Taccuino d’interni di Rita Bonomo

Taccuino d’interni di Rita Bonomo.

   

   

Rita Bonomo. Autrice di poesia performativa e teatro. Interprete e Performer. Scrive dall’età di sei anni, età  di cui rita bonomoconserva i personaggi e le suggestioni infantili delle nenie. Ammaliata dalle attitadoras (prefiche) e dai poeti orali, che ha conosciuto da bambina, sostiene che la poesia possa trovare compimento nella restituzione orale. Pubblica in antologie e riviste come autore e redattore. In veste di coautore la si trova in RIE, Donne-(Don)o e (Ne)mesi del saggista Enzo Campi che si occupa della sua poesia nel saggio Gesti d’aria e incombenze di luce. Il suo lavoro più significativo è Dìri dìri dànna, raccolta di poesia-teatro. Tra il 2006 e il 2008 presta la voce, in qualità d’interprete per diversi autori e gira l’Italia come performer fino al 2008, anno in cui fa perdere le sue tracce –pare- per covare il capolavoro cui darà il nome Berenice, la sua bimba. Ricompare a fine 2012 ripartendo dalla sua città. Custodisce diverse raccolte inedite.
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Stanza n° 14 del padiglione D, “Settore Donne Agitate” .  I resti di una delle tante reclusioni in avanzato stato di abbandono. I vandali son stati qui  come negli altri settori. Di intatto non resta altro che la memoria custodita dalle muffe verderame  che disegnano intrichi freschi  sotto cui si posano  intrichi antichi  scoloriti da nuove piogge. Pare emergerne una scrittura fragile, poche righe,  una  grafia sciatta ma ordinata:   “ Queste mura sanno il mio nome intero. Chi abita qui e rifà il mio letto mi chiama Bianca.  Crede sia il mio vero nome.”  Sul pavimento, addossato a una parete, quasi  seppellito da polvere e  resti d’intonaco, un quadernino  scritto, parrebbe, da quella stessa mano.

     

Taccuino d’interni

   

Una frattura d’ombra

Partire da una frattura d’ombra. Il tempo di rialzarsi inermi, sognati già. Appena appena candidi, imbacuccati dentro ad un biancore d’algidi gigli decantati in fretta, perciò scordati nel loro stesso ammutinamento. E’ un’alba che non passa -mio Signore-

Che l’alba non sia alla mia portata me lo dicono gli occhi incollati ancora nella notte.

Miscela amnesie, la notte -Signore- le miscela dentro i sogni ché dopo l’alba cedono al non ricordo. Però era chiarore albeggiante, questo sì, lo ricordo. Dentro vi era una sposa ammantata del suo riflettersi luce, un’introflessione intima che schiariva la vastità del buio che mal taceva di giorno.

-Era una madre bellissima sapete?-

Ed era languido chiarore. Nel mio taccuino dei sogni l’ho appuntata come fosse di Füssli il positivo, l’ho trascritta amata, di sé devota. Le ho scalzato l’incubo dal ventre. Brillava, niente altro, nessun clamore in questo intorno. Brillava, l’ho detto, di un’altra sé a sé devota.

E’ solo che il giorno non porterà memoria di questo. Non riesco ancora ad alzarmi dal suo, caldo, ventre inquieto.

        

Un tuono d’intenti

Voi mi spingete al rumore delle mie stesse parole e smemora una volta tanto questo bianco appreso tra le vostre,

stinge e mi scolora, mi sparisce  -partendomi-  tra i vostri distacchi. Sentite come stona: tuona, s’acquieta, si frastuona e stinge ancora, ancora e ancora, nessuna corsa alle parole in questo  solo resa, la mia,  che dico ,  spenta, accesa,  spenta all’eccesso, appena d’appresso alle mie malinconie rimesse a nuovo  per indurvi allo scambio, mentre mi chiedo: sono forse -già- morta?

E lo chiamavo rosso, per dirmi viva e palpitante, questo rosso tra le gambe che dite di sposa,

mentre la mano tremava le lenzuola ove un giorno dormiste al mio fianco.  Rosso, nel bianco abbacinato dalla notte che mi tace, che non sa dirmi pulsante.  Rossa l’ incetta di foglie autunnali a coprire le nudità fragili, di questo fuori-dentro-fuori entro cui scappo,  abbarbagliata  al vostro dirmi tra le orecchie i fiati delle vostre polpose parole.

Potrei morire di tutto questo femmineo o moltiplicarmi in uova dissuase della loro potenziale fertilità di parole. E tacere eterna. Dirmi, spenta-accesa-spenta all’eccesso, e ancora, mentre mi stingo piano piano . Mi faccio trasparente e coltre insieme. A me -Vi dirò- il bianco non ha mai taciuto. E nemmeno il pane ancestrale che sbriciolate sul mio davanzale per i pigolii miei ammaestrati al vostro dire.

E sono calda in questo primo stancore, una febbre appena riassettata dal ricordo, un attimo prima -solo un attimo prima- di scoprirmi bagnata. Di Fuori. Di pioggia. E da essa sfebbrata.

    

Giusy per taccuino d'interni particolareUna vigilia Arresa.

Una vigilia arresa, Mio Signore.

C’è questo filo che avverto rosso soltanto   un istante  prima,  un istante prima, un istante prima d’esser fagocitata dalla resa delle mie parole.

Voi chiamate sonno ciò che io chiamai esilio,  un’alienazione  ove preservare il senno delle mie vivacità .  Per voi erano fauci impossibili che solevano sbranare l’ordine delle cose,  per me erano bocche voraci che s’attaccavano  alle mammelle della vita che bramavo  ingorda.

Questo il divario.

C’è questo filo che avverto rosso cui potrei aggrappar  le mani per uscire dalle stanze dentro cui mi rintanaste con vergogna,  potrei dirmi vigile e arresa un istante prima, un istante prima, un istante prima d’esser presa tra le  braccia di questo nitore che m’inietta  in quest’ intorno abbacinante.  E, zitta di passato e di parole,  galleggiare.

Voi chiamate morte ciò che io chiamai tacere per non farmi rintracciare, zitta sotto il  mio ombrello di rami e in essi  – tenera  corteccia- diventare,  per  rimboschire ristorandoli  i miei lemmi,  forse addolcirli per poterne  essere ospitata , farne grandi  fronde ove riposare in pace, ove cullarmi, ove spegnere  il clangore delle mie mille ansie che osano  spaventarvi .

Questo il divario

C’è questo filo che avverto rosso su  cui poter stendere  le vostre paure, una per una, e al sole confortarle  e profumarle d’asciutto, potrei dirmi intera nelle mie mansioni di donna e amante e madre un istante prima, un istante prima, un istante prima della mia resa a tutte quante queste donne dentro cui mi cercaste, prima di  dar loro delle bugiarde, dir loro che son troppe e che son poca perché possano pretendermi, dir loro delle mie paure, e cacciarle   tutte quelle mani  che mi tirano, che mi stremano, che mi mordono e mi sbranano con le fauci del reclamo.

Voi chiamate tempo ciò che io chiamai circostanze. S’eroda il tempo, dunque. Fosse sonno questo silenzio che incombe, fosse morte questa carestia di mani e di parole, fosse il tempo a seppellire le mie parole . Fossero petali,  le mie mani,  odorerei  d’un’innocenza ritrovata.

Invece mi slavo, vedete come stingo?

Dal bianco al bianco, a ritroso -e poi a capo- e poi ancora. Un mulinello  troppo veloce  il mio intorno: stinge,  fatua,   si fa nenia dei miei canti,  addormentandoli.

Era melodia, un tempo. Ché persino nelle pause, un tempo, sapevo parlare.    Erano ristori d’ombra, allora, ove non vi era notte alcuna,  solo albe albeggianti di luce dentro cui riposare bianca.

Brillavo, nient’altro. D’un’altra me a me devota.

Il bianco che mi porto, ora, impresso nelle retine della memoria è alberato adesso,  esilio questo costrutto d’alberi, rami fragili, ora,  le mani e i  lemmi  pietre bianche levigate da troppa acqua dentro cui annaspano .

E’ morte, sì, delle parole svenute, delle parole non pervenute, stinte da queste stanze bianche che m’iniettate un attimo prima, un attimo prima solo un attimo prima di poter di nuovo risalire la vita.

    

Vogliate, se potete, sottolinearle in rosso

     

Una piccola morte

Tace il vostro mendicarmi tra gli ululati del giorno. Tace.

Voi lo chiamate vento,   e ci mettete un cane tenero, d’udito fragile agli schiamazzi.

Un tenore solitario, siete, che annaspa nel buio cercandomi le parole tra le mani. Non è li che stanno, Signore.

Perciò, cosa, esattamente, reclamate, mio, signore? Cosa annunciate?

Una piccola morte del gorgo di queste parole sapide, che non sono più.   Eppure furono belle. Io belle le

ricordo, e gemme annunciavano ogni volta un amplesso di strofe ricamate dal canto degli  intenti. Nessun angelo con voce bianca in quei cori. Matrone rubiconde, piuttosto,  che mi legavano le mani dentro i  sollazzi dei compiti da svolgere con rigore di cui Voi eravate Signore e io amante d’abboccanti  sensi. Questo fui.

E non è ancora tutto.

Voi rotolate sassi, io rotolo sulla punta delle dita tutti i miei shhhh  prima di zittirmi in esse e,  in esse,  succhiarmi,  prima di riportarle  alle labbra  per spegnermi  incarcerandomi   nel mio bianco che, oggi,  mi è sposo.

Vi faccio torto di non esservi unico grande assolto nell’ esodo delle vostre vittorie, vi faccio il torto di non potermi salvare. E a quest’esodo  aggiungete le mie parole mentre sfilano, dimesse e contrite del colore   che avevano indossato, in questo bianco, in queste briciole di fiato, stendete fiori  come al  morto il ristoro  del pianto. Vi prego di farlo teatralmente, sotto muti alberi,  muti nel vostro stesso silenzioso mendicarmi.

    

Il Gracidare delle stelle

L’elogio delle stelle, Signore, prelude  volte tese al vuoto, rinvenendo -tra di esse-  volte e volte di puttini stanchi -bianchi di stancore-  del loro cantarsi reciproco il candore tra le ali. Questo rivendica il silenzio: tacitare gli  schiamazzi barocchi,  un gracidare -come di rane-, Signore, la casa  cui vado bramando. E’ questo tacitare che  allenterà i nodi tutti,   ne giocherà il bianco per il bianco, il nitore per il nitore. Alloggerà tra le  silenzioserie uno splendore a forma di splendore.

E’  a questo cui  aspiro  mio Signore.

Come al  niente tacito che ci guardiamo negli occhi per poter riposare in pace.  Al niente tacito che ci scorre,  crudele,  come un  passato,  per darci in pasto il buio perché questo all’improvviso rinasca allampanato dalla nostra  rinascente luce. Al tutto che non posso se mi guardo spegnermi tra le impronte d’acqua e gracidate dalle rane mie musicanti  belle.

E’ una notte che non passa, Signore, l’ho detto.

L’invocazione alla frattura è la luce che freme la notte e che,  squarciandola,  m’acceca, mentre mi sto accesa,  adagiata tra i miei albeggianti guanciali d’acqua   che spengono gli incubi.

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Le immagini di testata (dal titolo “Ho conosciuto Gerico”) e interne in questo articolo sono opere originali di Giusi Calia.

Giusy Calia. E’ nuorese di nascita e sassarese d’adozione. La sua passione per i libri l’ha portata a laurearsi in lettere e in  filosofia e conseguire un dottorato di ricerca in letterature comparate. Ha studiato fotografia a Milano e ha frequentato un corso alla New York Academy. Si definisce un’artista emozionale, il suo mezzo espressivo è la fotografia. Le sue indagine introspettive sul mondo femminile, sul linguaggio poetico e drammatico, ironico e fragile che si cela dietro ogni donna. L’amicizia con la poetessa milanese Alda Merini ha influenzato la sua indagine fotografica, (sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private: Nuoro, Siena, Londra, Berlino, Mosca, Bosnia, Rovereto e altri luoghi). Ha esposto in vari musei-gallerie e nelle case abbandonate, sue location preferite. Il suo Hobby è fare fuochi d’artificio per le persone che ama. www.giusycalia.net 

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