Un suono di labbra mute di Raffaella Ruju, riflessioni di Gabriella Modica

“Un suono di labbra mute”, di Raffaella Ruju, Edizioni Terra D’Ulivi, Collana “Parole di Cristallo” 2014. Riflessioni di Gabriella Modica.

 

   

   

La silloge di Raffaella Ruju si apre con una precisa richiesta del Creatore: taci.
Ed è un’imposizione che si trasforma in un buon suggerimento.
La riflessione su un tema che nel corso di secoli è stato scandagliato in lungo e in largo, anche laddove esso non è protagonista evidente.
Il silenzio è un sottotesto, un dubbio, forse, il più gravoso dei dilemmi esistenziali.
Per Raffaella Ruju ogni essere ha lo stesso valore degli esseri cosiddetti senzienti.
E invece spesso la natura ci appare come un fantasma. Non la percepiamo, neanche ci accorgiamo della sua esistenza e di quanto essa faccia parte integrante della nostra vita, finchè con il nostro narrarla, essa non riacquista una nuova vita, un’altra possibilità di arricchire lo sguardo di chi ne fruisce.

da Come le cicale, le libellule e le api

vivendo come ninfa sepolta
la cicala risaliva la corteccia ad agosto…

Cantava in dissonanza con il mondo
lo scarabocchio di uno spartito noioso
quasi assillante.

I versi di questa poetessa contengono immagini simboliche straordinariamente efficaci. Sembra qui, di leggere la storia del mondo. È quello che accade ogni volta che si percepisce il proprio guardare come un eterno racconto. Il descrivere se stessi dall’esterno, descrivendo l’esterno col giusto distacco con cui bisogna attraversare la propria profondità.
Questa Poetessa riesce a fermare quegli interrogativi che spesso illuminano il nostro peregrinare nel quotidiano per qualche frazione di secondo, per poi dimenticarcene. Per poi pentirci di non aver fermato su un foglio quelle stesse domande in attesa delle risposte.
Domande del tipo:
Cosa è successo, quando il mondo fu fecondato dallo spirito della Parola, e quando qualcuno decise che su quello spirito doveva avere il massimo controllo?

da Come le cicale, le libellule e le api

Il giorno delle api estinte
spezzarono la lingua alla voce nutrice
limitandola con l’autocensura del dire.

E ci fu un pieno di celle ipotecate
dalle guardiane sulla porta dell’alveare.

Ventilatrici di silenzio
mantengono inalterate le temperature
del sapere.

Un suono di labbra mute è una delicata riflessione sulla condizione attuale delle parole, del silenzio a cui le convenzioni di ogni tipo, influenti come tutte le opinioni che vengono espresse, vorrebbero ridurre chi, ancora oggi trova nel rapporto tra uomo e natura in assoluto il migliore appoggio, la più efficace delle chiavi per una trasposizione poetica dell’esistenza.

Quando un testo poetico è ricco di immagini simboliche, e quando viene il dubbio, leggendo quel testo, che quelle immagini siano possibili, allora possiamo dirci di trovarci nel bene e nel male di fronte a un testo sacro.
Sacro, come tutte le parole che vengono espresse nel giusto equilibrio tra la volontà e l’empatia.
Così nell’inquadratura della Ruju è permesso tutto, perché è un racconto che comincia con l’antefatto di un’imposizione: taci.
E dunque tutto accade sin dall’inizio, purchè la lingua se ne stia al proprio posto esprimendo il meno possibile ciò che in origine le era permesso: l’essere tramite tra l’infinito e la materia.

Questa silloge denuncia con veemenza l’ipocrisia dell’esistenza che si lascia dire in tutto e per tutto cosa fare, come vivere, come crescere i figli, come essi dovranno giocare. In qualunque modo che non contempli l’utilizzo dell’espressività individuale, della ricerca personale della meraviglia, della devozione alla vera Parola.
Il marchio di questa condizione lineare è ormai risaputo: siamo masse generazionali che rivivono un programma di cui le stesse non sono protagoniste ma attori che interpretano un copione, che cambia di volta in volta negli scenari ma non nella struttura, come Proteo, che compie ogni giorno la stessa azione, e che solo per costrizione rivela l’oracolo, con conseguenze il più delle volte nefaste.
Il mito, sebbene fondamentale, come tutte le leggi costruite dal linguaggio dell’uomo considerate cosmiche o peggio ancora immutabili deve essere, con le dovute cautele, messo in discussione.
Proteo è il veggente, ma oppone ogni resistenza a chi desidera usufruire del suo dono. E perché lo fa? Perché è il custode del gregge del Dio del Mare quindi, di quell’elemento che contiene infinite possibilità di azione, per l’appunto le gocce del mare. Proteo ne è custode, le conosce tutte una ad una, e per questo non vuol parlare. Perché egli stesso sa che il suo oracolo è parziale, è l’oracolo di Proteo che determina, appena espresso, un solo possibile destino a chi lo interroga. E allora preferisce modificare la propria immagine per confondere chi cerca nell’altro la risposta a un quesito cui solo lui, l’interrogante può rispondere. Proteo si modifica, ma non può sparire.
L’unica conseguenza che ottiene, è però quella di essere longevo come le civiltà che continuano a mutare, nell’illusione di essersi evolute, sempre nella dipendenza da qualcosa che è altro. Così Proteo muta di volta in volta nome nei secoli, nelle civiltà e nelle religioni, e nella poetica della Ruju è, a buona ragione l’altoparlante dell’Ipermercato cui ormai ci siamo abituati a chiedere inconsciamente: di cosa ho bisogno, tra le cose che vendono qui?
Ben altro dal sé che cerca, che vive, che gioca a diventare grande. E rimangono le immagini, quelle delle spighe d’oro frutto di un seme sterile.

