Storie di migranti di Paolo Polvani

Storie di migranti di Paolo Polvani.

   

   

Amicizia

Chissà se avrà gradito il vino
il senegalese signor Ass che diceva:
in inglese mio nome vuole dire culo,
e rideva coi grossi denti non più bianchi
e i quattro figli e le due mogli di cui una in Senegal
l’altra a San Benedetto, e la ruggine del cantiere navale
a Fano e le provviste di riso e pesce
e il braccialetto con inciso il nome.

Ha migliorato la pronuncia dell’unica parola
che so in senegalese: m’buru che vuol dire pane.
Come ti chiami,  ha chiesto, così un giorno
quando ci rivediamo potrò chiamarti da lontano.
Oltre il finestrino sfilava un mare azzurro
e il signor Ass diceva: amicizia vuol dire sopravvivere.

  

***

   

Il marchingegno degli orari

Non è bastato aver visto il cielo di Marrakesh
che inorgoglisce, né il sole dileguarsi
oltre gli spaventosi marosi del deserto
né percepire il gong dell’eternità
nel preciso istante. Non è bastato.
Il passo traballante degli scorpioni, né la polvere
dei pellegrini.  Aveva assaggiato
le arance e sapeva come stordisce
la pelle di una donna.

E’ morto sulla massicciata.
Il capotreno fischia la ripartenza
non si può intralciare il corretto fluire
del traffico, il marchingegno degli orari
un marocchino forse ubriaco non s’immischi
negli ingranaggi. La notte, l’abbaiare dei cani, l’orizzonte.
Tutto questo non basta.

    

***

   

Un nome colorato come una camicia

Possedere un nome colorato come una camicia
con vocali che custodiscono savane e sillabe
di fruscii animali non basta per essere felici
specialmente se la tua pelle è nera e sei su un treno
di gente in piedi ma restano vuoti i posti
accanto al tuo.  Hai una valigia
con la pancia gravida di cianfrusaglie, forse
borse contraffatte, sarà per questo che nessuno
ha l’ardire di sederti accanto
e stila un inventario delle seguenti colpe:
essere nato dove la povertà non è solo un concetto;
portarsi appresso un odore che dice: al tuo albergo
manca tutto tranne le stelle; in special modo
la più disdicevole delle colpe: hai fame.

Bellows_George_Dempsey_and_Firpo_1924

5 thoughts on “Storie di migranti di Paolo Polvani”

  1. Caro Paolo i tuoi testi sono di una bellezza così grande che mi fanno riconciliare con le tante poesie di maniera sull’immigrazione che mi/ci assediano in questo periodo.
    Tu sai davvero cosa vuol dire scrivere poesia, complimenti

  2. grazie caro Luigi, tu sei sempre molto generoso. sono poesie nate da esperienze dirette, cerco di non farmi invischiare da una dose eccessiva di sentimentalismo, non so se ogni volta ci riesco..

  3. si Paolo, ci riesci ogni volta e io che in qualche modo sento molto vicino quel mondo, ti ringrazio per ciò che scrivi, per come lo scrivi e perché così contrapponi qualcosa di concretamente alternativo alle fatue offese che dalla pelle di un ministro passano a quella di tanti uomini e donne che vorrebbero parlare in termini di pura umanità e non più di sporca idiozia.

  4. grazie mille Rita! sei sempre molto buona! credo anch’io che sia necessario contrapporre qualcosa di concretamente alternativo, l’impegno di questo numero di Versante ripido, ma in genere di tutti i numeri della fanzine, si sforza di andare in questa direzione.

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