Sequestrare il mare di Julian Zhara

Sequestrare il mare di Julian Zhara.

   

   

Julian Zhara è nato a Durazzo il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni, ha all’attivo due pubblicazioni di opere poetiche: Liquori (Ibiskos-Ulivieri, 2008) e In apnea (Granviale, 2009) con la prefazione di Aldo Vianello e partecipa alla raccolta dei finalisti del Premio Dubito in L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2013) . Oltre che poeta, organizzatore culturale di eventi poetici e letterari a Venezia. Si è laureato nel 2010 in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali presso l’Università Cà Foscari di Venezia con una tesi dal titolo “Inchiesta sullo stato della poesia in Italia”, come relatore Alessandro Scarsella. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video-artist Enrico Sambenini per il progetto “Dune” con cui è entrato tra i finalisti del Premio Dubito di poesia e musica. Scrive per la rivista Blare Out.

Julian Zhara
Julian Zhara

– Che reazioni suscita in te la parola migrazioni? 

Flusso, reazione alla staticità, ricerca, dolore. Ogni scrittore è un migratore dentro la sua superficie, ogni atto di conoscenza come la lettura e l’ascolto è un atto migratorio verso l’Altro.

– Possedere più lingue significa possedere più mondi?  In che rapporto vivono i tuoi mondi? 

C’è una scena meravigliosa in Due tre cose che so di lei di Godard, dove un ragazzo, mischiando il caffè medita sui confini dicendo: “Il limite del mondo è il linguaggio. Il limite del mio mondo è il mio linguaggio”. Quando “mio” da aggettivo possessivo si fa aggettivo di appartenenza, e in me è così, allora posso dire di essere posseduto da due mondi che interagiscono tra di loro in profondità, soprattutto a livello fonico.

La poesia può svolgere una funzione nel tentativo di avvicinare, di conciliare mondi diversi? 

Indubbiamente, anche se la buona poesia non ha nulla di conciliatorio, di rassicurante, ma un avvicinamento scontroso, uno schianto.  Oggi passa per la maggiore un’idea di poesia che massaggia le spalle, rassicura nel suo paternalismo  accademico o altrimenti nell’abuso di un certo immaginario cosiddetto “poetico” e che scivola sulla pelle senza nemmeno cercare di entrare nei pori. Ritornando alla sua domanda, una poesia deve conciliare con uno schianto i mondi, da distruggerne i confini, sgretolandoli.

– Coltivi progetti che vanno in questa direzione? 

Ogni mio progetto va in questa direzione, da quelli più classici ai lavori di spoken music. Per avvicinarmi di più al tema dell’intervista, si, sto iniziando a tradurre autori albanesi del ‘900. Non c’è ancora un’antologia di poesia albanese in italiano.

Vi lasciamo ora alle sue poesie.

***

La ricerca della cuccia nell’ingranaggio

Chi me l’ha fatto fare -mi dico- quale
impulso dei neuroni specchio ha ordinato
al senso del dovere di legarmi i polsi
sul filo del rasoio al fardello del doppio lavoro?
Tralascio l’intimo godimento dell’idea di sacrificio,
di sentirsi sola vittima del sistema
e darsi prova che si può sopravvivere in ogni condizione,
che nulla veramente può abbatterti
e tu lì, a farti appendere al divano
coi piedi che ti implorano sosta,
contento di lisciare il pelo alla spinta
più potente dell’educazione capitalista:
come spendere i soldi il giorno di riposo.
Calpestare con scarpe nuove le orme
di un sogno masticato: questo il castigo
che in fondo al barile si raschia, in fondo,
ma annullarsi nella frequenza dell’a che pro,
diventare puro ingranaggio di un sistema
in cui non hai mai creduto ma che ti offre una cuccia sicura,
è più semplice che incombere al terribile vuoto
di rimanere solo con te stesso,
scavare nel colon della tua vigliaccheria,
scegliere l’agio borghese, rintanarti
nell’aberrazione della finta anti-borghesia,
una battaglia dietro l’altra, per diventare l’altro muso
della medaglia famigliare; essere uguale ma opposto,
attraversato da uno schema perfettamente combaciante
con i totem del popolo a cui si appartiene,
pari tra la gente,
essere il resto di un equazione
non risolta, diversamente ignorante,
portare avanti la staffetta della paresi
facciale, contento perché il peggio non ha mai fine,
soccombere al tranello delle frasi fatte
e sentirsi un piccolo brufolo nel culo della tua classe sociale
che sai bene che esiste a discapito della sfilza di eccezioni,
ed è più grande della rabbia che ti porti nella milza.
Il lampione – mi ripetevo negli intervalli pubblicitari
del notiziario serale – sarà il faro allo sfociare della notte
nel sonno, svolta fatidica da un meccanismo ormai abusato
al nuovo: risveglio, lavoro, studio-senza-amore,
indifferente all’etimo, espatriato da quel cromatismo
che solo dipinge la realtà di ombre: la realtà della vista,
che possiede in qualche frazione del sé, la conquista
di attitudini infantili.
In potenza mi riservo una missione: svolgere il “devo” in “voglio”,
economicizzare il tempo, la produzione ad allargare.
La vera difficoltà si ramifica nello stare costretto
in questo stato di meccanismi, ufficialmente convenuti,
dal peso potente che il passato getta sul dorso
dell’istante fisicamente inesistente, insignificante,
se non a posteriori,
il fardello più grosso costringe il via vai di incapaci attori
attorno alla mia ombra, a rumori che emetto /a rutti che ricevo
[l’isterismo clinico nel fare incalza
mi afferra la fretta fino alla deriva
dolce, usuale (forse troppo)della stanchezza]
stremate le palpebre cedevano alla gravità
il divario tra me e il mio io del domattina
allargava le gambe, ospitava la tregua
e russavo mentre un film polacco bianco nero
proiettato nel fuori orario sparava
la sua luce muta –sparava-
sulla mia barba da tagliare.

