Una storia lunga di Franco Santamaria

Una storia lunga di Franco Santamaria.

   

                   

Aspetto che smetta
questo non umano di tempeste e di valanghe
di foreste in catene dietro rombi possenti
di anime rubate ai corpi tra fogli di catrame.

Il vento, il vento che spezza
canneti e braccia senza forti barriere,
brucia finanche colonie di farfalle sugli alberi
gridando in traiettorie di piombo
una viola liturgia al suo dio ideologo.
Spie luminose frementi segnalano che dighe rompono
nella valle che dorme e non ha modo di salire
su un tappeto che voli.

È tutto ciò che rimane.
Fardello schiacciato sospeso
a case oblique e a vie frantumate
disperazione
dei piccoli camminatori e dei bottegai in attesa –
il silenzio della tortura della zolla resa polvere
per sfruttamento o per fede non allineata
solitaria
il pianto del fiore pellegrino che brucia
al volo dei rettili spaziali
radice di solitudine dei vuoti discriminati.

Dico di una storia – lunga –
che i giorni ripetono sulla pietra del mattatoio
e incidono sulla lama dell’acciaio
e annodano ai canapi degli alberi sfrondati
impotenti.
Con la stessa assenza di fuoco delle stelle
che muoiono
nel ventre dei laboratori.

La morte semina soltanto tracce di paradiso
in ossa che diventano fossili di sabbia nei deserti
o scaglie di conchiglie sulle timpe.

                    

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A long story

                       

I wait for the end of
these inhuman tempests and avalanches
and of forests in chains behind the powerful roar
of souls robbed from the bodies that lie between sheets of tar.

The wind, the wind that breaks
reeds and breaches weak barriers,
that even burns butterfly colonies on trees
screaming in falling trajectory
a violet liturgy to its ideological god
Luminous, quivering spies show which dykes break
in the valley which sleeps
and which has no way to board a flying carpet

It’s all that remains.
Crushed bundle suspended
in slanted houses and on streets shattered by desperation
of your strollers and of waiting shopkeepers

the silence of the torture of clumps of earth
rendered dust to be abused
or because of misaligned solitary faith
the weeping of the pilgrim flower
that burns to the flight of spatial reptiles
root of solitude of discriminating emptiness.

I tell of a story – long –
of the days that repent on the stone of the slaughterhouse
a story that the days etch on the blade of steel
and encrust, impotently, on the canopies of trimmed trees.
With the same absence of fire from the stars
that moan
in the innards of laboratories.

Death seeds only traces of heaven
in bones that become sand fossiles in the deserts
or fragments of shells on rock fissures.

                    

© Franco Santamaria, da “Radici Perdute” (Kairòs, Napoli)
© Traduzione di Emanuel di Pasquale

                

vlaminck uomo

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