Via crucis, poesie di Silvia Comoglio con introduzione di Enea Roversi

Via crucis, poesie di Silvia Comoglio con introduzione di Enea Roversi.

    

    

 

Ognuno di noi, credente o non credente che sia, ha bene impressa nella mente l’immagine di Gesù Cristo morto sulla croce: l’immagine della morte dell’uomo per mano di altri uomini, quintessenza stessa della morte, iconografia millenaria carica di simboli e di significati.
Nella sua breve silloge Via Crucis (puntoacapo Editrice, 2014), Silvia Comoglio descrive il percorso doloroso di Gesù Cristo, seguendo l’ordine del rito tradizionale della Chiesa cattolica; dalla prima stazione (Gesù è condannato a morte) fino alla quattordicesima (Gesù deposto nel sepolcro), aggiungendone poi una quindicesima (Gesù è risorto), che nella ritualità cattolica viene usata raramente.
Nella Via Crucis di Comoglio il calvario di Gesù Cristo viene raccontato, quasi fotografato da vicino: possiamo osservare in primo piano la sofferenza, vedere nei dettagli il paesaggio che le fa da sfondo.
Ecco quindi materializzarsi la luna (Sfatto ora è il plenilunio in questa sola storia), gli alberi (l’albero che crebbe disperso e capovolto) e L’albero che ha specchio dentro la sua foglia, ed altri elementi del mondo vegetale e animale che prendono forma e vita nel racconto poetico, ridefinendo la dimensione terrena del calvario.
Si osserva un processo di umanizzazione nei confronti della figura ultraterrena di Gesù, il figlio di Dio e nel contempo si assiste alla progressiva disumanizzazione di coloro che lo condannano a morte, lo flagellano, lo crocifiggono e l’uccidono.
Nei testi di Comoglio il dolore per la morte è descritto in maniera toccante, con straziante lucidità, ma vi trovano spazio anche la speranza nella fede e la gioia della resurrezione.
Il linguaggio poetico di Comoglio è complesso e articolato, anche dal punto di vista grafico: nelle poesie di Via Crucis vediamo che alcune parole vengono scomposte, quasi che l’autrice andasse alla ricerca del significato ancestrale della parola stessa, scandagliandone il senso e la forma originaria. Nei versi sono presenti spaziature, trattini, linee, puntini di sospensione: accompagnano le parole non in modo ornamentale, ma ne sono parte integrante, come segni rafforzativi o segnali di indicazione.
Ciò a riprova che la ricerca letteraria di Comoglio è in continua evoluzione, non è mai ferma: si spinge (per usare un verso contenuto in Quindicesima Stazione – Gesù è risorto) fino all’orizzonte, al lembo ultimo del cielo.
Ho scelto per questo numero di Versante Ripido, da Via Crucis, le poesie/le stazioni che trattano più da vicino il tema della morte. ER

   

Prima Stazione – Gesù è condannato a morte

Sfatto ora è il plenilunio in questa sola storia
di dubbio già molato nell’acqua di un bacile, “sfatto —
a pura notte dove troppo vasto è il dire degli ottusi, il —
crocifiggi! ampliato e ripetuto in alberi ghermiti
da futili linguaggi : ombre immedicate, di taglio sulla porta,
tutte declinate in chi dite che io sia su echi sovrapposto
privati di ogni loro forma : immoto soffio che si inarca
di ciottoli silenti a terra rovesciati nell’alba appena simulata —
cóntro cúbiti di olmi e bócche e pellicani tutti sparpagliati
in lunga e minuziosa má-ssima carezza —

*

Nona Stazione – Gesù cade per la terza volta

Sopito è forse l’amore intorno
che di nuovo è nuovo ricadere, a farsi carità
essenza verticale nata in visi immensi,
ebbra sola voce mossa dal suono di se stessa,
da reggersi col soffio, incessante e a nuovo palmo,
dell’ultimo mio sguardo? Gli occhi, solo gli occhi,
fusi con le rocce plasmano di stella il punto in cui si apre
un monte in lontananza, in cui mondi —
scintillano di notte a sorgente di pura frasca,
a turbine di moti, risorti, a vortice sull’acqua —
nel bagliore dell’unica Parola che immobile si spande
serbando ripetutamente l’ora e sempre vissuto a prima volta,
il passo tuo di veglia venuta a sabbia di cicala —

