Una bellezza lontana di Sara Comuzzo, recensione di Francesco Di Lorenzo

Una bellezza lontana di Sara Comuzzo, recensione di Francesco Di Lorenzo

 

 

I
‘Una bellezza lontana’ di Sara Comuzzo è un vero ‘libro di poesia’ nel senso che Pier Vincenzo Mengaldo intende dare a questa forma di comunicazione letteraria. Infatti, egli dice: “ con ‘libri di poesie’ si intende quelli che non sono semplici raccolte poetiche ma libri unitari e organici caratterizzati da coesione e coerenza interne, integrazione delle parti, rapporti fra testi, similarità di significati e strutture, progressioni evidenti del senso o ciclicità, presenza di segnali d’inizio o di fine ecc.”. E ‘Una bellezza lontana’ è proprio questo. In breve, è la storia di una relazione che si conclude (che finisce) senza un perché (o forse sì), che si evolve (o si involve) naturalmente verso un finale senza botti. È la cronaca del risentimento e della solitudine che rimane in una coppia che si accorge a poco a poco del proprio fallimento.
Il libro è diviso in tre parti che sono tra di loro ben distinte e definite. Ognuna di esse ha la sua funzione, ma è collegata alle altre in un rapporto strettissimo e completo. Quindi, secondo l’accezione di Megaldo, ‘Una bellezza lontana’, è il prototipo di un vero ‘libro di poesia’.
Ma torniamo alla divisione delle parti e al suo contenuto. La prima parte, dal titolo ‘E noi [C’era una volta] , fa da introduzione alla disfatta. C’è la descrizione delle ‘piccole cose quotidiane’, dei momenti in cui gli eventi si muovono ancora nell’ordine della normalità. Si notano già i primi segnali di cedimento, anche se nessuno lo prevede e lo sa, ma è in atto un allarme in sordina che non lascia prevedere nulla di buono:

Correre a perdifiato
poi fermarsi
perché si è arrivati dove si voleva
ma non è esattamente
come ci si aspettava.

Questi versi iniziali sono già programmatici se non di una disfatta, certo di un disguido. La corsa non finisce dove si pensava, che è già un problema. Ma, è forse tutta la poesia iniziale, dal titolo ‘Correre a perdifiato’, che a saperlo, come un vaticinio, traccia tutte le linee di un fallimento ancora da venire:

Vorrei dirti che ci sono un sacco di stelle
da contare, raccogliere, sfiorare
ma il cielo è vuoto stanotte

e sarebbe una bugia.

Mille arpioni squarciano delfini.

E noi, seduti sull’alba
ad aspettare la luna.

È come dire che siamo seduti sull’orlo di un abisso senza saperlo, ma nel nostro ignorare aspettiamo la luna, mentre dietro di noi, come se niente fosse, ci lasciamo il sangue dei delfini squarciati.
Così anche nella poesia ‘Improvvisamente’, dove è una passeggiata sulla spiaggia a prospettare il futuro della coppia,

Un vento violento arriva
e alza la sabbia
gettandocela negli occhi.

Le poesie di questa prima sezione hanno questo andamento quasi lento, minuzioso. Una descrizione di cose che però presagiscono una condizione di provvisorietà.

Piccole cose

Le nuvole, le loro altezze.
Qualcosa che cade
a ricordarci
delle piccole cose

il loro stare qui
per rompersi.

Altri esempi si potrebbero fare di questo equilibrio precario, quando dice:

È un Natale senza attese.
L’albero senza frutti né regali,
senza fiori.

I colori del silenzio.

O anche nei versi
Ci riscopriremo estranei,
ma io non voglio saperlo.

Che sembra già un’assunzione di colpa. Un qualcosa che è nell’aria ma che è meglio far finta di non vedere.

Siamo affogati vestiti.
Il retro delle cose:
non ci può essere ombra
senza luce.

E poi ci sono i momenti di lucidità in cui nei bagliori si intravede una realtà che è meglio non portare allo scoperto,

Mi hai guardato neanche fossi un tramonto
neanche a dirmi:
Starai qui ancora due minuti
prima di sparire.

C’è nel finale di sezione sempre più forte la sensazione incombente di qualcosa che deve in qualche modo, volenti o nolenti, avvenire; come se ci fosse un destino già ampiamente segnato e dove la direzione delle cose non attiene più alla coppia.

II
La seconda parte o sezione è composta da 22 poesie ed ha un titolo tutto in sintonia con l’argomento della disfatta, ‘Il nulla ed il chiasso che segue’, un titolo che risalta e si impone anche per la sua ironia o autoironia.
È come a dire che le cose negative mostrate nella prima sezione, non solo sono continuate, ma in qualche modo si sono pure accentuate. In pratica si prende atto che le cose non vanno. La costruzione tentata del Noi è stata un fallimento, si ritorna mestamente ad un Tu ed Io separati. Le differenze escono fuori e si impongono sempre di più…non c’è niente da fare.

La neve… non è qui per cancellare gli errori,
le bugie sopravvivono al freddo.
E tu ed io,
tu ed io siamo sopravvissuti a qualsiasi cosa
ma non riusciamo a vivere niente.

È una specie di maledizione che segue la coppia ignara delle prospettive verso cui sta andando ( a sbattere).

Emozioni disintegrate
in abbracci muti
di due sconosciuti
che giuravano di amarsi.

Ma che evidentemente si sono sbagliati…ed hanno continuato cercando di evitare di guardare e di guardarsi.

Queste due terzine di versi sono dei veri e propri momenti di invasione nella realtà delle cose, nel qui et ora, dove si prende atto della proprie debolezze e delle grandi mancanze che ormai non si possono più nascondere.

A farci danzare scoordinati
Sulle ultime note di un dolore invernale
L’ultima cena al plurale.

Si vince anche arrivando ultimi.
È stato difficile abituarmi
a perderti.

Altri due brevi versi, invece, parlano ancora di sensazioni monche. Un’evidenza che sottintende anche una presa d’atto.

Mi hai lasciato la mano
e mi è sembrato di aver perso il braccio intero.

Ma ormai la relazione non solo vacilla, è il momento di accettare per forza una condizione, tanto da potersi permettere un certo distacco, una sottilissima ironia:

La tristezza nei miei occhi
è un vestito da sera
per una cena
tra invitati
che hanno di meglio da fare.

III
Il titolo della terza parte è: ‘Ora che anche le formiche’. Ed è la ripresa di un verso dell’ultima poesia del libro. È un bilancio (fallimentare) che racchiude e condensa l’ultima parte di una storia d’amore, quando i nodi vengono al pettine, quando perfino le formiche se ne sono andate perché sono finite le ultime briciole che in qualche modo alimentavano un sentimento.

Ci siamo amati per sbaglio / ma odiati volutamente.

Ci allontaniamo come gatti / feriti da uno scontro con il topo.

In questi quattro versi, presi da poesie diverse, c’è condensata tutta la storia presente ma in qualche modo anomala, o meglio, dal finale inconsueto. Un finale non accettato bene perché mancano i titoli di coda, lasciato morire così, senza un vero perché. Una sensazione che porta direttamente alla fuga dai ricordi , un passare sopra, quasi calpestando, i momenti dell’amore, mentre resta la disillusione a dominare la scena.

Arrivi a casa, la sera,
isolato
in una stanza troppo grande
persino per la tua malinconia.

La voglia è quella di scappare dai ricordi piacevoli e dalle promesse che affiorano man mano e che sono state tutte disattese.

Ma prima
almeno sapere
una volta per tutte
sapere chi eri.

Il dubbio resta. Perché nonostante la fragilità, le promesse erano state lanciate, ma come un boomerang impazzito non sono ritornate indietro, si sono perse nel vento.
In ultimo, veramente del niente che resta, almeno c’è la consolazione, per alcuni non magra, di dire:

Io e te
iniziamo e finiamo
in una poesia.

Alcune notizie utili sul metodo di lavoro dell’autrice, Sara Comuzzo.
La giovane poetessa scrive di getto, in qualche ora riempie tutto il materiale cartaceo che trova disponibile. Poi passato qualche tempo, inizia il vero lavoro di editing che prende molto più spazio.
Per questo libro ha utilizzato frammenti e materiali che sono stati scritti nell’arco di quattro anni e in località diverse. È la fase in cui assembla versi e frasi prese da diverse poesie, le affianca ad immagini esterne e contraddittorie per cui nascono unioni impossibili o anche possibili.
Il tema di questo libro è certamente la perdita di qualcosa. La fine di un’unione. In particolare l’idea le era venuta quando nella sua vita reale si era accorta di aver trascorso una certa dose del suo tempo, neanche tanto breve, con una persona che non era affatto quella che lei pensava fosse. ‘Mi sono chiesta cosa succeda improvvisamente ai rapporti che non funzionano più e si rompono come uova.’
A chi le chiede quanto c’è di autobiografico in questo libro, lei risponde il 100% e assolutamente zero.

 

img_7664-1
in apertura Nadia Murad, attivista per i diritti umani irachena yazida, premio Nobel per la pace 2018, fotografata a Washington, Dipartimento di Stato USA, particolare, (foto originale a colori)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: