Zugunruhe di Marco Aragno

Zugunruhe di Marco Aragno, Lietocolle 2010, con introduzione a cura di Claudia Zironi.

   

   

Marco Aragno è nato nel 1986 in provincia di Napoli. Nel 2008 ha vinto il terzo Premio Internazionale di Poesia Mario Luzi.
aragnoSuoi testi sono apparsi sulla rivista “Poeti e Poesia”, sulla rivista Italian Poetry review della Columbia University, sulla rivista “Atelier” e su alcuni blog di letteratura come absolute poetry.org, Poetarum Silva, larecherche.it.
Nel 2010 ha pubblicato la sua opera prima (Zugunruhe, Lietocolle).
Suoi testi sono stati tradotti in spagnolo da Pablo Lòpez Carballo e pubblicati dalla rivista annuale di letteratura “Fragmenta”. Dal 2008 al 2010 ha collaborato col blog “linutile.wordpress.com”.
Lavora come Pubblicista occupandosi di attualità e opinione.

   

Da questa prima raccolta poetica edita di Aragno proponiamo sette poesie.

Tutta la composizione tratta di istanti di una vita che oramai è solo ricordo. Si tratta probabilmente di un’allegoria, vista la giovane età dell’autore, il quale sembra però trovarsi a proprio agio fra immagini evanescenti nel tempo e suggerimenti di assenze definitive. In questi delicati versi mai si fa esplicita citazione della fine, ma c’è un preciso filo conduttore che descrive il divenire dell’amore da uno stato terreno a uno stato sublimato nell’idealizzazione di una figura femminile che è venuta a mancare. Zugunruhe è una parola di origine tedesca che indica uno stato molto particolare di irrequietezza degli animali migratori ai quali viene impedito di seguire l’istinto migratorio. Marco Aragno vive evidentemente nei suoi versi questo stato dovuto all’impossibilità di seguire la donna, forse dal tremante nome Giulia, dove “…non ha / un po’ di luce su cui tornare “ e ci commuove con maestria in fotogrammi del vissuto che ci conducono attraverso le cinque sezioni del libro da “Millimetri luce”, “Zugunruhe”, “Illusioni notturne” e “Distanze” fino a “Ipocentri”: L’unica certezza sarà saperti / rifiorire improvvisa da una zolla / come una rosa, un’impronta di luce / in cui ritrovarci per sempre.

Vi lasciamo ora in compagnia di queste poesie dove ogni parola è sapientemente misurata per entrare diritta nell’anima.

 

 

Mi riempie allo stesso modo quel gesto
che ti fa chiara come le fontane
quando trasali nel vano della stanza
al suono della mia voce.

Ma ora non so dietro quale sonno
mi starai ad aspettare, se il grido
che lanciavo ha scampato gli anni
sino alle porte di questo mattino.

So solo che dalle persiane
rompono i primi picchi del giorno
e tu mi sei ancora accanto
tu che non ti svegli, dormi in silenzio
dentro quella notte che non conosco.

    

***

    

Qualche volta ritorno per capire
come guardavo il mondo
se fossero mai veri
i sogni detti ai piedi delle scale.

Qui la stanza si prosciuga di stelle
come prima di primavera
e gli anni s’affacciano
dal confine delle finestre
se qualcun altro, dentro di me
li scambia per una scia
per un treno sentito nel sonno.

Odora, fuori il vento sa di pioggia
gli ombrelli s’apriranno
verso il silenzio della sera.

   

***

    

Forse la casa non è più al riparo
in questo tempo, anche se alla finestra
ritrovo i corsi e le strade di sempre:

Giulia ha appena finito di suonare
mi guarda dal divano, nel salone.
In qualche pozza del cortile
già si riposa il rosa della sera.
E gli ultimi passanti s’allontanano.

    

***

    

Vorrei portarti come porto
una mano sugli occhi
per fare il mondo meno lontano.
Ma stanotte la nebbia tarda
ad asciugarsi, a dire chi siamo
dall’altra parte della finestra.
Così ti arrendi a novembre
trascorri il freddo di chi non ha
un po’ di luce su cui tornare.

