Poesia fucina di speranza, di Francesco Sassetto

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Poesia fucina di speranza, di Francesco Sassetto.

   

   

      Se si cerca in un qualsiasi dizionario della lingua italiana la definizione di “utopia”, troviamo sempre spiegazioni che rinviano all’idea di “desiderio, sogno, realtà auspicabile, meravigliosa ma impossibile, irrealizzabile”. E’ questo la poesia? Esprime davvero sogni, speranze, aspirazioni, ideali che non hanno nulla a che fare con il reale, intraducibili in valori, assetti politici e sociali, comportamenti concreti?  Penso di no. Penso, anzi, il contrario.

     Questo perché la poesia non vuole – non ha mai voluto –  costruire l’isola di Utopia, immaginata da Tommaso Moro nel suo celebre dialogo, etimologicamente il non-luogo per eccellenza o il luogo di un Bene così assoluto e armonico da essere inattingibile ed estraneo alla dimensione umana. La poesia non disegna una società, come il filosofo inglese, tanto perfetta quanto astrattamente ideale –anzi, ben più spesso ne mostra storture e tragedie – non crede di poter intervenire, condizionare, addirittura direzionare le scelte dei potenti. La poesia sa che questo non può farlo e nemmeno le compete. Questo spetta piuttosto alla politica, forse alle scienze, alla filosofia, che fondano il loro statuto epistemologico sul discorso, la dialettica, il procedimento logico e razionale.

     La poesia si fonda, al contrario, sulla parola, sul vigore della parola che s’imprime a fondo nelle coscienze e nelle sensibilità individuali, che incide, taglia, ferisce, lascia segni profondi e incancellabili, una parola convincente (nel senso etimologico del termine, di “vincere con”). Ed il poeta, proprio perché consapevole di lavorare con un numero comunque limitato di vocaboli, dà vita ad una risemantizzazione di ogni termine, riscoprendone e rifondandone ogni volta la capacità di penetrazione emotiva, di persuasività e pervasività che esso esercita sul lettore, influenzandone stati d’animo, sentimenti, valori e, credo, idee e ideali, insomma, la sua visione del mondo.

     E che egli assuma come proprio “tema” il mondo del lavoro (e della disoccupazione), le problematiche legate al fenomeno dell’immigrazione, l’amore e il rapporto di coppia, la dimensione del ricordo e del passato o le tragedie e le ingiustizie di un presente sempre più cupo, violento e degradato, che sia poesia cosiddetta civile o esistenziale o amorosa, poco importa. Importa la centralità della parola che mostra, svela e denuda la realtà, qualunque essa sia. E, nel farla vedere così com’è, spesso in tutta la sua disumanità e povertà, innesca nel lettore un processo – immediato e quasi inconscio – di consapevolezza, di acquisizione di una verità e, insieme, un desiderio di cambiamento, fa scattare, per la sua evidenza immediata, il sogno possibile di un mutamento, personale o sociale, individuale o collettivo. E’ vero che questa è, in generale, la funzione di ogni forma artistica e oggi particolarmente efficaci sembrano essere soprattutto la canzone, il cinema, la fotografia che tuttavia utilizzano linguaggi più complessi e articolati, strutturalmente compositi, molto più “discorso” che “parola”.

     Mi sembra calzare assai bene, a proposito di questo rapporto poesia-conoscenza-desiderio, la nota, illuminante riflessione di Francesco de Sanctis  sulla poesia di Leopardi, che riporto per intero dal saggio del 1858 Schopenauer e Leopardi:

…Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. E’ scettico, e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora e la nobilita. E se il destino gli avesse prolungata la vita infino al quarantotto, senti che te l’avresti trovato accanto, confortatore e combattitore […] Ben contrasta Leopardi alle passioni, ma solo alle cattive; e mentre chiama larva ed errore tutta la vita, non sai come, ti senti stringere più saldamente a tutto ciò che nella vita è nobile e grande.

     Poeta come “confortatore e combattitore”: è utopia o la più autentica, profonda vocazione di chi scrive versi?

     Sulla questione della diffusione odierna dei testi poetici mi limiterò qui ad una sola considerazione, dato che l’argomento, spinoso e complesso, è già stato, qui  e altrove, più volte ampiamente discusso. Di fronte all’attuale “domanda di poesia” che mi sembra di cogliere come bisogno largo, reale, appassionato, credo sia davvero necessario ricorrere a tutti i mezzi e le forme possibili, pur tenendo salda un’unica condizione, e cioè che quella che si vuole promuovere, far conoscere e sostenere sia buona poesia, vera poesia.

     Penso che  molte possano e debbano essere le vie possibili e praticabili. Dalla piccola libreria disposta a far arrivare al lettore le opere pubblicate da piccoli e minimi editori, alle librerie online, le pubbliche letture e le presentazioni di libri e, soprattutto, la Rete, con i suoi blog e i siti più seri e autorevoli, una miniera di testi e autori altrimenti sconosciuti o quasi, una possibilità di condivisioni, riflessioni, commenti, contatti personali, informazioni, preziose nel contribuire a creare – credo e spero – una reale comunità di scrittori/lettori,  un desiderio condiviso e appassionato di costruire, ognuno con i propri mezzi e possibilità, mattone su mattone, nel tempo, una sensibilità, un desiderio di rinnovamento, di un’inversione di rotta dalla realtà attuale.

      E questo è progetto ed azione concreta. Non è utopia, è speranza.

                          

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