Uscire da sè, sonetti di Lucetta Frisa

Uscire da sè, sonetti di Lucetta Frisa.

   

   

I

Uscire da sé come la scala
giù dalla chiglia della nave verso
il mare per estrema confidenza.
Qualcosa che non raddoppi o prolunghi
spasimo e illusione ma un profondo
millenario salto della specie.
Penso a questo mentre preparo cena
teneramente per noi che non sappiamo
se vivere o morire col coraggio
dovuto a queste scelte capitali.
Intanto bevo un bicchiere di calore
ebbrezza e distacco ironico in un sorso
da spartire stasera al tuo ritorno
coi baci sui nostri corpi arrabbiati.

     

II

Bisogna uscire da sé consegnare
i nervi e i pensieri al nulla che non
ha corpo e non soffre. Subire le offese
farsi strappare abiti e voce e allo specchio
ridere dell’estremo lusso di sé
pensando finalmente sono arrivato
a fine viaggio e sono folle vuoto
di voi e di me, questo è il Paradiso
l’Eden il Nirvana di questa terra
e non ce n’è un altro, un altro di me
non nascerà sono irripetibile
non siamo non saremo più, solo
atomi allo sbando cani sciolti
nell’aria, selvaggi, alleggeriti.

    

III

Bisogna uscire da sé per entrare
negli altri nel loro dolore come
nella loro gioia entrare nell’erba
negli occhi dei cani nel cuore algido
dei metalli e dei sassi docilmente
entrare ovunque dicendo scusate
non siamo invadenti ma è per conoscenza
siamo divisi solo in apparenza
ad ognuno la sua parte e la sua voce
e la sua futura polvere. Sapete
chi siete e dove andate? Amateci
fate finta di parlarci compatirci
anche noi come voi siamo gli attori
di questa tragedia d’odio e amore.

     

IV

Uscire da sé come un giorno
chiudemmo la porta di casa dietro
di noi senza le chiavi e permesso
dove vai – ci chiesero – non lo so.
Non contavamo i passi le parole
degli altri credevamo nei numeri
senza interruzione. Nelle foto
l’occhio è intontito l’abito inadatto
e quella pioggia di città era nera
come in certi film. Si salì in ascensore
fino all’ultimo piano e poi giù giù
non si fermava mai noi a tastoni
si cercava il pulsante dell’allarme
la luce e la maniglia come adesso.

                  

kagemusha - akira kurosawa
kagemusha – akira kurosawa

 

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