Una manciata di parole di Giancarlo Sissa

Una manciata di parole (a proposito di poesia e di poeti) di Giancarlo Sissa.

  

  

La poesia è un processo cognitivo che attraversa la storia. Non un annuncio di verità ma la possibilità di riconoscere la realtà della condizione umana nell’ambito della quale soltanto si carica di significato ciò che crediamo di sapere. La poesia è un dialogo fra i molti “io” che ci compongono – un dialogo che si può chiamare monologo solo se non si sanno più distinguere le diverse voci degli “io” disseminati e compresenti nell’esistenza di ognuno di noi e che continuano a fiorire in modo anche involontario perché sono la vita cui chi resta in ascolto concede lo spazio nel quale attecchire.  Un dialogo fra “io” intrisi d’altro tempo, menzogne e ricordi, disastri del sentimento, aiuole di redenzione, rinascite che concorrono a dare struttura a noi stessi, alla nostra identità, alla nostra storia, all’esperienza del mondo che ogni giorno si rinnova in ognuno di noi. La poesia non è quello che penso o che sento, ma quello che so profondamente. La poesia è quindi pluralità, colloquio, urto, scontro, altra parola del vissuto e della storia, della tradizione, del reale, del quotidiano, persino delle malattie del ricordo, ancora una volta dell’esperienza e delle sue autorappresentazioni, teatrino e messa in scena interiore, restituzione dei dati di realtà – sogno, delirio, estasi e miraggi compresi -. La poesia è la sincerità che sopravvive all’incandescenza dell’autobiografia. Il morso nel fianco dell’esistenza. La poesia designa il momento – e il movimento – in cui le parole passano ai fatti  – lì le parole non si distinguono dal gesto – perché la poesia è un comportamento caratterizzato dall’etica della libertà e dalla dignità riconosciuta alla dimensione civile dell’essere umano. La poesia è invenzione di un lettore, di un compagno con cui condividere il pane. La poesia è dunque una responsabilità e il contrario della rimozione o della noncuranza. La poesia è il grado massimo dell’esposizione senza cautela, è anzi la la reciproca ospitalità perché ogni uomo è la casa dell’uomo. E’ autodenuncia e riconoscimento del proprio come dell’altrui desiderare perché la poesia spacca il buio della paura da dentro. Ad ogni sillaba fa i conti con l’impostura, con l’autocensura, con il senso di colpa innervato d’anima. Noi scriviamo su uno specchio e per questo mentire non ha senso – significherebbe entrare in dissonanza, ammalarsi, abdicare -. Siamo ogni volta al cospetto del nulla, fuggire, voltarsi dall’altra parte, equivale a tacere, farsi devoti della violenza complice del silenzio e dell’ignavia. Le parole vivono nel petto come la fatica nelle mani. Senza parola la poesia sarebbe la danza. Ciò che leggo e ciò che scrivo mi fa la carne, posso sorridere al disastro della letteratura ma non a quello del mondo perché ciò che faccio come poeta lo faccio al cospetto dell’abisso, inventando ogni volta quella forma di solidarietà metafisica che si chiama scrittura, abolendo il conformismo corrotto e redditizio del canone, la malafede di ogni sistema, pronunciando una parola antica e nuova, corrosa ma accesa, spavalda e sofferta, concreta. Del resto la poesia è la logica della metafora verificabile nel corpo della storia, insulti compresi, e per questo rifiuta l’identificazione in un ruolo o in una funzione. La poesia è critica in modo implicito, anzi, è una rappresentazione esplicita della criticità della lingua e del vissuto della contemporaneità. La poesia svela perché è il solo modo di dire qualcosa che non si lascerebbe dire diversamente. La poesia è scrittura applicata alla dolente opacità del reale. La poesia è una inesausta presa di posizione relazionale. La poesia accade persino nel fatto letterario, certo, ma lì è il contrario dell’abbastanza. Non scolma il mare, lo nuota, disperatamente lo attraversa, da riva a riva. Non scorda ma non insegna, traduce. Per questo il poeta non può volere o accettare un ruolo – le tribù hanno già i loro sciamani, i loro giullari, i loro vessilli – il poeta restituisce, ha le mani bucate, non trattiene nulla per sé. Il poeta è strumento, non vate. Si inoltra nella sua stessa curiosità e la propone come reciproca all’altro – uomo o popolo che sia, da costa a costa, da sponda a sponda … nelle diverse declinazioni della lingua madre, delle lingue madri, delle tradizioni – il poeta è un mare senza naufragi, una finestra spalancata sul mondo. Il poeta è un traduttore di pluralità, incarna la tentazione dell’altro e dell’altrove, di un oltre praticabile dal linguaggio nella responsabilità dell’amore, cielo acceso d’acqua come la fontana del mattino.

dolce vita 14

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: