Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Alfredo De Palchi. 2

Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Alfredo De Palchi (seconda puntata), con breve introduzione di Paolo Polvani.

   

   

La parola poetica di Alfredo de Palchi scava diretta alla ricerca dell’essenza delle cose; pur rimanendo per necessità ancorata alle regole della poesia, le scavalca e corre nella direzione di rovesciare l’artificio, superare l’allusività e invece dichiarare, esplicitare, farsi corpo, farsi carne e sangue:  – l’Adige / è il tuo corpo sinuosamente asciutto, potente, / vortice che accoglie la mia bocca di sete.

Qui le parole sono usate come pietre focaie, sfregate e percosse l’una contro l’altra: le scintille che ne derivano mostrano il potere di accendere il fuoco della poesia :   – le tempie scoppiano di tensione -.

Il linguaggio è teso e scintillante, ne risulta una poesia vivida di immagini, che divampa in un incendio, nell’ustione del desiderio, nel calore accecante della passione.

E’ una poesia del corpo e delle sue tensioni, di paesaggi carnali evidenziati con una energia inventiva che non trova paragoni nella evoluzione poetica italiana. P.P.

   

Da Paradigm   Selected and New Poems 1947– 2009, Chelsea Edition: Essenza carnale.

    

Le tempie scoppiano di tensione
infusa nell’abbraccio diffuso con l’ombra lungo
il panorama appena acerbo del tuo corpo
e una ruga fertile di sangue macchia
lo sguardo di un sorriso che decifra con efficacia
il mio, stupefatto nel tono percettibile
della tua grazia e del sapore che sorgono dall’estuario
sorgente. Dimmi, il soliloquio
m’infigge tra le tue cosce telluriche,
manifestando le colline turgide dell’oriente
inconscio del fiume che discende da una lontananza
oltre le spalle cresciute di timpani
per rinascere proprio dalla foce: e da qui
mi slabbro seguendo ogni curva ogni linea
della tua esile forma che si plasma nella dimensione
di uno spirito unito,
religione della tua fluttuazione,
sostenenza dell’ostia splendente sulla mia faccia
divenuta se stessa; consuma
la mia forza, fammi consumare le labbra
spaccate nella traccia verticale.

***

Tremando entro la circonferenza dell’amplesso
esponi lo spirito acceso
a bocca che ansima; mi prendi nella sua cavità, vuoi
che la scopi e raggiunga
il profondo della sua gola; vuoi
che il tuo sesso sia scavato
quanto dici “sfondami tutta, completami”
— il colloquio reciproco è il gioco
utile per invigorirti del tuo stesso assioma.

***

Dammi la voce sommessa del grembo perch’io parli
alle sue labbra avvampate —
devo stringerti i fianchi, farti
urgente del paesaggio a dune che esige
lo spessore di sangue.
Mi spezzo nella carne che mi allatta,
mi s-centro la testa
concentrando l’energia anatomica delle particole
e come un frate in preghiera
m’inginocchio all’arcata a consumare devotamente l’ostia
che brilla dall’ostensorio ed ansa
a tubero d’orchidea; poi,
decifrandoti da acrobata sul filo e specchiandoti sublimata
dalla tua accensione,
m’infisso nelle natiche alte tu, a schiena orizzontale,
inclinata sui gomiti alla sedia dove gemendo ti sorridi
e ti stringi i capelli.

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