Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Alfredo De Palchi

Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Alfredo De Palchi, con breve introduzione di Claudia Zironi.

   

   

Alfredo De Palchi ci ha usato la gentilezza di inviarci la sua opera omnia dal 1950 al 2000 “Paradigm” e, leggendola, quando sono giunta alla sezione “carnale” ho ritenuto assolutamente necessario proporne una selezione (d’accordo con l’autore), fortemente colpita dalle sue immagini mai banali in questo ambito così difficile da affrontare in modo degno da parte di qualsiasi poeta.

Nella poesia erotica domina lo scontato, il già detto, il melenso a volte, la volgarità altre. In quella femminile spesso si cade nella lamentazione o in un’impropria pudicizia o nell’esibizionismo che di erotico non hanno proprio nulla, mentre, ancora peggio, in quella maschile si gira attorno all’argomento per poi finire nell’auto-incensamento prestazionale. Quante ne ho lette ormai così!

Ma De Palchi è diverso. La sua poesia erotica è una commistione di carnalità e spiritualità, un percorso attraverso le epoche che l’autore stesso ha attraversato con i suoi 88 anni di intensa vita fra guerra e dopoguerra in Italia e poi il lungo periodo negli Stati Uniti. Epoche e culture diverse, donne diverse, guardate con occhi attenti e capaci di cogliere ed esaltare le peculiarità e i momenti di transito. Uno spirito forte e indomito, che lascia trasparire un altrettanto forte e indomito corpo, a comporre il tutto in liriche potenti e sensuali, anche dolorose. Come donna le ho apprezzate e vorrei avere conosciuto un De Palchi che mi avesse scritto “io sono chi tu cerchi, sono / il giogo felice che trovi per le colline infertili, / le miniere di sale, le pianure e le vie disertate / che stringono il domicilio semispento; / parlami con il tuo sesso alla gola, / urlami dentro che sei chi mi offre il proprio terreno / … / tu sai, la distanza uccide.”. Come poetessa le ho molto ammirate.

Vi lascio alla mia selezione, certa che condividerete con me l’emozione della sua lettura. C.Z.

   

Da Paradigm   Selected and New Poems 1947– 2009, Chelsea Edition: Essenza carnale.

    

Potessi scatenarti nella camicia da notte i fianchi prensili
con la lontananza che si espande a un tuo universo
di allergie e di capelli seralmente selvatici — sai,
voglio sedurti con la mente
centrata sul triangolo vivacemente muschiato
che mi aspira dentro la costellazione nera;
sono il fiato che scotta il taglio rosso
la verticalità vertiginosa; sono la lingua
che flessibilmente accede per le cosce guizzanti
come carpe nel fondale di melma dove fa luce la fica,
per le gambe che si disegnano ad arco
scendendo ai piedi intensi di febbre.
Potessi scatenarti nella spiritualità del tuo corpo distante
l’entusiasmo, e ancora leccarti là
e là, fino a bocca sazia o consumata.

Gennaio 2000

***

Quanto usufruire dello spasimo che ci scuote,
e le mani si cercano nelle nebbie
sotterranee di fili di voci travolgenti,
che mi spinge a te vedova nera di un evento
che tormenta nelle braccia il tormento
quando si è soli nelle proprie braccia.
Guardami, dimmi, è così per te, trafissa nell’astruso
esplodere di parole vocali insensate,
udite con tenerezza mentre ciascuno percepisce
penetrando l’immagine che l’una ha dell’altro,
e generate nel tuo terreno seminabile a onde assiderato
con fioriture sotto una coltre di polvere;
io sono chi tu cerchi, sono
il giogo felice che trovi per le colline infertili,
le miniere di sale, le pianure e le vie disertate
che stringono il domicilio semispento;
parlami con il tuo sesso alla gola,
urlami dentro che sei chi mi offre il proprio terreno
vivacemente di acque colline pianure e foreste chiare;
tu sai, la distanza uccide.

5 febbraio 2000

***

La chiarezza delle acque mi rigenera
puro nel fiume che dalla cima del tuo capo
sorge a zampilli a gorghi a rivoli veloci,
ramificandosi in tributari di pendii e di braccia
che crocifissi in attesa;
e nel suo letto di ciottoli sabbie e curve ti leviga
le mammelle a fioriture di gigli acquatici,
cedevoli nella piana acquifera che freme fino alle anche scarne,
arrivando a estuare spalancato all’ambra
delle tue riviere imponenti — l’Adige
è il tuo corpo sinuosamente asciutto, potente,
vortice che accoglie la mia bocca di sete.

Gennaio 2000

***

Immagina la mia debolezza quando mi appari
stilizzata quanto una figura
dell’Egitto antico sulla parete di casa,
mi mordo a sangue le labbra, debole
mi snodo verso il tuo incontro
sprecando il respiro per me stesso.

17 aprile 2000

***

La casa che abbiamo addosso crolla quando
spartisci travi muri e mezzi
che la sorreggono — le grida di addio
che mandi da dietro i vetri serrati
le senti e te le ascolti
chiusa nella vestaglia in fiamme
di pelle ancora notturna,
io le riecheggio nella testa
e rimando l’addio sventolando le braccia
con segni ambigui e indiscreti.
Se tu spalancassi la finestra quanto apri
l’uscio con l’abbandono del ventre
la casa resterebbe intatta.

1 maggio 2000

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2 thoughts on “Un gelato al limon: il versante liquido dell’eros. Versi di Alfredo De Palchi”

  1. Gentile Claudia,

    le ho amate tutte, più giovani e più anziane di me,
    da inamorato, e sono stato riccamente ricambiato.
    E tutte hanno trovato in me il de palchi che attendevano.
    E chi di loro vive mi rimane amica. Il perché lo si scopre
    oltre l’amore carnale, nella spiritualità che la natura totale
    e indifferentemente crudele mi detta.

    Il perché è che non ho dio e non ho religione––ma libero
    di pensiero. di sentimento, e di spiritualità che si abbraccia
    all’universo femminile della “foemina tellus”. Il mio amore
    proviene dal femminile, non dal maschile distratto e insufficente
    di prestazioni e di comprensioni.

    Le varie letture “poetiche” su l’Eros fanno ridere, oppure
    i loro versi piangono. . . da una raccolta di versi di un autore
    lacrimogeno ricavai la mia interpretazione che la moglie lo aveva
    disfatto. Mi dissi che un tipo egotista così merita di peggio.
    Non si chiese che forse la moglie si era inamorata di un
    altro probbilmente simile a se stesso, o che finalmente si
    sganciava dalle sue prestazioni frettolose.

    Gentili poeti, ascoltate il vecchio leone de palchi: dalla mancanza
    di dignità, di signorilità, di generosità, di comprensione, di coraggio
    più che fisico verso l’amata, non può nascere poesia, sicuramente
    non erotico-amorosa. La storiella significa che la superiorità del
    femminile universo è più complessa, più difficoltosa, più dignitosa,
    e più sensibile al tremori terrestre––perciò perfetta.

    Grazie della sua generosa presentazione. Perché donna in breve
    riesce a decifrare la mia poetica dell’Eros, dedicandosi
    “. . . io sono chi tu cerchi, sono / il giogo felice . . .”

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