Le questioni di poesia nel momento presente riguardano senza dubbio anche il rapporto tra una realtà che si percepisce parziale, che non è quella reale, e ciò che da questa parzialità va preso, accolto, accudito, ricostituito, perché quello è il contatto tra la parzialità della realtà “comunicata” e quella che va ricostruita. Solo il linguaggio, la comunicazione, la parola possono adempiere a questo compito tanto gravoso quanto ampiamente partecipato. Perché in quel che viene accolto, accudito e ricostruito c’è un parallelo, un filo conduttore, un comune viaggiare e naufragare: come quello tra la parola e il relitto:

Il relitto di mare

Le onde derelitte
spianano nuove vie
imparentandosi con il mediterraneo.

Soffia una bora nuova
stranamente calma.

Sulle rive le alghe si assolano prosciugandosi
rivelandosi a una morte grigia
imbevuta di vento.

Mi sfugge il perché
di questi troppi relitti di mare.

Naufragate sono le parole
e vanno alla deriva
con un verde ramoscello galleggiante.

Dallo sgomento del volo della libellula a fine estate, e della lingua spezzata nel fiorire della sua formazione, al ricordo confuso di intere civiltà che ricevono passive i salmi-saldi del Dio di turno, Un suono di labbra mute invita ad aprire l’orecchio, a mettere in ascolto gli occhi, arrendendoci a ciò che abbiamo creato, e che non ci piace, per riprendere confidenza con ciò che di buono una volta in esso era contemplato. E i rumori, come quello del silenzio, o del cicaleccio incessante, o degli altoparlanti che ormai scambiamo con le voci ultraterrene, con la voce della coscienza, sono tracce di speranza, promemoria impressi negli ambienti dell’autoriflessione.

Impulso

Gli assetati hanno mani pesanti
e dita grosse per bere piano.

C’è una sorgente
che aspetta nell’aria fredda e pungente
lo sciogliersi dei ghiacci.

Inclinazione del tempo

Immaginiamo di avere un canale preferenziale con quelle che generalmente indichiamo come “cose”: ciò che vediamo fuori dalla finestra, i rumori della strada, la frutta sugli scaffali dei supermercati o, se siamo fortunati come qui al Sud, nei mercati, adagiate al vociare delle moltitudini di ogniddove. Immaginiamo che il sole ci parli. Immaginiamo che la natura, che cresce da sola e senza maestri, che ci spaventa talmente tanto da poterla contrastare solo screditandola a parole, che mandiamo via dai luoghi della poesia, creati apposta per poterla consumare nel modo più giusto e abbondante ci parli, ogni qualvolta il nostro occhio la interroghi:

Il doppio e il suo errore

Dicono che la logica
nasca dalla materia
e agisca
ignorando la forza interiore del sasso.

Suono – musica – ascolto

In questo momento
siamo nell’euforia del parlare
nella malinconia del chiasso.

Con l’ansia stabilizzata
in perfetto equilibrio
sulla fune di cristallo.

C’è una musica nuova
nel respiro del fiore
e mi suscita nuova terra
l’appassimento del petalo sulla corolla.

Non soffre della nuova condizione
si lamenta solamente
della foglia rimasta fresca
sul gambo inchiodato alla ragione.

Il nome della terra
è materia e religione
struttura evanescente
di finta volontà.

Ondeggiano i pali del telegrafo
volano le sentenze
tra le nebbie di un divino
imprigionato in gabbie dorate.

