Zanzara meno tennis di Gianmaria Giannetti, recensione di Paolo Polvani

Zanzara meno tennis di Gianmaria Giannetti, Pietre Vive Ed., 2019, recensione di Paolo Polvani: il ritorno di Tam Tam.

     

    

Appena ho avuto tra le mani questo libretto dal formato inconsueto e disseminato di versi e di inserti che una volta venivano definiti poesia verbo visuale, mi è venuto spontaneo pensare alla rivista Tam Tam. Il libro è Zanzara meno tennis, di Gianmaria Giannetti, edito dalle coraggiose edizioni Pietre vive di Antonio Lillo, e a pag. 43 leggo:

è una questione etica (mi chiederò?)
non credo riuscirò mai più a giocare a T., o a Tenn,
vado in paradiso anche se non esiste.

Ho conosciuto la rivista Tam Tam alla fine degli anni settanta, era forse il ’77,  a Bologna si consumavano le ultime fiamme di una rivoluzione finita male, e tuttavia era viva e pulsante la ricerca di un’espressione poetica sempre nuova, e a Crevalcore si tenne un convegno di poesia. In quel periodo i miei unici contatti erano con i poeti della Vallisa di Bari, rapporto che già allora avvertivo stretto. Infatti ci andai per conto mio, nonostante partecipassero al convegno Daniele Giancane e Alessandro Zaffarano. Erano presenti tutti quelli che negli anni successivi avrebbero tenuto viva la fiamma della poesia con le riviste: c’erano Ermini e Martini per Aperti in squarci che sarebbe diventata Anterem, c’era Carlo Alberto Sitta che avrebbe fondato Steve, la Bettarini che allora dirigeva Salvo imprevisti, poi divenuto L’area di Broca. E diversi altri che ora mi sfuggono. Avevo ventisei anni, confuso come ora circa la poesia, e non ci capii molto, capii tuttavia che poesia significa mettersi in cammino e cercare qualcosa. Erano tempi avventurosi, non avevo un posto dove dormire e neanche i soldi necessari. Conobbi lì Valdo Immovilli, che abitava a Viano, e dopo il convegno montammo sulla sua Dyane io, Valdo, Giuliano Mesa, Mario Moroni e Alida Airaghi, tutti personaggi che avrebbero dato contributi significativi alla poesia, Dopo un caracollare lungo le colline dell’Emilia, stanchi e affamati, e aver depositato e accompagnato gli altri in vari luoghi, fui ospite a casa di Valdo un paio di giorni. Lui lavorava nella redazione di Tam Tam e passava anche dei giorni a Mulino di Bazzano a stretto contatto con Giulia Niccolai, che gli aveva prefato il suo primo libro, Mi faranno santo, e con Adriano Spatola, e così conobbi Tam Tam e le edizioni Geiger, e fu un attimo innamorarmi della poesia di Beltrametti, e di quella di Gerald Bisinger. Sul numero 2 della rivista l’editoriale non firmato, ma sicuramente di Spatola, diceva: “…è attraverso il momento della poesia che si può tentare in maniera non dispersiva di portare a maturazione il problema di un linguaggio in grado di non lasciarsi sfuggire i sintomi della realtà”. E nel numero uno della rivista trovai questa recensione di Giulia Niccolai a Uno di quella gente condor, di Franco Beltrametti: “Il linguaggio -telegrammatico- di queste poesie vuol essere un filtro ragionato per sensazioni e impressioni che invocano la stabilità e la durata. Non a caso in Beltrametti c’è questo ansioso bisogno di datare e localizzare ogni testo”. Riporto a titolo di esempio una poesia tratta da In transito, edizioni Geiger 1976:

38
Per quel che riguarda il tempo
essere poeti oggi
è altrettanto anacronistico
come 2000 anni fa
              (pensiero fuori dall’aeroporto annotato il giorno dopo in galleria)
2/7/71

Ora questo libro Zanzara meno tennis mi ha riportato alla memoria quei tempi eroici della poesia, quelle bellissime fiammate di creatività. Creatività che si può mietere a piene mani in questo libro, dai risvolti imprevedibili e luminosi:

(22/6/2011)
(scriverò una letterina al mondo)
Mio figlio si è commosso e io
grido                                        – ma dove sei (mam),
mentre faccio finta di essere grande
vorrei solo piangere, ma non;

Anche in queste poesie c’è l’urgenza della datazione, lo stesso ansioso bisogno di datare, di fissare una collocazione temporale precisa:

(17/2/2016)
e, ho sempre voluto scrivere una poesia il 17 febbraio 2016,
ma oggi proprio oggi non ci riesco perché sono miliardario e anche senza
una lira…

E a proposito dei sintomi della realtà, i versi sono disseminati di riferimenti quotidiani, del desiderio di fissare una ubicazione precisa che funga da marcatore territoriale, alla stessa stregua di quelle veloci pisciatine canine che delimitano il territorio di appartenenza e dichiarano il proprio passaggio: allo Splendid Hotel c’era il verde, e anche: -ad esempio oggi da Decathlon , poi a fare cosa, provo una racchetta-.   E come tappeto sonoro, come motivo dominante e ricorrente, la presenza ossessiva delle zanzare, e continui riferimenti al tennis: entrambe situazioni ricche di dinamismo fantastico, di piroette, di voli, di rovesci e di diritti, di schiacciate e di punture, esattamente i giusti ingredienti per una poesia ricca di rimandi e di significati.

in apertura Paolo Figar, Allegoria del fiume

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