    

***

    

Non so più camminare all’indietro
sul solco battuto da vecchi scafi
nella scia di un antico fiume.
Ci sei sempre tu, ogni sera
che mi vedi scurire insieme al cielo
battermi come un’ombra
sulla vecchia strada della chiesa
dove a poco dirada la città.
La nostra vita resta lì
su un lontano balcone acceso
prima di staccarsi nella voce
di quell’ultimo rimorchio che passa.

    

***

    

Capita spesso di incontrarsi
nel vetro dell’autobus,
l’ultimo della sera
quello che risale il sole scomparso
tra mille curve accavallate.
Così ti fermi nell’ora del guado
senza sapere
tra quante fermate finisca la città,
chi dovrà poi rimanere
tra i sedili deserti
ad immaginare lampioni nelle periferie
perché quelli del mattino
si possano svegliare
senza precipitare nel vuoto.

     

***

    

Ora che è calma tutta l’aria intorno
e un fremito lontano, come un mare,
mi sveglia fuori dalla mente
l’inizio è camminare questa terra
questo mucchio di radici strappate.
L’unica certezza sarà saperti
rifiorire improvvisa da una zolla
come una rosa, un’impronta di luce
in cui ritrovarci per sempre.

   

aragno_zugunruhe

 

2 thoughts on “Zugunruhe di Marco Aragno”

  1. riporto qui con piacere la nota che a suo tempo inviai ad Aragno e a Lietocolle:

    ZUGUNRUHE di Marco Aragno
    LietoColle Edizioni (2010)

    Quando qualcosa cambia, alcune specie sentono il bisogno di migrare.
    Lo chiamano zugunruhe. Portare l’anima in un posto lontano.
    Seguire un profumo nel vento, una stella nel cielo…
    (dalla serie televisiva Heroes)

    In poesia anche il colore di una copertina riveste un significato profondo, oltre. Mentre scrivo, sotto il gomito tengo un libro rosso vermiglio, il primo libro di poesie di Marco Aragno uscito per Lietocolle. Sì, lo tengo in modo che non fugga, anche fisicamente. Leggendo Lieto Colle, più in generale, ci si accorge ancor più quanto sia importante la presenza fisica del libro, assolutamente imprescindibile.
    Zugunruhe è l’opera prima di Marco Aragno, la mia prima esclamazione è stata “avessi scritto così quando avevo la sua età”. Poesie, le sue, anzitutto ben dotate di bellezza. Cosa c’è di più scontato che scrivere in calce a una raccolta di poesie o a una poesia sola “mi piace perché è bella”, eppure quanto di più profondo, perché vuol dire che la poesia è arrivata all’anima del lettore migliorandone il momento, ma senza averne la pretesa e l’osmosi è avvenuta con garbo. Sono cose di cui ci si accorge solo dopo che sono accadute.
    D’acchito poi mi è venuto detto “ma come, cinque sezioni per una raccolta di ventisette poesie”? Belle poesie, mi sono ripetuto e, con le letture mi sono accorto dell’importanza di questi brevi tratti, brevi e improvvise virate da una situazione all’altra in un continuo blow up dell’immagine nel tentativo di coglierne il segreto, l’infinito, l’anima, eppure ogni volta, un particolare da continuare a ingrandire.
    Sezioni aperte con epigrafi di alcuni poeti che probabilmente hanno mutuato e maturato la formazione di Aragno, sono Mario Luzi, Giuseppe Ungaretti, Vittorio Sereni, Eugenio Montale, Paul Cèlan. A margine e dentro alcuni brani una sesta figura, quella di Giulia, importante alter ego dell’autore fin nel testo che dà il titolo all’intera raccolta.
    Un libro riuscito non soltanto per l’eleganza dello scrivere di Aragno o per il voler continuare a scavare, a ingrandire quanto si può continuare a ingrandire all’infinito (Capita spesso di incontrarsi/nel vetro dell’autobus/l’ultimo della sera/quello che risale il sole scomparso/tra mille curve accavallate), ma è quello stesso infinito bisogno di uscire incontenibile dai meandri della mente e del corpo, simile a quello dei migratori del titolo, che l’autore vuole farci toccare con mano e vi riesce ogni volta. Un senso molto simile al dolore fisico, alla felicità, alla fisicità della poesia di Aragno, e qui mi torna in mente la copertina rossa vermiglio, un piccolo libro che è vasto, vastissimo, e ho continuato a leggere e a portare con me.

    Flavio Almerighi

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