*

Dodicesima Stazione – Gesù muore in croce

Davvero sono uomo
che muore sulla croce, o l’assenza
del tempo dal mio viso
è lume di salvezza, tacita speranza
del sempre che risuona? Il corpo, Madre,
non ha spessore, ma forza
per essere quel volo lì oltre la penombra,
memoria che si sposta —
dal mondo della forma. E il peso,
quello in cui io sono,
è quanto mi sorprende, e la morte
è il rumore che si sente
sovrapponendo materia e essenza,
limitando lo spazio sulla soglia,
arrancando dove nell’ebbrezza
il vento non rischiara tra-scinando,
in barche a pura sera,
ombre suscitate da infrante
terre di parola. E il tuo sguardo,
Madre, è l’arco che mi tiene, più forte
di un gesto mio di presenza,
vertice tenace di ogni lunga veglia
qui vera a trasparenza nel nostro —
nudo incontro di amore – e ore —

*

Tredicesima Stazione – Gesù è deposto dalla croce

Pura fronda già piena di sua luce
ridiscende ora la ferita e poggia, silenziosa,
anime di forme a molli ondulazioni
nel grembo di questa sola terra, a slancio,
riflessa nelle nubi : squarcio, identico nel grido,
di ali e di capanno, nodo del Sempre che dirama
sillabe di nomi e punti e moti
di túmidi respiri : échi amati e trasmutati
in perfetti cerchi costruiti
nell’annullo di ombra e di distanza, percorsi
fino al vero cielo, dívenuto suolo —
a peso di bagliore, materia di píccola boscaglia
pensata di Parola, a cuore di allodola che pulsa
sciogliendo in nuove stelle fisse mé-
tamorfosi di tempo attese nude all’orizzonte —

*

Quattordicesima Stazione – Gesù deposto nel sepolcro

Eterea condensa questa sosta
l’allodola a radice alta di germoglio,
le braccia ampliate di se stesse dove quiete
è il lampo dell’inverno, il mondo —
sull’orlo ripiegato di un ú-nico giardino : la luce,
perpetua dello sguardo, nel suo lungo enumerare,
numerare a punto fermo, il tempo che si avvera —
la mínima sequenza di case tutte andate
in címa, in cima alla collina, dove, il labbro,
in forma di prodigio, intesse tutto il balbettio
in vibrante semplice discorso, in sazie —
voci da ridire, decifrando i lunghi e articolati
diaframmi, diagrammi, delle foglie —

*

      

(poesie tratte da: Silvia Comoglio, Via Crucis, puntoacapo Editrice, 2014)

      

Biobibliografia

Silvia Comoglio è nata nel 1969 ed è laureata in filosofia.
Ha pubblicato le sillogi Ervinca (LietoColle Editore, 2005), Canti onirici (L’arcolaio, 2009), Bubo bubo (L’arcolaio, 2010), Silhouette (Anterem Edizioni, 2013), Via Crucis (puntoacapo Editrice, 2014), Il vogatore (Anterem Edizioni, 2015 – Premio Lorenzo Montano – XXIX Edizione – Sezione raccolta inedita), scacciamosche (nugae) (puntoacapo Editrice, 2017), sottile, a microchiarore! (Edizioni Joker, 2018).
Nel 2016 ha scritto per The small outside di Gian Paolo Guerini Piccole variazioni, concerto apparso a puntate sulla rivista on-line Tellusfolio (5 maggio – 2 giugno 2016) e pubblicato ne L’almanaccone impertinente (LABOS Editrice, Morbegno, 2017).
Suoi testi sono apparsi, tra l’altro, nei blog “Blanc de ta nuque”, “La dimora del tempo sospeso” e “BombaCarta”; nei siti di Nanni Cagnone e Gian Paolo Guerini, sulle riviste “Arte Incontro”, “Il Monte Analogo”, “Le voci della luna”, “La Clessidra”, “Italian Poetry Review”, sulla rivista giapponese “δ”  e nelle riviste on-line “Carte nel vento”, “Tellusfolio” e “Fili d’aquilone”.

           

 

in apertura Ksenja Laginja, Dermathopia

One thought on “Via crucis, poesie di Silvia Comoglio con introduzione di Enea Roversi”

  1. Poesie profonde e bellissime dove nessuna parola, aggettivo o segno è casuale; le parole spezzate sembrano adattarsi alla voce che commossa s’interrompe o si ferma per troppo peso, permettendo così al lettore di immedesimarsi e fare propria tutta la drammaticità raccolta e mai urlata, ma densa e vibrante.
    Una scrittura pregna di significati e molto toccante.
    Complimenti alla Poetessa.
    Rosanna Spina

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