Taccuini 1919-1921 di Marina Cvetaeva, recensione di Marisa Cecchetti

Taccuini 1919-1921 di Marina Cvetaeva, Voland 2014, traduzione e cura di Pina Napolitano. Recensione di Marisa Cecchetti.

   

   

Nel novembre 1919, quando inizia a scrivere il primo di questi due taccuini, il n. 7 e il n. 8, appartenenti al suo ultimo periodo prima dell’emigrazione, Marina Cvetaeva ha ventisette anni ed è sola a Mosca con le figlie piccole Ariadna (Alja) e Irina, di sei e due anni. Il marito Sergej Efron è in Crimea dove si unirà all’Armata Bianca e dove la moglie e le figlie non lo potranno più raggiungere.  Unica responsabile delle figlie, in una situazione così drammatica lei scrive: “Camminando lungo la banchina in attesa del treno, pensai al fatto che tutti hanno amici, parenti, conoscenti, tutti si avvicinano, si salutano, chiedono qualcosa….mentre  io sono sola, e se non riesco a prendere il treno  non importa a nessuno”.

A partire dal 1917 ha notizie di Sereza, così chiamava il marito, solo nel 21: è vivo e dopo la sconfitta dell’Armata Bianca ha trovato rifugio a Praga. Nel 1922, a maggio, lei parte per la Cecoslovacchia, facendo una  prima tappa a Berlino, poi dal 1923 si trasferisce a Parigi. Ma questo non fa parte dei diari.

Dopo un momento fortunato la Cvetaeva subisce una progressiva campagna di diffamazione a causa dei suoi giudizi sui critici, che suscitano risentimento nella comunità russa emigrata. La situazione economica comincia a vacillare, Sergej intanto condivide con la figlia Alja – Irina è morta a Mosca nel 1920- idee filosovietiche, per cui padre e figlia fanno ritorno in patria. Ma come agente sovietico viene giudicato fallimentare e fucilato nel 1941 per tradimento. Anche Alja è  arrestata e relegata in campi di concentramento e colonie penali.

Nel 1925 era nato intanto il maschio desiderato, che rimarrà a Parigi con la madre, finché nel 1939 i due fanno ritorno a Mosca vivendo in condizioni sempre più difficili, aiutati da amici, fatto che non allenta la disperazione della Cvetaeva, in attesa di un lavoro come lavapiatti alla mensa degli scrittori. Poi la sua morte, per impiccagione, ad un gancio dell’izba che li ospita, ad Elabuga nel 1941. Il figlio morirà sul fronte nel 1943. Ma anche questo non compare nei diari.

Eppure la Cvetaeva aveva origini borghesi, figlia di un filologo classico direttore del museo Rumjancev di Mosca, futuro fondatore del Museo di Belle Arti, e di una concertista, purtroppo morta prematuramente di tisi nel 1906, quando Marina aveva quattordici anni. E’ cresciuta negli agi, si è sposata giovanissima con Sereza e sono andati a vivere in una bella casa moscovita, oggi museo e centro di studi a lei dedicato, una casa che si sviluppava su tre piani, fino al sottotetto che si apriva verso il cielo con un grande lucernario.

Nelle pagine di questi due diari è  raccontata la vita dopo la rivoluzione: nella sua bella casa si istallano nuovi abitanti ed a lei rimane la cucina, in inverno, la mansarda in estate. Mancano il cibo e la legna, lei decide di mandare in un orfanotrofio le figlie nella speranza che lì abbiano da mangiare. E per riscaldare casa taglia mobili,  assi della mansarda, tutto quello che può. Lei che non sapeva fare niente di manuale, ora lava, spacca la legna, cerca disperatamente cibo, cucina, baratta e vende. Per sopravvivere.

Sono di una potenza e di una immediatezza travolgente i diari n.7 e n. 8, fissano talvolta in aforismi verità spiacevoli, dure, si leggono come un romanzo. E capita spesso di trovarvi riportati i suoi versi.

Nel freddo, nella indigenza e disperazione più nera Marina Cvetaeva non smette mai di scrivere. Nei diari racconta della vita di ogni giorno, delle azioni semplici, dei contatti umani, delle figlie che sono ora tutta la sua famiglia, essendo in Crimea anche la sorella. Le deprivazioni causate dalla rivoluzione, che ha spazzato via tutto, e dalla guerra civile, sono inimmaginabili. L’orfanotrofio è una scelta drammatica e rimane un’illusione, perché Irina vi morirà di stenti: – Ti ho mandata all’orfanotrofio perché mi avevano promesso riso e cioccolata – E invece – la morte di inedia- , scrive riferendosi alla piccola.

 Alja viene riportata a casa prima che la situazione anche per lei si aggravi. Alja è il suo alter ego, le lega un amore che diventa passione nelle parole della bambina, ai cui occhi quella madre che la tiene in vita e riesce a riscaldarla, è una dea ed una regina. Il diario riporta  parole di Alja: “Quando uno vi ha visto, allora ha provato tutto”. A proposito del luogo dove anche Alja farà la fame lei così rassicura la madre: “Quando la mancanza di cibo vi renderà la vita difficile, vi invierò del pane, tutto il cibo solido che daranno là…Sono pronta a farmi a pezzi se non avete bisogno di me, se non posso aiutarvi”.

Nonostante tutto, per fortuna sono anni di grande produzione artistica, la scrittura è come un’urgenza ed una salvezza, scrittura che nei diari procede intensa ma lenta, come soffermandosi in pause di riflessione scandite  dalla presenza di  lineette, dovunque. Tutto lei osserva e tutto descrive: -Scrivo male, in fretta -leggiamo nei diari- . Non ho annotato né le ascensions in soffitta -manca la scala -mi tiro su con una corda – per prendere le travi: un freddo pazzesco, sporcizia, polvere – né le continue ustioni per le braci, che afferro direttamente con le mani”.

