su e da Voci dal canto generale, di Marco Ribani

su e da VOCI DAL CANTO GENERALE di Marco Ribani.

     

     

“Dio non canta, forse non ha mai cantato,si vede che non gli serviva.
Ha dato il canto a tutti gli elementi che popolano questo mondo
e che si danno da fare per tenerlo vivo.
Il rumore dell’esistenza è canto. Canta l’acqua, il vento,

cantano le fronde degli alberi, le pietre, cantano gli animali,
canta l’uomo.Il canto è un grido, un ululato a gola aperta.
Sfiora e urta e sfonda e spacca, e libera e imprigiona.
Non gli serve essere ascoltato per avere valore.
E’ una liberazione. Una manifestazione della verità.
E non ha bisogno di spettatori.”

Questo scritto, per me bellissimo, potrebbe essere attribuito, a uno dei nostri ultimi saggi, che ne so un Terzani o un Ceronetti e invece è attibuito a Mina, una delle più grandi cantanti italiane di musica leggera del dopoguerra. E’ uno scritto potente e ispirato che coglie in poche righe il pensiero che ispira il mio progetto di canto generale. Forse è bene sottolineare che sia io che Mina, viviamo da anni appartati dal mondo.

Mi si chiede di dire qualcosa rispetto allo stato dei lavori, a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione del mio Canto Generale, proprio qui su Versante Ripido e io potrei rispondere che ieri sera ho ballato con la mia padrona di casa, attorno al tavolo di cucina, seguendo il ritmo delle musiche celtiche di Alan Stivell.
Non è una battuta, nè una presa in giro. E’ l’occasione per riprendere un argomento. Poche ore prima del ballo improvvisato, ascoltavo Michel Petrucciani mentre ero tutto intento a creare uno dei miei quadretti.

Nella mattinata, mentre sistemavo al riparo la legna da ardere, ascoltavo musica per rilassamento.
Questo per dire una cosa ovvia, che come non amiamo una sola musica, così non dovremmo amare una sola poesia, e finire per dire una cosa che ovvia non è: non bisognerebbe, secondo me, separare la poesia dalla vita.

Allora posso dire che in questo quasi anno, ho fatto poesia restaurando i muri di una casetta, verniciando recinzioni, curando un giardino. Ho amato animali e piante, ho cantato con il vento, sopratutto quando muove le cime degli alberi. Ho sperimentato gong tibetani battendo cucchiai sui coperchi delle pentole. Ho costruito bastoni della pioggia con tubi di plastica per gli scarichi. Ho molto ascoltato. Ho letto. E ho badato bene a essere vivo. Ho pianto, ho riso, ho toccato, ho gustato, ho visto, ho annusato, ho udito. Alcuni di voi diranno: Che palle questo qua, sta qui a dire cose risapute, cose ovvie. E qui sta un primo punto: Questa vita, già tutta programmata, prevista. Questi gusti preconfezionati. Questi ruoli stereotipati dal gioco a guardie e ladri, ma anche del banchiere e dell’anticonformista. Ma quanto ovvio dobbiamo scrostare per trovare noi? Io sono un poeta dell’ovvio. I miei versi ritornano sui miei passi. Mi piace trovare poesia nel non visto, tra le righe del già detto.

Ma tutto questo probabilmente non è che una banale scusa per ammettere che sono in ritardo rispetto al programma che mentalmente mi ero fatto e che in qualche modo avevo lasciato intendere. E allora, in soldoni, questo vuol dire che devo leggere, rileggere, sottolineare, scarnificare, spremere, succhiare l’ultimo libro di Jorie Graham Il Posto- che devo fare altrettanto con l’ultimo libro di Ida Vallerugo -Mistral- che devo fare altrettanto con una personale antologia che mi sono creato in questi mesi.

C’è stato poi un evento che mi ha traumatizzato, bloccato, reso arido e dis-perato nel senso letterale del termine:ed è stata la condanna a morte e l’esecuzione di Reyhaneh Jabbari per mano del regime iraniano. La incredibile parzialità delle accuse della corte ed infine anche la negazione dell’ultima richiesta, di far vivere parti del suo corpo nel corpo di altre donne, mi hanno fatto pensare che veramente è vano ogni sforzo, se neppure una cosa di questo genere è in grado di smuovere il mondo, l’arte, la poesia. I poeti.
Questa vicenda si può cantare? Mi domando. Oppure si può cantare e contemporaneamente gridare al mondo? Forse la risposta sta in un verso già ripetuto più volte nella parte già scritta del canto generale “ non sa, ma incomincia a cantare…..Vedremo, ma intanto :

Vorrei fossimo uniti tutti insieme, figli miei, per essere una roccia /
su cui possa posare il piede chi arriva /
e prendere slancio per il volo. Perché questo ci è chiesto, /

figli miei, di crescere nel tempo: questo ci giustifica.

Mario Luzi, Opus florentinum

e come mio personale contributo, per essere appoggio di roccia di chi vola ecco tre testi ancora provvisori in corso di elaborazione e di collegamento :

nel cavo della mia mano tengo tutto cio’ che la guerra mi ha lasciato
un pezzetto di benda un grumo di sangue e una zolla di terra
eppure alcuni gridano vittoria mentre a fatica emergo dal mio sonno
come vorrei stringermi alla carne dei miei amati
fanno ancora l’amore i miei fantasmi fanno ancora l’amore
ma nel mio corpo è stato tutto un gran frugare rubare scassinare
forzare brutalmente i miei confini rompere finestre e le mie dolci aperture
qualcuno lascio’ persino una moneta prima di spegnere la candela
ma io sono una donna dagli occhi senza fine
e vedo l’inganno della mente che occulta il vero
freme l’acqua canta l’albero il sole mi possiede e mi addolcisce
mi addolcisce

** *

Ho visto questa notte piangere poeti accanto alle fonti diseccate
i venti ne squarciavano la pelle e si portavano via il loro essere a brandelli
o assistito alla morte della lingua dei demoni e dei fuochi fatui dentro i cimiteri
Oh ! civetta tenera e severa aiutami a dare un nome agli sciocchi
Camminando ho tessuto un quaderno di segni
perché é necessario avere belle parole con se’ quando si attraversa la tenebra
la gioia c” é e ha in me radici tronco e chioma
e io l’accolgo lasciando che parli a caso con labbra liberate dalla piaga
ma io so che nè amore nè disgrazia nè speranza nè ira
ritorneranno intatti dall’ umida paura dell’attraversamento della selva
per questo canto e continuo a cantare a bocca chiusa

***

La gente crede di venire qui per vivere e invece viene qui per morire
le città sono file di pallidi lampioni che emanano esili ombre su chiunque sia di passaggio
si attraversano nebbie che paiono panni appesi ad invisibili fili
si levano fievoli lamenti e sussurri dai visi dei viziati
l’alba tra vapore e fango scopre i palazzi costruiti con la saliva
la poesia cosparge di parole le ossa bruciate da miserie e desideri
persino la morte corre con aria spaventata
inseguita da un maligno suono di campane cosi’ potente da far tremare i fiori
Poi il sole irrompe nel mattino tutto si riempie di voci portatrici d’ addii
Luccicano di spietato splendore
le loro inferriate le piazze le croci le vetrate e le molte dimore della paura

                       

Le beau Serge di Claude Chabrol
Le beau Serge di Claude Chabrol

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