Verde è il colore del rimorso, racconto di Paolo Polvani

Verde è il colore del rimorso, racconto di Paolo Polvani

          

 

Una risata! In pieno viso come un ceffone!  Oltre la grata del confessionale l’improvvisa eruzione di una risata, come le convulsioni di una tosse incontrollabile. Una donna col velo in testa passava di lì, mutò espressione. Le si accese negli occhi   un grosso punto interrogativo. Percepivo queste parole, spezzate dai singhiozzi del riso: le zampette che annaspano nel vuoto, ma tu sei un artista, sei un poeta, e la risata proseguiva col rumore di una cascatella divertita e attraverso i fori della grata vedevo una grande barba bianca andare su e giù, assecondare il verso di quel ridere convulso;  mi ricordava una gran massa di zucchero filato, e mi prese la tentazione di cospargere il frate di alcool e dargli fuoco, una bella fiammata e il frate che si libra in volo, volteggia  lungo la navata, piroetta in un bel giro della morte, un calcio robusto alla penombra profumata dincenso della chiesa. Assistere alla fragorosa ricaduta sulle panche con un tonfo.  

Si, sarebbe stata la giusta ricompensa a quel ridere sguaiato. Fu in quel momento che avvertii con precisione che i miei rapporti con santa romana chiesa e i suoi emissari finivano lì, in quella penombra rotta dal ridere convulso di un frate panciuto e barbuto   oltre la grata. Ero entrato pochi minuti prima in quella bella chiesa romanica che incuteva soggezione con le volte alte e i pavimenti in pietra, le colonne austere e tutto quel silenzio che pesa come un masso e induce a trattenere il respiro. Ero in fila al confessionale, erano i tempi che a volte mi assaliva una fame mistica, un desiderio di ascesi e di purezza. Inginocchiata e col velo nero, una giovane donna si stava segnando e levando in piedi oltre l’inginocchiatoio del confessionale, quando un braccio venuto fuori dalla tenda di spesso tessuto rosso mi fece segno di avvicinarmi. M’inginocchiai davanti alla grata, con l’aria più contrita del mondo e ascoltai le giaculatorie di rito. Dimmi tutto figliolo, sentii come un sussurro. Dunque io e mio cugino Sergio trascorrevamo il mese di settembre in campagna. Una casa davvero rustica, con nonni sulla porta e zie nella cucina, pane burro e marmellata la mattina e candele e lampade a petrolio la sera, un perenne ronzio di mosche nel soggiorno inondato dal bel sole settembrino. E cugini che s’inseguivano. E poco distante dalla casa la chioma solenne di un gelso, che nel pomeriggio, a una cert’ora del tramonto, lasciava filtrare una luce verdognola e vellutata. Ed era lì che i nostri esperimenti di balistica avevano luogo. Catturare le mosche era la cosa più facile del mondo, erano lì per farsi catturare, erano loro che te lo chiedevano col  ronzare perenne nella luce del mattino e del pomeriggio, e quei volteggi ellittici, e le brusche virate; bastava allungare una mano e te le ritrovavi nel pugno chiuso, avvertivi lo zampettare e lo sbattere delle ali;  quelle che si offrivano volontariamente per i nostri esperimenti di balistica applicata venivano rinchiuse in un barattolo che un tempo aveva custodito marmellata di albicocche, e che forse ne serbava ancora tracce, visto che le mosche prigioniere una volta chiuse si mettevano a esplorare il fondo e camminavano piano lungo le pareti. Venivano prelevate con cura, una alla volta, e mentre io con delicatezza ne stringevo una tra due dita, Sergio faceva cadere una goccia di alcool sulla volontaria, bastava accostarla alla candela accesa perché facesse una fiammata, e in quella fiammata un residuo istinto di conservazione la costringeva a un volo subitaneo, un volteggio infuocato della durata di un secondo, per poi schiantarsi al suolo. Alcune mosche più robuste riuscivano a effettuare un doppio giro della morte, altre invece, più mingherline, provate dalla prigionia, cadevano subito sulla lastra di pietra chiara che fungeva da banco degli esperimenti, e le zampette vorticavano convulse per qualche istante, penosamente e invano. I lunghi pomeriggi sotto il gelso assistevano a una strage moschicida di inaudita efferatezza. E però era bello annotare i diversi esiti dei voli kamikaze, i differenti suoni e le diverse traiettorie, le fini ingloriose e quelle invece più ardimentose, quelle peripezie balistiche ricche di varie fantasie. Ma un giorno che settembre si avviava alla fine e la luce era più verde del solito protetti dalla chioma del gelso, mi prese il rimorso come un’imboscata, un soprassalto di pietà, un’improvvisa carica con la baionetta. Un rimorso che si tinse di verde, come la luce che i fitti rami del gelso lasciavano passare nella temperatura mite. Ignoravo del tutto il concetto di karma, e tuttavia certi discorsi delle zie, dei nonni, ci avevano ammonito che un giorno saremmo potuti rinascere mosche, e cadere preda di due scienziati incendiari come noi, e allora sì che avremmo avuto la giusta ricompensa alle nostre sperimentazioni di volo e fiamme! E nell’accostarmi alla confessione dal signor frate nascosto oltre la grata, temevo che mi avrebbe additato minaccioso le fiamme dell’inferno. E così gli raccontai degli esperimenti e del sadico compiacimento davanti a quei voli strazianti. Ma il frate rise. E quando la risata fu spenta, davanti a me non si spalancarono le porte dell’inferno e le sue fiamme. La voce del frate si fece seria, o almeno tentava di restare nel perimetro della serietà. Ma questo non è un peccato, figliolo! Uccidere le mosche non è un peccato. Si spalancarono invece le porte della delusione. Ma come? e allora San Francesco? e il cantico delle creature?  la pietà cristiana? tutta un’invenzione? e dunque gli sterminatori di mosche uscivano assolti dal processo? e come giustificare allora tutto quel rimorso? la pena per quelle zampette che annaspano nel vuoto? per quella crudeltà inutile? il rimpianto per quella bella luce verde filtrata dai rami del gelso per sempre profanata dalle sadiche sperimentazioni di balistica applicata?   

       

 

Emiliano Barbieri, Peru

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