Questa figura è l’ombra
scappata dallo specchio
identica nella sua perfezione
all’uccello che grida slittando
tra lo spettro e lo specchio

Il silenzio sepolto

Il burattinaio è tranquillo

nella ragnatela del silenzio
ha imprigionato l’anima parassita
inchiodandola al muro.

La marionetta non vede
il ventaglio del vecchio cipresso
danzare nel vento.

è rimasta per troppo tempo
assorta nella penombra lunare
della nuova oscurità.

Scenografici vascelli
ospiteranno pupazzi puritani
in giarrettiere e baby dolls sensuali.

Cavalcheranno onde di cartapesta
di un mare insipido – erotico
sperando di annegare negli applausi.

Lo reciteranno alla radio
il loro silenzio sepolto
svuotandolo di verità universali

Nel vaticano degli abusi
ciondola penzoloni dal soffitto
la nuova infanzia abusata.

Abbiamo talmente radicata l’abitudine a giudicare soprattutto chi ha successo, che l’unica cosa che vale la pena di fare è prendere per buono ed esprimere ciò che a noi soltanto appare genuino.
Se ci riusciamo, se riusciamo a intraprendere questo esercizio poco per volta, ci accorgiamo che la nostra percezione delle cose muta, e da un reticolato di supposizioni, giudizi e congetture di natura linguistico-matematica, va sempre più avvicinandosi a un coacervo di immagini grottesche e simboli in movimento, il cui significato ci si chiarisce solo rallentando la nostra brama di comprensione.
Chi ad esempio, ha dimestichezza con gli spettacoli dei pupi o dei burattini, sa che quanto accade in quegli spettacoli è al limite del paradosso. Eppure i bambini continuano ad amare questo genere di chiassose rappresentazioni, e il loro valore è universalmente riconosciuto. Ma cos’è quel mondo chiassoso, quando alla fine di uno spettacolo tutto viene rimesso al suo posto, le luci spente e il silenzio reso padrone?
Esattamente quel che è, e che le terzine appena proposte rivelano a chi vuol vederle:
anime parassite imprigionate dal silenzio. Parassite, come le gesta degli eroi, dei re narrate nei secoli per imprimere modelli che a rilegger la storia non stanno né in cielo né in terra. Anime parassite, che solo il burattinaio ha il potere di riesumare come di mettere a tacere, a partire dalla sua costruzione, quasi ritualmente operata in legno di Faggio, simbolicamente rappresentante del tramite tra cielo e terra, o in Cipresso, più notoriamente nell’immaginario europeo simbolo di custodia di ciò che ha terminato la sua esistenza terrena. Allora ha senso, anche per chi, come Chi Scrive, vive in un luogo che ha fatto di questa pratica del Teatro dei Pupi la propria gloria, vedere la stessa in quest’ottica: il valore di chi dona la propria vita alla costruzione di un oggetto che rappresenterà per sua stessa voce qualcosa a cui non bisogna credere, qualcosa che è morto, che è da rivisitare, da rielaborare e in cui l’unica cosa che ha valore è l’azione coraggiosa, lo sprezzo del pericolo, l’eliminazione di ogni paura, il potere esorcistico del divertimento.

Appena presa coscienza di queste importantissime rivelazioni, non ci resterebbe altro che lasciare sfogo al veggente che c’è in ognuno di noi, quello che decide la forma che prenderà la propria realtà, e farla esplodere per risonanza poetico-nucleare, il genio che oltrepassa il suono di ogni imposizione:

da Notizie fresche di giornata

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Una nube radioattiva si è persa alle 13.22
chi la trova tel al 777555999 prefisso 666

Scienza

In un parto di stelle nascerà un aborto di cielo
Astri dispersi allatteranno i nuovi pianeti
tempeste di neve sulle rovine romane
piangono acqua piovana

Politica italiana

Il presidente colpito dall’ignoto
terrà un discorso a reti unificate
a tutta la nazione.
Il parlamento non ha posti occupati
Assente anche la punteggiatura!

Ma per fare questo, bisogna attraversare gli inferni, come sembra indicare questa delicata quanto energica Poetessa. E bisogna ancor prima di attraversarli, imparare i giusti passi di danza da compiere per attraversarli:

Libera

E le mani
ora stringono il sasso
che colpisce la veste ora tinta di rosso.

In quel sangue che sembra mestruale
la bambina si abbandona
sul verde di un caldo fogliame.

Partorisce il dolore
e non dice parola.

E’ mattina
il ragazzo ora dorme sul prato.

E in questo viaggio possibilmente, tatuarsi addosso questa formula:

NON PUOI UCCIDERE

LA PAROLA

CHE MI SCRIVO DENTRO

                   

Ingmar Bergman, Persona 1966
Ingmar Bergman, Persona 1966

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