    

***

   

Canto del licenziato

Masticato per anni,
tritato,
umiliato,
ammorbidito,
scavato nelle ossa e nel viso,
il sistema a cui ho regalato
una vita intera,
ti rigurgita poi ti sputa;
ti fa pagare con avviso
di garanzia, il prezzo
di quel buco
che chiamiamo fossa.

E lo sapevo che le mie ore di lavoro
erano un marchio sulla borsa della moglie
del padrone di lavoro,
e lo sapevo che il dolore lancinante:
la sciatica, il mal di testa,
non era che un bicchiere di vino
invecchiato bene nella sua cantina.
I problemi nascosti a casa,
in camera da letto non mi rimane
che un silenzio assordante,
l’indifferenza di chi per troppi anni
è stato trascurato.
L’appartamento in affitto, i quadri fuori moda,
l’arredamento vecchio di 20 anni,
tra poco ne faccio 58
e per sbattere la testa non mi rimane
che la comoda poltrona in salotto.
I muri li ho rifatti io nelle ore di riposo,
8-12 in officina, 12-14 a pitturare,
un bacio in fronte a mia moglie:
-Bambina vado a lavorare!-
Si erano fatte le due e mezza
-Fino alle sette sto con i torni,-
-Quando torni prendi un po’
di verdura per l’insalata?-
E la baciavo,
la baciavo intensamente,
non era scontata per me ai tempi,
nulla mi era scontato,
poi il mutuo in banca,
un quarto di paga per mio figlio ammalato,
la malattia era rara,
non sapevo che ne avrei
portato  la bara dieci anni dopo,
quella piccola bara bianca.
Spesso guardo le foto,
quando mia moglie è via,
Dio, quanto mi manca,
il suo sorriso, la sua voce squillante,
il vestitino da calcetto che gli avevo comprato,
con la tredicesima, a Natale.
Dio, lo sai tu, tu almeno,
che ogni settimana
da quand’è morto,
sogno di …
desidero morire anch’io,
per fare quattro tiri a pallone con lui,
io che ne porto la foto in portafoglio,
in cucina,
sul comodino,
io che gli ho regalato una collana
d’oro con le iniziali di noi tre,
io che a 58 anni,
non ho più un lavoro.

    

***

    

Sequestrare il mare 

Sequestrare il mare nel tramonto
di una partita a pallone,
legalo a un azzurro che di cielo non ha niente,
sporchi di sabbia un tuffo di corsa e si ritorna;
due tiri e vinco io papà, che mi hai costretto
a significare la felicità con quel pomeriggio
estivo, dall’età di 8 anni alla morte condannato
a ricercare a vita di riprodurre quel momento,
nel ricordo eri contento di farmi vincere
mimando i ko, accusando i miei pugni
divertìti sul petto, immenso, di marmo
così simile ai supereroi, i grugni familiari
erano spariti, la mamma che ci salutava
da lontano e rideva con noi, non potevo
ricambiare al saluto perché i vincitori dei film
non salutano mai. Tu a terra che chiedevi pietà
a stento, trattenendo la tua risata grossa,
contagiosa, un tuono che si espandeva dal petto
a mezzo km di distanza; perché papà perché
hai messo il punto alla mia infanzia
nel suono secco di un grilletto?
Non pensavi che avrei avuto bisogno
di te, dei tuoi silenzi, del tuo musone stanco
quando rincasavi in ritardo,
perché sei stato così egoista, maledetto
bastardo, così succube della tua malattia
che ti avrei curato io, maledetto,
che studiavo tutto il giorno per diventare dottore
in terza elementare, per il mio papà
che più non sorrideva,
non mi sgridava,
non mi parlava,
stava immobile
e non passava il pallone,
non mi dava la buonanotte a letto.
Liberare il mare nel fondale di un pomeriggio,
autunno, l’eco di uno sparo, sordo,
a insegnarmi la rima per un canto muto.
Lasciare andare il mare.
Lasciare andare il mare.

Ma adesso, apri i palmi callosi
delle mani padre;
riferiscimi il mio futuro.
Misurami in ettari
di delusioni la linea retta
che mi separa dal camposanto,
il muro che ci ha divisi l’ho imbrattato
di assenza; è diventato trasparente,
mi sono specchiato nella staffetta
che mi hai trasmesso dallo sperma,
il freno sempre alzato, sempre,
a scostarmi dal treno che passava,
ho rovistato nella discarica dei tuoi
sogni, io ho gettato i miei nel culto
dei doveri, dove sono saltato bambino
caduto adulto.

hopper-lighthouse

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: