“Temporalità” e “Località” in Andrea Zanzotto di Giovanna Frene

“Temporalità” e “Località” negli incipit di Dietro il paesaggio e Sovrimpressioni [1] di Giovanna Frene.

                         

                    

Affrontare un discorso inerente ai luoghi e ai tempi nella poesia prima e ultima (per ora) di Andrea Zanzotto, e dunque cercare di entrare nell’ambito della loro “ipostatizzazione” poetica che li trasforma poi in Temporalità e Località (in senso assoluto ma plurale), è compito solo apparentemente scontato e facile. Non sembra esistere altro poeta del Novecento così attento a questa duplice ma unitaria realizzazione poetica, ed inoltre non con una centralità e complessità tali da costringere qui ad un’analisi più che circoscritta. Troppo spesso la lettura “paesaggistica” della poesia di Zanzotto ha fatto dimenticare che questo poeta è anche da sempre impegnato, su vari livelli sintattici e semantici, ad un duro “corpo a corpo” con il tempo (Tempo?) e le sue possibili rappresentazioni. La scelta di verificare brevemente questi fattori in due luoghi poetici estremi, il primo e l’ultimo libro ufficiali, non è casuale, poiché si sono riscontrate affinità e opposizioni particolarmente chiare in queste due opere, e il magnetismo dei riferimenti da solo sembra aver condotto i due libri ad una vicinanza singolare, che tende a chiudere un cerchio senza mai poterne realizzare la chiusura definitiva. Il perno del discorso si incentrerà qui nell’analisi della sezione iniziale di Sovrimpressioni – la quale tutta intera svolge il ruolo di “macrotesto incipitario” –, con riferimenti radiali sia ad Arse il motore, testo di apertura di Dietro il paesaggio, sia ad alcune situazioni specifiche dei Versi giovanili, laddove esse si richiamano esplicitamente all’ultimo Zanzotto.
Al contrario di quello che può apparire ad una prima lettura, e che sembra essere emerso da varie analisi, Sovrimpressioni non è affatto un libro “pessimista”, o perlomeno non nella misura che si vorrebbe imputare ad uno Zanzotto da sempre attento al corso dei “tempi”, se non proprio loro precorritore, e a quanto pare poco attento agli esiti “estetici” del fare poetico, intesi come modalità di conoscenza. Questo fatto è particolarmente evidente fin dalle prime battute del libro, ossia dalla “soglia” attraverso la quale il lettore entra fisicamente in esso, così come il poeta era entrato nella realtà che ha fatto scaturire la scrittura poetica: le zone acquitrinose e immobili che danno il nome alla sezione Verso i Palù. Già nel titolo si può riscontrare la caratteristica propria del fare poesia, che implica prima di tutto uno spostamento-viaggio verso l’esterno, verso la realtà, fino agli esiti estremi di un “di là” mai raggiunto raggiungibile, allegoria ultima dell’impossibilità stessa di raggiungere comunque lo stesso “qui” della realtà; ma è analizzando che cosa sono o rappresentano questi Palù, ovvero come vengono definiti nei versi in questione, che viene a mettersi in rilievo un inconfutabile ed inaspettato “ottimismo”, anche se in extremis, sia nei confronti del paesaggio, ma soprattutto nei confronti della poesia in rapporto al tempo. Si realizza a distanza di cinquant’anni, e nuovamente, il “miracolo” appena prospettato, ma subito (e lungamente) abbandonato, negli esiti di Dietro il paesaggio: una sorta di “eternità terrena” che viene dalla parola poetica, insieme impotente rispetto allo scorrere del tempo e al mutare dei luoghi, ma potentissima nel suo esser-ci in quanto testimonianza scritta, dunque immutabile, di entrambi. Sovrimpressioni, fin dall’inizio, è un libro che fa della leggerezza aerea (eterea?) della “memoria-presente” il suo punto di forza; ed è ancora una volta una forma di resistenza, anche se ormai impercettibile.
Dopo aver sottolineato questa vicinanza tra due libri pur lontani nel tempo, è necessario anche evidenziare da subito la principale diversità, che si esplica di nuovo macroscopicamente nei rispettivi incipit. In Dietro il paesaggio, Arse il motore (p. 41), pur essendo il classico testo-summa incipitario, è stranamente tutto giocato sulla forma temporale del passato remoto: il viaggio poetico di cui si rende conto, già notoriamente paragonato a quello dantesco, è narrato in sostanza come già avvenuto, e dunque concluso, nel momento stesso della sua narrazione, mentre, all’opposto, il testo di excipit della raccolta, Nella valle (pp. 107-108), è tutto imperniato sulla forma verbale di un presente che si direbbe appunto “eterno”. Esiste allora una forte ambivalenza, o contraddizione apparente, tra i due testi, laddove alla brevità di un fare poetico paragonato alla brevità di un viaggio in corriera dell’autore – il quale sale evidentemente solo per un tratto, ma esaustivo per la sua stessa vita, del tragitto più generale del motore-poetico – si contrappone la staticità di un sonno-poesia, prospettato come prossimo, che tanto somiglia alla morte: ma il fare poetico risiede, contraddittoriamente, nell’oscillazione tra entrambi questi poli estremi: tempo-che-si-è-fatto e tempo-che-si-farà. Da ciò deriva il presente della poesia, inteso come risiede-mobile nella faglia-interstizio del tempo.
Prima di “entrare” nuovamente nella sezione iniziale di Sovrimpressioni, gioverà ricordare che il tema principale della suddetta, lo specchio, con tutte le sue molteplici implicazioni semantiche, è a dir poco remoto, risalendo nientemeno che ai Versi giovanili, e in particolare a quelli confluiti già nel 1970 nella plaquette A che valse?. Si considerino i seguenti passi: “(…) e l’acqua è perfetta / perché conserva i tramonti / d’anni remoti / perché è soglia di lisci fuochi.” (“ALLA BELLA”, p. 22, vv. 3-6); “(…) e grave autunno / nei laghi si trasfigura.” (Nei cimiteri fonti, p. 24, vv. 6-7). Sono bastate poche battute per capire che l’acquaspecchio salvaguarda l’identità storica dell’uomo tanto quanto quella individuale del poeta.
La modalità temporale che caratterizza la sezione Verso i Palù (Sovrimpressioni, pp. 7-18), specialmente nel gruppo di testi omonimo (ma con l’aggiunta del sottotitolo o Val Bone / minacciati di estinzione, che rende conto della tristezza dell’uomo che li guarda, per cui cfr. p. 9, vv. 3-4) e in quello successivo, “Verso i Palù” per altre vie, è quella della “mobile fissità”: essi sono stagni immoti, di antica creazione, che nel testo rappresentano la funzione di far entrare “fisicamente” nel di là speculare non solo della realtà, ma del libro stesso. Il loro tempo è immobile non perché inesistente, ma perché scorre su se stesso ed è insieme memoria e oblio, in una inedita commistione eraclito-parmenidea, che si traduce in una forte suggestione metafisica, atta a investire sia il “microtempo” del poeta che il “macrotempo” dell’uomo: “Intrecci d’acque e desideri / d’arborescenze pure, / dòmino di misteri / cadenti consecutivamente in se stessi / attirati nel folto del finire / senza fine, senza fine avventure.” (Verso i Palù…, I, p. 9, vv. 5-10); “Specchi del Lete / qui riposanti in se stessi / tra mille fratelli e sorelle”  (ivi, III, p. 10, vv. 1-3); “Ardui cammini del verde / sul filo di infinite inesistenze – / un ultimo raggio li perseguita” (“Verso i Palù” per altre vie, (V), p. 12, vv. 1-3). In particolare questi ultimi versi danno conto della centralità di un concetto espresso precedentemente, e che si rivela fondamentale, ossia la morte-smembramento di Pan e la sua, pur non attingibile ormai, sopravvivenza: “– Pan, / dove sei? / – SÌ.” (Verso i Palù…, III, p. 10, vv. 11-13). Si noti che alla domanda di localizzazione rivolta dal poeta, Pan risponde con una formulazione di esistenza-temporalità: si riaffaccia la contraddizione di una effettiva esistenza del “poetico naturale”, che però non coincide con una sua effettiva consistenza, prima, e attingibilità, poi.
Questo “movimento” tra due poli perennemente conflittuali diventa macroscopico nel momento in cui il poeta cerca di circoscrivere la definizione del suo esser-ci come tale e del suo fare poesia. L’immagine che rappresenta questo avvenimento è duplice, e suggerita, più che esplicitata. Da un lato si ha la rappresentazione del supplizio di Tantalo, dove il poeta è inesaustamente intento a raggiungere un’irraggiungibile e vitale acqua-poetica: ““Sono luoghi freddi, vergini, che / allontanano / la mano dell’uomo (…)” (riferito ai Palù; Verso i Palù…, I, p. 9, vv. 1-3); “(…) attirati nel folto del finire / senza fine, senza fine avventure” (ibidem, vv. 9-10); “(…) verdi intenti a conoscenze / impossibili, ventilate / dalle raggiere radianze dell’estate” (ivi, II, pp. 9-10, vv. 6-8); “(…) specchi del verde / ad accoglierli attenti / fino a disfarsi in scintille” (ivi, III, p. 10, vv. 4-6); ma specialmente la superba e ricapitolativa terzina “Nei più nascosti recinti dell’acqua il ramo / il vero ramo arriva protendendosi / sempre più verde del suo non-arrivare” (“Verso i Palù” per altre vie, (I), p. 11, vv. 1-3). Dall’altro si assiste alla massima realizzazione narcissica del poeta, perpetuamente intento a specchiarsi sulle/nelle acque immobili dei Palù    perennemente intento alla scrittura poetica, senza mai cadervi dentro    senza mai morire nella parola: “(…) eppure egli è assorto, assunto in essi” e “Intrecci d’acque e desideri / d’arborescenze pure” (Verso i Palù…, I, p. 9, rispettivamente v. 4 e vv. 5-6); “Scioglilingua per ogni / specie di verdi (…)” (ivi, II, p. 9, vv. 1-2); “Specchi di Lete / qui riposanti in se stessi / tra mille fratelli e sorelle, / specchi del verde / ad accoglierli attenti / fino a disfarsi in scintille / a crescere in cerchi d’arborescenze / per tocchi / di venti, / di trepidi occhi.” (ivi, III, p. 10, vv. 1-10); “Mosaici di luci specchiate speculate” (“Verso i Palù” per altre vie, (IV), p. 12, v. 1); “(…) un ultimo raggio li perseguita” (ivi, (V), p. 12, v. 3); ed infine il sublime monito “qohèletico”, massima espressione di contraddizione “Fulgore e fumo, più che palustre / verde, / acqua nel verde persino frigida, / fa ch’io t’interroghi / ripetutamente, perché / nel tuo silenzio si aggira letizia.” (Verso i Palù…, IV, p. 10). Nel rumorio silenzioso della poesia risiede la “nuova letizia” scoperta nel Tempo dal giovane-ottantenne Andrea Zanzotto.

                    


[1] Edito in una diversa versione nella rivista universitaria  “Quaderni Veneti”,  n. 36, dicembre 2002, Longo Editore.

    

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