Sul paesaggio di Matteo Greco

Sul paesaggio. Cos’è, dove porta, perché, di Matteo Greco.

                     

   

Il paesaggio è la natura addomesticata, il mondo che, per desiderio o per forza, decide di offrirsi allo sguardo, di farsi quasi capire: c’è qualcosa all’esterno (o all’interno di me?) che mi permette di vedere un paesaggio e definirlo struggente o sereno, marino (anche se non c’è il mare), o lunare, ecc.  Credo che il paesaggio sia il mondo a complessità ridotta: è come se il mondo scegliesse, fra tante, solo alcune tonalità di colore, alcune scale di suoni, alcune gamme di forme, in modo da pungolarci più facilmente, farci fermare, mentre scendiamo in metro o guidiamo un’auto, e farci volgere lo sguardo verso là fuori.
Il paesaggio è una scorciatoia per quel fuori che badiamo bene di non convocare nell’intimità confortevole del quotidiano. È una strada a portata di mano, che parte dall’uscio di casa e però può portarci al di fuori della nostra pelle: là potremo guardarci, come allo specchio, e sentire quanto un angolo di mondo possa raccontare dell’uomo, e quanto il cuore dell’uomo possa incurvarsi o distendersi, salire o inabissarsi, popolarsi o farsi deserto, proprio come fa il mondo.

                    

lake-thun-symmetric-reflection-1905 ferdinand hodler

                    

Canzone della neve

Mia neve dove
non pensavi di finire
– dentro scarpe, sotto le panchine
ai bordi della tangenziale –
mia neve senza
sapere quanto dura
né perché
né come,
mio parlare fitto fitto
senza sapere cosa dire
senza ricordare bene
né capire,
mia neve come
non potevi immaginare
come non ti puoi vedere,
mia canzone così muta
mio parto così bianco
negli occhi come un apparire
sulla bocca
come una rivoluzione.

               

Il vento del Salento

Il vento del Salento
è gamba varicosa,
è inciampare e maledire
sopra i sampietrini,
è scialle scuro che era velo
della sposa,
è mestizia sparpagliata
lungo i campi,
che non posso dire.

È porta che sbatte
in faccia alle galline,
è sputo azzurro
sulle guance delle case,
è silenzio e persiana bianca
che non risponde,
è terra imbarazzata
è pura indifferenza
maculata delle onde.

Per i ragazzi è spaesamento:
chi è dentro, fuori!
Chi è fuori, dentro!
È vetro rotto:
come faccio ad aggiustare?
È confusione:
e se mi faccio svaligiare?
È redenzione:
vieni pure,
io sto uscendo!

Il vento del Salento
non vuole dire niente
al bambino che torna dalla scuola
e gioca con le ghiande,
al ragazzo che è partito
e alla madre che le piangono
le gambe.
È litania senza parole,
è  preghiera che non cerca santi,
mi azzittisce con un dito
sulla bocca,
e certe volte sono triste,
e certe volte
sono contento,
o sono solo
un gradone della chiesa,
un muretto a secco,
un foglia di fico che resiste,
e se qualcuno ride
è  soltanto il vento.

                

Acquarello

Un quarto di luna
scende nella minestra.
Si spegne l’ora della cena.

Un piede e un piede scendono le scale
e mi mancano due metà.

Le luci degli aerei si guadagnano
trenta secondi d’eternità.

Più sotto
rimane una fame di briciole,
voglia di camminare
nelle pieghe d’una camicia.

Mentre metto a dormire le stoviglie
un clacson mi ruba le domande
e rido
qualche goccia di limone.

                        

landscape-with-of-rhythm-1908 hodler              

                    

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