Si sofferma molto sulla sua produzione poetica: “Ogni mio verso è l’ultima cosa che so su me stessa – l’estremo, estremo, estremo secondo, come se finalmente posassi i piedi sulla linea dell’orizzonte”.

Aveva fatto conoscenza con gli attori del Secondo e Terzo Studio del Teatro d’Arte di Mosca, così poesia, teatro e traduzioni la impegnano costantemente: “ I miei versi sono la mia vita (quasi vita quotidiana), ciò che è. I miei lavori teatrali sono la mia Vita, che deve essere”. Scrivere versi è per lei come donare la sua anima, diversamente non saprebbe fare.

Nell’amore cerca la forza: “Non mi basta scrivere versi! Non mi basta scrivere pieces! Ho bisogno di amare -qualcosa- qualcuno  o meglio qualcosa! -a ogni ora del giorno e della notte, perché tutto confluisca -in uno, perché non abbia il tempo di riavermi, come -la morte!” Del resto lei afferma che può ancora essere capace di amare senza scrivere, ma non di scrivere senza amare.

Amore e morte attraversano i diari. Ma intanto vive pienamente, al massimo delle sue possibilità, perché “quando non si vive la mano rifiuta la penna”. E ancora: “Ho bisogno di una causa (un amore) in grado di assorbire tutta la mia vita a ogni mia ora”. E’ la sua anima che ne ha bisogno, e per questo si farebbe anche serva: “Gli altri si vendono per soldi, io per l’anima”. In questi anni a Mosca ha vissuto diverse infatuazioni e brevi relazioni amorose, non escluse quelle femminili.

Lei, che ha un’anima fanciulla, si guarda intorno e giudica in base a se stessa, per cui in un primo momento tutti sono “buoni, magnanimi, fiduciosi, generosi, insonni, folli”. Poi la delusione è pesante come macigno. Rimane  un bisogno di tenerezza che la rende vulnerabile: “Mi parlano con un minimo di gentilezza – e subito mi vengono le lacrime agli occhi”.

Ma “l’unico amore che dopo non dia la nausea è l’amore al di fuori del sesso, l’amore per l’altro in sé. – Tutto il resto è inganno, fumo negli occhi.” Le passioni l’hanno tenuta viva: “Stupido chi dice che verso gli uomini mi spinge- la sensualità. 1) Non mi spinge. 2) Non solo verso gli uomini. 3) Ho un sangue troppo semplice -come quello del popolo -semplice, gioioso solo al lavoro.- No, tutto si svolge nella mia anima”. Per destare il suo interesse una persona comunque “deve avere indispensabilmente, o fascino oppure una grande mente”.

Meglio per la Cvetaeva “un’amicizia esaltante, la reciproca divinazione dell’anima altrui”. Ancora scrive: “Mai-mai-mai- mi sono accostata a qualcuno senza un’intimità spirituale (almeno apparente!) – e quanto spesso senza un’intimità corporea (fiducia)”.

Scrive giorno e notte: “Ho scritto e letto stanotte finché gli uccelli hanno cominciato a cantare”. Dopo la morte di Irina, quando il desiderio di un figlio si fa sempre più forte, vita e poesia rimangono inscindibili nel suo pensiero: “Sento che ogni giorno in cui non ho scritto versi, e ogni anno in cui non ho messo al mondo un bambino è stato perso. Così pochi giorni persi. Così tanti anni persi”.

Nonostante la tenacia che mette nel vivere, la morte è una compagna costante: “la morte è terribilmente vicina- scrive nel giugno 1920- in un modo o nell’altro finisci per incontrarla continuamente”.

 La osserva con la consapevolezza spietata che la morte non la raggiungerà a sorpresa, ma potrà venire per decisione sua: “Troverò mai una persona che mi ami tanto da darmi del cianuro di potassio, e che mi conosca tanto da capire, da essere convinta che non ne farò uso prima del tempo”. Ha la certezza dolorosa di un gesto che compirà: “Con tristezza penso al fatto che inevitabilmente morirò impiccata”.

Nel ripetersi faticoso dei giorni: “Io non so come vivono gli altri- scrive-, so solo che dieci volte al giorno voglio –bramo! –morire”.

L’amore di cui va in cerca- con l’anima- le dà motivo di vita ancora una volta. Conosce un giovane bolscevico, Boris, un’anima fanciulla come quella della Cvetaeva, lei che è una zarista convinta si stupisce e si emoziona: “Si addossa tutti i peccati del potere sovietico, ogni morte, ogni disgrazia, ogni insuccesso di una persona completamente estranea, aiuta chiunque per strada, – non possiede nulla- ha dato via tutto e gli hanno sottratto tutto”.  Boris desidera leggere le poesie di lei, e la copre con sollecitudine quando la trova addormentata. Quella tenerezza la fa sciogliere: “Nessuno, nessuno, nessuno, tranne Sereza, di sua spontanea volontà mi ha mai coperta, -nessuno in dieci anni!- Io ho coperto tutti”.

Allora riconosce che si può sempre crescere verso il Cielo che  è davvero uno solo, per i rossi e per i bianchi. Si rende conto, tuttavia, di aver “soggiornato in tanti destini, come un’ospite, ma di non avere amato davvero nessuno”. Il suo sforzo più grande, per sopravvivere, rimane quello di provare a diventare insensibile.

             

POETESSA OK

             

 

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