orario, contrariati. Un corpo a precipizio sul binario, sotto una tenda…. Che s’attende? Siam uomini d’affari, stiam mica a sferruzzare. Infin si va. Paesaggio tutto pascoli e lavanda. Chissà se poi quel tizio è ancora al mondo”) e Capezzale (“Il domestico letto mortuario è regolato come un parlatorio carcerario. “Signori, è finito l’orario”, ostile è il secondino. “In cortile, please, le neoplasie ch’è l’ora d’aria”. La mandria dei viventi s’attacca al cellulare. Ammessi sono solo amici e parenti, carcinomi e cellule fetenti…. Potesse il morente godere il mare invece che la messa! Non geolocalizzarsi nell’ammasso d’ossa, nello scomparto mercatale di anime dismesse…”).

in apertura Emiliano Barbieri, Cile

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